Racconti Piccanti
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Il water guasto

Il water guasto

11 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Valeria, 33 anni, avvocatessa con uno studio che gira bene e una vita che, diciamo, tengo sotto controllo come un fascicolo in tribunale. Tutto deve essere al suo posto: agenda, clienti, tailleur impeccabili. Ma quel sabato pomeriggio, il controllo mi è scappato di mano come un testimone che si rifiuta di parlare. Il water del mio bagno ha deciso di fare lo sciopero, inondandomi il pavimento di acqua schifosa. Ho chiamato il primo idraulico disponibile, un certo Simone, 39 anni, che mi ha risposto con una voce roca, tipo uno che ha appena finito di fumare una sigaretta dietro l’altra.

Quando è arrivato, ero già nervosa. Ero in casa da sola, in un tailleur blu scuro che uso per le udienze importanti, perché stavo lavorando a una causa anche di sabato. Ho aperto la porta e mi sono trovata davanti un tizio alto, robusto, con una tuta da lavoro macchiata di fango e grasso sulle mani. Aveva i capelli corti, un po’ spettinati, una barba di un paio di giorni e due occhi scuri che mi hanno squadrata dalla testa ai piedi senza nemmeno provarci a nascondere. “Buongiorno, signora, il water, eh?” ha detto, con un mezzo sorriso che mi ha fatto incazzare e allo stesso tempo… non so, qualcosa mi si è mosso dentro.

L’ho portato in bagno, camminando davanti a lui con i tacchi che ticchettavano sul parquet. Sentivo il suo sguardo sul culo, e non so perché, ma invece di irritarmi mi ha fatto venir voglia di provocarlo. “Ecco il problema, non smette di perdere acqua,” ho detto, indicando il water con un gesto da regina che dà ordini. Lui si è inginocchiato subito, tirando fuori attrezzi dalla borsa, e io sono rimasta lì a guardarlo. Le sue mani, sporche e grandi, si muovevano sicure, e la tuta gli tirava sui muscoli delle spalle. Ho pensato che uno così non dovrebbe nemmeno sfiorarmi, non con quel fango addosso, non con quell’aria da “faccio quello che mi pare”. Eppure, più lo guardavo, più sentivo una voglia assurda di lasciarmi andare, di smettere di comandare tutto e farmi prendere da uno che non c’entra niente con il mio mondo.

“Ci vuole un po’,” ha detto lui, girandosi a guardarmi. “Se vuole, faccio da solo.” Io ho alzato un sopracciglio. “No, resto. Ti faccio un caffè, che dici?” Lui ha sorriso, un sorriso da stronzo che sa di aver fatto colpo. “Volentieri, signora.” Ho odiato che mi chiamasse “signora”, ma allo stesso tempo mi ha eccitato. Sono andata in cucina, con il cuore che batteva un po’ più forte. Mentre preparavo il caffè, mi immaginavo le sue mani sporche che mi toccavano, che mi rovinavano il tailleur. Mi sono detta che ero pazza, che non potevo fare una cosa del genere, ma la voglia di abbandonarmi era più forte di qualsiasi logica da aula di tribunale.

Quando sono tornata con le tazzine, lui era ancora inginocchiato. Gli ho passato il caffè, sfiorandogli di proposito la mano con le dita. Lui ha alzato gli occhi, e c’era una scintilla lì, qualcosa che mi ha fatto capire che aveva intuito tutto. “Grazie,” ha detto, con quella voce bassa, e ha bevuto un sorso senza distogliere lo sguardo. Io mi sono chinata un po’ di più del necessario, lasciando che vedesse la scollatura sotto la camicia bianca. “Fa caldo qua dentro, no?” ho detto, con un tono che non era proprio innocente. Lui ha riso piano. “Dipende da cosa intende per caldo.”

Non so come, ma mi sono ritrovata più vicina. Gli ho messo una mano sulla spalla, sentendo il tessuto ruvido della tuta sotto le dita. “Sei tutto sporco,” ho detto, quasi un sussurro. Lui ha posato la tazzina sul pavimento e si è alzato a metà, restando accovacciato. “E lei è tutta elegante. Non le dà fastidio?” Io ho sorriso, un sorriso che non uso mai in tribunale. “Forse mi piace il contrasto.” È stato lì che ho perso il controllo. Mi sono seduta sul bordo della vasca, a pochi centimetri da lui, e ho accavallato le gambe, lasciando che la gonna salisse un po’. Lui ha guardato, senza vergogna, e io ho sentito un calore tra le cosce che non provavo da un pezzo.

Non ci siamo detti niente per un attimo. Poi lui ha allungato una mano, sporca di grasso, e mi ha toccato il ginocchio. “Posso?” ha chiesto, ma non aspettava davvero una risposta. Io ho annuito, con il respiro corto. La sua mano è salita piano lungo la coscia, sotto la gonna, lasciando una traccia leggera di sporco sulla mia pelle. Mi sono sentita vulnerabile, ma lo volevo. Lo volevo da morire. Ho aperto un po’ di più le gambe, un invito silenzioso, e lui ha sorriso di nuovo, quel sorriso da bastardo. Si è alzato sulle ginocchia, avvicinandosi, e mi ha baciato il collo, con la barba che pizzicava e un odore di sudore e grasso che mi ha fatto girare la testa. Le sue mani mi hanno afferrato i fianchi, tirandomi verso di lui, e io mi sono ritrovata a cavalcioni sopra di lui, proprio lì, davanti al water, con il tailleur che si sgualciva e le sue mani che mi stringevano il culo.

Ci siamo baciati, un bacio duro, affamato, con le lingue che si cercavano. Io gli ho slacciato un po’ la tuta, toccandogli il petto sudato, mentre lui mi ha aperto la camicia, tirando via i bottoni senza cura. “Cazzo, sei uno spettacolo,” ha detto, con la voce roca, e io ho riso, un po’ isterica. “E tu sei un porco.” Lui ha grugnito, un suono che mi ha mandato in tilt, e mi ha succhiato un capezzolo attraverso il reggiseno, facendomi gemere. Le sue mani mi hanno sollevato la gonna fino alla vita, e io ho sentito la sua erezione sotto i pantaloni della tuta, dura contro di me. Mi sono mossa sopra di lui, strusciandomi piano, sentendo ogni centimetro di lui attraverso il tessuto. “Ti vuoi far scopare così, eh?” ha detto, e io ho annuito, incapace di parlare. Lui mi ha infilato una mano nelle mutandine, trovandomi già bagnata, e ha iniziato a toccarmi, con due dita che si muovevano lente, dentro e fuori, mentre con il pollice mi stuzzicava il clitoride. Ho buttato la testa indietro, aggrappandomi alle sue spalle, e ho lasciato che facesse quello che voleva.

Siamo rimasti così per un po’, con lui che mi lavorava con le dita e io che gli gemevo nell’orecchio, con il fiato corto. Poi ha tirato fuori la mano, si è leccato le dita guardandomi negli occhi, e ha detto: “Alzati.” Io ho obbedito, con le gambe che tremavano, e lui mi ha girata di spalle, spingendomi verso il lavandino. Mi ha fatto piegare in avanti, con le mani appoggiate sul bordo freddo, e mi ha tirato giù le mutandine in un gesto secco. Ho sentito l’aria sul culo nudo, e poi la sua mano che mi accarezzava, forte, possessiva. “Cazzo, guarda che roba,” ha detto, e io ho sentito il rumore della sua cerniera che si abbassava. Mi ha appoggiato una mano sulla schiena, tenendomi ferma, e con l’altra si è guidato dentro di me, lento ma deciso. Era grosso, e ho sentito ogni centimetro che mi riempiva, con un bruciore che si è trasformato subito in piacere. Ho gemuto forte, e lui ha iniziato a muoversi, prima piano, poi più veloce, con spinte profonde che mi facevano sbattere contro il lavandino.

“Ti piace, eh?” ha detto, ansimando, e io ho risposto con un “Sì, cazzo, non ti fermare.” Il rumore dei nostri corpi che sbattevano insieme riempiva il bagno, insieme ai nostri respiri pesanti e all’odore di sudore e sesso. Lui mi ha afferrato i capelli con una mano, tirandomi un po’ la testa indietro, mentre con l’altra mi stringeva un fianco, lasciandomi probabilmente i segni sulla pelle. Io mi sono spinta contro di lui, assecondando ogni colpo, sentendo il piacere che cresceva, un’onda che mi stava per travolgere. “Sto per venire,” ho detto, con la voce rotta, e lui ha accelerato, grugnendo. “Anch’io, cazzo.” Siamo esplosi insieme, io con un urlo strozzato e lui con un gemito profondo, mentre sentivo il suo calore dentro di me. Siamo rimasti fermi per un attimo, con il fiato grosso, lui ancora dentro di me, le mani che mi tenevano i fianchi.

Poi si è tirato fuori piano, e io mi sono raddrizzata, sistemandomi la gonna con mani tremanti. Lui si è tirato su la cerniera, guardandomi con quel sorriso di prima. “Beh, il water è ancora rotto,” ha detto, con una risata. Io ho riso anch’io, passandomi una mano tra i capelli. “Finisci il lavoro, allora. Io vado a farmi una doccia.” E senza aggiungere altro, sono uscita dal bagno, con il corpo ancora caldo e il cuore che batteva forte.

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