Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Il vicino mi ha sfondata nel suo bagno mentre la moglie era al piano di sotto

Il vicino mi ha sfondata nel suo bagno mentre la moglie era al piano di sotto

13 Marzo 2026·8 min di lettura

Non sono mai stata il tipo da “e vissero felici e contenti”. Il matrimonio con Luca, cinque anni fa, è stato una scelta pratica: ci stiamo bene, ci rispettiamo, ma la scintilla… beh, quella si è spenta da un po’. A trentadue anni, con un lavoro part-time da personal trainer e un fisico che mi sono costruita a forza di sudore, non mi manca l’attenzione. Ma non cerco complimenti, cerco qualcosa che mi faccia sentire viva. E in palestra, quella piccola stanza condominiale al primo piano del palazzo, ho trovato un gioco pericoloso che mi sta mandando fuori di testa.

Alessandro. Quarantuno anni, commercialista, sposatissimo con Sara, una donna dolce che abita al piano di sotto. Lo vedo quasi ogni giorno in palestra, sempre con la sua maglietta aderente che gli segna i muscoli del petto e delle braccia. Non è un bodybuilder, ma si allena con metodo, ha un fisico scolpito senza strafare. È controllato, sempre educato, ma c’è qualcosa nei suoi occhi, una fame che cerca di nascondere. E io, che non so tenere la bocca chiusa, ho iniziato a stuzzicarlo. Prima erano solo battute, commenti sul fatto che “mi ruba i manubri migliori”. Poi gli sguardi sono diventati più lunghi, le parole più ambigue. “Martina, se continui a distrarmi così, mi faccio male,” mi ha detto un giorno, ridendo, ma con un tono che non era solo scherzoso. Io ho alzato le spalle e gli ho fatto l’occhiolino: “Allora guarda meno e suda di più.”

Oggi, però, ho deciso di alzare la posta. Sono in palestra, pantaloncini aderenti che mi lasciano poco all’immaginazione, top sportivo che mostra la pancia piatta e un accenno di sudore che mi luccica sulla pelle. Sto preparando il bilanciere per gli hip thrust, un esercizio che so bene quanto metta in mostra il mio culo. E, guarda caso, Alessandro è lì, che finisce la sua serie di panca. Mi avvicino, con un sorriso che è tutto fuorché innocente.

“Ehi, Ale, mi fai un favore? Mi controlli la forma mentre faccio questi? Non voglio farmi male al bacino.” La mia voce è casuale, ma so cosa sto facendo. Lui alza un sopracciglio, si asciuga il viso con l’asciugamano e mi guarda. I suoi occhi scivolano per un attimo sul mio corpo, poi tornano al mio viso. “Martina, non sono un personal trainer, lo sai.” Ma il tono è già meno fermo di quanto vorrebbe.

“Eddai, ci vuole un secondo. Solo per essere sicuro che non mi stiro niente.” Insisto, piegandomi un po’ in avanti per sistemare il bilanciere, e so che lui sta guardando. Lo sento. Dopo un momento di silenzio, sospira e si avvicina. “Va bene, ma se ti fai male, non dare la colpa a me.” Rido. “Tranquillo, so quello che faccio.”

Mi metto in posizione, schiena appoggiata alla panca, bilanciere sulle cosce, culo che si alza e si abbassa con un movimento lento e controllato. Sento i suoi occhi su di me, e la cosa mi fa formicolare la pelle. “Allora? Tutto ok?” chiedo, girandomi appena a guardarlo. Lui deglutisce, visibilmente a disagio, ma annuisce. “Sì, direi di sì. Però… vai più piano, sembri un po’ sbilanciata.” La sua voce è tesa, e io non resisto. “Sbilanciata, eh? Magari mi serve una mano per stabilizzarmi.” Lo dico con un ghigno, e lui scuote la testa, cercando di ridere, ma è chiaro che sta lottando con sé stesso.

Finisco la serie e mi alzo, avvicinandomi a lui per prendere la bottiglia d’acqua. Siamo a un metro scarso, il suo profumo di sudore e deodorante mi arriva dritto al naso. “Grazie, sei stato utile. Però ora sono tutta sudata, credo che andrò a farmi una doccia veloce a casa.” Lo dico guardandolo dritto negli occhi, e aggiungo: “Se vuoi un caffè, sono al terzo piano. Ma fai in fretta, non aspetto troppo.” È un invito, chiaro come il sole, e vedo il conflitto sul suo viso. Sa che Sara, sua moglie, è al piano di sotto, probabilmente già a preparare la cena. Sa che questo è un errore. Ma sa anche che lo vuole.

Dopo un silenzio che sembra eterno, mormora: “Solo un caffè. Cinque minuti.” Io sorrido. “Certo. Solo un caffè.”

Saliamo a casa mia, l’appartamento è silenzioso, Luca è al lavoro fino a tardi. Appena entro, lascio la porta socchiusa e vado verso il bagno. “Mi lavo le mani, tu siediti pure,” gli dico, ma non ho nessuna intenzione di fare solo quello. Mi tolgo il top sportivo davanti allo specchio, restando in reggiseno, il piercing al capezzolo che si intravede appena sotto il tessuto. Sento i suoi passi dietro di me, e quando alzo lo sguardo nello specchio, lo vedo sulla soglia del bagno, che mi fissa. “Martina, forse dovrei…” inizia, ma non finisce la frase. Io mi giro, lentamente, e gli sorrido. “Forse dovresti cosa? Andartene? O restare e vedere dove ci porta questo?”

Il suo respiro si fa più pesante, e io mi avvicino, appoggiando una mano sul suo petto. La sua maglietta è ancora umida di sudore, e sento i muscoli sotto le dita. “Non dovremmo,” mormora, ma non si muove. Io alzo lo sguardo su di lui, i nostri visi sono a pochi centimetri. “Non dobbiamo fare niente. Ma lo vuoi, vero?” Non risponde, ma i suoi occhi dicono tutto. E allora lo bacio, un bacio lento, profondo, con la lingua che cerca la sua. Lui esita solo un secondo, poi ricambia, le sue mani che mi afferrano i fianchi con una forza che non mi aspettavo.

Ci spostiamo dentro il bagno, la porta si chiude con un calcio. Le sue mani mi esplorano, scivolano sul mio culo sodo, stringono forte, e io gemo contro la sua bocca. “Cazzo, Martina, sei assurda,” sussurra, e io rido piano. “E tu sei troppo vestito.” Gli tolgo la maglietta, lasciando scorrere le mani sui suoi pettorali, sulle spalle. Ha un fisico da uomo che si prende cura di sé, non troppo pompato, ma con muscoli definiti che mi fanno venire voglia di morderlo. Lui mi slaccia il reggiseno, lo fa cadere a terra, e quando vede il piercing al capezzolo si ferma un attimo, poi lo sfiora con il pollice. “Porca puttana, questo non me l’aspettavo,” dice, e io sorrido. “Sorpresa.”

Mi spinge contro il lavandino, le sue mani che mi sollevano appena per farmi sedere sul bordo. Mi bacia il collo, scende verso il seno, prende il capezzolo con il piercing tra le labbra e lo succhia piano, facendomi rabbrividire. “Piano, cazzo,” gli dico, ma non voglio che si fermi. Le mie mani gli slacciano i pantaloncini della palestra, li abbasso insieme ai boxer, e vedo il suo cazzo già duro, teso contro il ventre. Non è enorme, ma è perfetto, e io lo accarezzo lentamente, sentendolo pulsare sotto le dita. Lui geme, la testa appoggiata alla mia spalla. “Martina, mi fai impazzire.” Io rido. “Bene, perché sto solo iniziando.”

Mi fa scendere dal lavandino, mi gira di spalle, spingendomi a piegarmi in avanti. Il marmo freddo contro i miei seni mi fa venire i brividi, e nello specchio davanti a me vedo il suo riflesso, i suoi occhi pieni di desiderio mentre mi guarda il culo. “Cazzo, guarda che spettacolo,” dice, dando uno schiaffo leggero sulla natica destra. Io mi mordo il labbro, spingendomi indietro contro di lui. “Se ti piace tanto, fai qualcosa invece di parlare.” Lui ride, un suono basso e gutturale, e mi abbassa i pantaloncini insieme agli slip, lasciandoli cadere alle caviglie. Sono nuda, piegata sul lavandino, e sento il suo cazzo premere contro di me mentre mi accarezza tra le cosce, trovandomi già bagnata.

“Sei fradicia,” sussurra, e io gemo piano. “Colpa tua. Ora muoviti.” Non se lo fa dire due volte. Mi prende un braccio, piegandomelo delicatamente dietro la schiena, tenendomi ferma mentre con l’altra mano si guida dentro di me. Entra lentamente, centimetro dopo centimetro, e io stringo i denti per non gridare. “Cazzo, sei stretta,” dice, e io rispondo con un gemito soffocato. “E tu sei… lento. Dai, sbrigati.” Lui ride piano, ma poi spinge più forte, riempiendomi completamente. Il ritmo è lento all’inizio, quasi crudele, ogni affondo che mi fa tremare le gambe. Nello specchio vedo il suo viso, concentrato, sudato, e il mio, con i capelli appiccicati alla fronte e la bocca socchiusa.

“Più forte,” gli dico, la voce spezzata, cercando di non fare troppo rumore. Lui obbedisce, aumentando il ritmo, ogni colpo che mi fa sbattere contro il lavandino. Mi dà un altro schiaffo sul culo, più forte stavolta, e io mordo il labbro per soffocare un gemito. “Ti piace, eh?” sussurra, la voce roca. “Sì, cazzo, continua,” rispondo, spingendomi indietro contro di lui. Il bagno è pieno di suoni: i nostri respiri pesanti, lo schiocco della sua pelle contro la mia, il rumore leggero del lavandino che trema sotto il mio peso. Sento l’odore del nostro sudore, pungente e reale, e il calore dei nostri corpi che si mescolano.

Sto per venire, lo sento montare dentro di me, ma cerco di trattenermi, voglio che duri. Lui mi tiene ancora il braccio dietro la schiena, l’altra mano che mi stringe il fianco, controllando ogni movimento. “Non ti fermare,” gli dico, quasi implorando, e lui grugnisce, spingendo ancora più forte. “Non ci penso nemmeno.” Il piacere mi travolge all’improvviso, un’ondata che mi fa tremare dalla testa ai piedi, e devo mordermi la mano per non urlare. Lui lo sente, rallenta un attimo, poi ricomincia, inseguendo il suo piacere. “Cazzo, sto per venire,” sussurra, e io annuisco, ansimando. “Dentro. Fai pure.”

Pochi secondi dopo, lo sento irrigidirsi, un gemito profondo che gli esce dalla gola mentre si svuota dentro di me. Restiamo così per un attimo, sudati, ansimanti, con il suo peso contro la mia schiena. Poi, dal piano di sotto, sento una voce familiare: “Amore, la pasta è pronta!” È Sara, sua moglie, che lo chiama. Lui si tira indietro di scatto, il respiro ancora pesante, e io rido piano, cercando di riprendere fiato. “Vai, non farla aspettare,” gli dico, con un sorriso ironico. Lui si sistema i pantaloncini, si passa una mano tra i capelli e mi guarda nello specchio, senza dire niente.

Io mi rivesto lentamente, sentendo ancora il calore del suo corpo su di me. Quattro minuti dopo, esco dall’appartamento, i capelli ancora bagnati di sudore, e scendo le scale. Incrocio Sara sul pianerottolo, con un sorriso gentile come sempre. “Ciao, Martina, tutto bene?” mi chiede. Io ricambio il sorriso, tranquilla. “Sì, tutto ok. Solo una doccia veloce dopo la palestra.” Lei annuisce, e io continuo a scendere, con il cuore che batte ancora forte nel petto.

Lascia un commento