Ti scopo per bene
Giovanni, venticinque anni, era un tipo che passava inosservato. Capelli castani un po’ spettinati, occhi scuri dietro occhiali discreti, un fisico normale, né magro né robusto. Non era brutto, ma non spiccava. La sua vita sessuale? Un disastro. Gay dichiarato, ma con esperienze che si contavano sulle dita di una mano, e pure maldestre. Era insicuro da morire, sempre con la paura di fare una figura da idiota. Passava le sue giornate tra il lavoro in un piccolo ufficio e le serate a casa, fantasticando su quello che non aveva il coraggio di fare.
Quel giorno, però, era in centro, in una libreria di quartiere, uno di quei posti con gli scaffali pieni di polvere e un odore di carta vecchia che gli piaceva da matti. Stava sfogliando un romanzo qualsiasi quando lo vide. Marco. Non ci poteva credere. Era proprio lui, il Marco delle scuole elementari, quello con cui giocava a nascondino nel cortile. Era cambiato, ma non troppo: stessi capelli biondicci, mossi, un po’ lunghi sulla nuca, stessi lineamenti delicati, quasi femminei. Camminava con una sicurezza esagerata, una sciarpa colorata al collo, i gesti un po’ teatrali mentre parlava con un amico. Palesemente gay, e palesemente a suo agio con se stesso. Giovanni sentì una fitta al petto: un misto di nostalgia e imbarazzo. Si avvicinò, esitante, con un “Ciao, Marco… ti ricordi di me?” che uscì più stridulo di quanto avrebbe voluto.
Marco lo squadrò dall’alto in basso, un sorriso appena accennato, più di cortesia che di entusiasmo. “Oh, Giovanni, ciao. Sì, certo, le elementari, giusto? Come stai?” Il tono era distaccato, quasi annoiato. Giovanni si sentì un cretino. Balbettò qualcosa sul lavoro, sulla vita, mentre Marco annuiva senza davvero ascoltare, guardandosi intorno come se cercasse una scusa per andarsene. “Beh, dai, è stato un piacere. Ci si vede in giro,” tagliò corto Marco, e sparì tra gli scaffali. Giovanni rimase lì, con il libro in mano, sentendosi un completo fallito. Marco lo aveva snobbato, lo aveva guardato come se fosse un ragazzino impacciato. E in fondo, lo era.
Nei giorni successivi, però, quella scena gli rimase in testa. Non tanto per il rifiuto, quanto per il modo in cui Marco si era comportato, così sicuro, così superiore. Giovanni si sentiva ribollire. Non era solo desiderio – anche se, diciamocelo, Marco era carino da morire con quel viso liscio e quel culo che si intravedeva sotto i jeans aderenti – ma anche una specie di sfida. Doveva dimostrargli che non era il timidone che sembrava. Doveva fargli vedere chi comandava.
Una settimana dopo, eccolo di nuovo nella stessa libreria. Non ci era andato per caso, lo sapeva. Sperava di rivederlo, e infatti Marco era lì, vicino alla sezione dei gialli, con una camicia sbottonata sul petto glabro e un’espressione annoiata mentre sfogliava un libro. Giovanni respirò profondo, si fece coraggio e si avvicinò. “Ehi, Marco, di nuovo qui?” disse, cercando di sembrare disinvolto. Marco alzò lo sguardo, un po’ sorpreso, ma sempre con quell’aria di sufficienza. “Oh, ciao. Sì, passo spesso. Tu?” Giovanni sorrise, un sorriso che non era proprio suo, ma che aveva provato davanti allo specchio. “Anch’io. Sai, mi piace questo posto… e poi, non si sa mai chi si incontra.” Marco inarcò un sopracciglio, come se non capisse se era una battuta o cosa. Ma Giovanni non si fermò. “Che ne dici di fare un giro? Tipo, al centro commerciale qui vicino. Hanno aperto un bar figo.”
Marco esitò, poi scrollò le spalle. “Ok, perché no. Tanto non ho niente da fare.” Non era entusiasmo, ma a Giovanni bastava. Camminarono insieme, chiacchierando di stupidaggini, del passato, di quanto fossero diversi ora. Giovanni sentiva il cuore battere forte, ma cercava di mantenere il controllo. Ogni tanto sfiorava il braccio di Marco, per caso, o almeno così sembrava. Marco non reagiva, ma non si allontanava. La tensione cresceva, lenta, quasi impercettibile, ma c’era. Giovanni lo sentiva nello stomaco, un misto di paura e voglia. E quando Marco rise a una sua battuta scema, un po’ troppo forte, Giovanni capì che forse, magari, c’era una possibilità.
Arrivati al centro commerciale, Giovanni fece una mossa che non si aspettava nemmeno da sé stesso. “Aspetta, devo andare un attimo in bagno,” disse, e poi, con una voce che non sembrava la sua: “Vieni con me?” Marco lo guardò, confuso, ma con un lampo di curiosità negli occhi. “In bagno? Perché?” Giovanni non rispose, fece solo un cenno con la testa, come a dire “seguimi e basta”. E Marco, forse per noia, forse per vedere dove andava a parare, lo seguì.
Il bagno era deserto, una di quelle toilette pubbliche un po’ squallide, con le piastrelle sbeccate e un odore di disinfettante. Giovanni chiuse la porta di un cubicolo alle loro spalle, il cuore che gli martellava nel petto. Marco lo guardava, un mezzo sorriso sulle labbra, come se stesse per dire qualcosa di sarcastico, ma Giovanni non gliene diede il tempo. Lo spinse contro il muro, non forte, ma con decisione, e gli mise una mano sul fianco. “Che cazzo fai?” chiese Marco, ma non c’era rabbia nella voce, solo sorpresa. Giovanni non rispose, si avvicinò e lo baciò. Un bacio goffo, affamato, con i denti che quasi si scontravano. Marco esitò un attimo, poi rispose, le sue mani che scivolavano sulle spalle di Giovanni. Era un sì, anche se non detto.
Non si parlarono. Giovanni gli slacciò la camicia, piano, mentre Marco gli tirava su la maglietta, le dita che sfioravano la pelle del ventre. Giovanni non era abituato a quei gesti, ma la voglia gli dava coraggio. Si chinò, baciò il collo di Marco, poi scese sul petto, leccando la pelle liscia, mentre Marco emetteva un gemito leggero, quasi imbarazzato. Giovanni gli abbassò i jeans, lentamente, scoprendo i boxer aderenti, il rigonfiamento evidente. Glieli tirò giù, e Marco non protestò. Giovanni si inginocchiò, il pavimento freddo sotto di lui, e prese il cazzo di Marco in mano, duro, caldo, con una leggera curva verso l’alto. Lo accarezzò, poi lo leccò, prima la punta, poi lungo l’asta, sentendo il sapore salato sulla lingua. Marco appoggiò una mano sulla sua testa, non per forzarlo, ma come a dire “vai avanti”. E Giovanni lo fece, lo prese in bocca, succhiando piano, goffamente, ma con una voglia che non aveva mai provato prima. Marco ansimava, i fianchi che si muovevano appena, come se volesse spingere di più ma si trattenesse.
Dopo qualche minuto, Giovanni si alzò, i pantaloni stretti dall’erezione. Marco lo guardò, gli occhi lucidi, la bocca socchiusa. “Girati,” gli disse Giovanni, la voce roca. Marco obbedì, senza una parola, appoggiandosi con le mani al muro. Giovanni gli abbassò i jeans e i boxer fino alle caviglie, guardando quel culo tondo, liscio, perfetto. Si sputò sulle dita, le passò tra le natiche di Marco, sfiorando il buco, stringendo i denti per il desiderio. Marco si irrigidì un attimo, poi rilassò i muscoli. “Fai piano, ok?” mormorò, la voce meno sicura di prima. Giovanni annuì, anche se Marco non poteva vederlo. Infilò un dito, piano, sentendo la resistenza, poi un altro, muovendoli dentro e fuori, mentre Marco respirava forte, un misto di disagio e piacere.
Quando gli sembrò pronto, Giovanni si slacciò i pantaloni, tirò fuori il cazzo, duro come non mai, e ci sputò sopra per lubrificare. Si avvicinò, la punta contro il buco di Marco, e spinse, lentissimo, sentendo la stretta. Marco gemette, un suono gutturale, e Giovanni si fermò un attimo. “Tutto ok?” chiese, quasi stupito della sua stessa voce. “Sì, cazzo, vai,” rispose Marco, la voce spezzata. Giovanni spinse ancora, entrando piano, fino a essere tutto dentro. La sensazione era assurda, calda, stretta, quasi soffocante. Cominciò a muoversi, prima lento, poi più deciso, le mani sui fianchi di Marco, la pelle che sbatteva contro la pelle con un rumore secco. Marco ansimava, gemeva, diceva cose tipo “Sì, cazzo, così,” con la voce che non aveva più nulla di superiore o arrogante. Giovanni si sentiva potente, per la prima volta, mentre lo scopava, ogni spinta più forte, più sicura. L’odore di sudore e sesso riempiva l’aria, il suono dei loro respiri e dei colpi era l’unica cosa che contava. Marco si girò appena, il viso arrossato, gli occhi semichiusi. “Più forte, dai,” quasi implorò, e Giovanni non se lo fece ripetere due volte. Lo scopò con tutto quello che aveva, sentendo il piacere montare, il calore che gli stringeva il petto.
Quando venne, fu come un’esplosione, un gemito strozzato mentre si svuotava dentro di Marco, le gambe che quasi cedevano. Marco, con una mano sul suo cazzo, venne subito dopo, schizzi bianchi sul muro, un rantolo che sembrava quasi un pianto. Rimasero così per un attimo, ansimando, il silenzio rotto solo dal suono dei loro respiri. Giovanni uscì piano, il cazzo ancora mezzo duro, e Marco si girò, i jeans ancora alle caviglie, il viso stravolto ma con un sorriso storto. “Cazzo, non me l’aspettavo da te,” disse, la voce bassa, quasi fragile. Giovanni non rispose, si limitò a tirarsi su i pantaloni, sentendosi svuotato ma soddisfatto. Marco non era più quello che lo snobbava. Non in quel momento. E a Giovanni andava benissimo così.
