La confessione che cambiò tutto (parte 6)
Katia prese il telefono dal comodino, lo puntò verso Giovanni ancora a quattro zampe, la lingua che raschiava la pianta del piede di Fabio. La crema pasticcera si era mescolata al sudore, al cioccolato sciolto, a un vago sentore di lattice e sesso. Il video partì in modalità silenziosa, ma lei alzò il volume per registrare ogni suono: il risucchio umido della lingua, il respiro affannato di Giovanni, la risata bassa e compiaciuta di Fabio.
«Guarda che bel cucciolo» mormorò Katia verso l’obiettivo, zoomando sul viso di Giovanni. «Sta pulendo il piede del vero maschio che mi ha scopato fino a farmi urlare. Bravo, amore… lecca bene tra le dita, non lasciare niente.»
Fabio ci aveva preso gusto. Si sedette sul bordo del letto, allungò l’altra gamba e posò il piede nudo sul vassoio schiacciato. Premette con forza: un cannolo esplose sotto il tallone, la ricotta schizzò sulle caviglie di Giovanni. Poi alzò il piede, lo tenne sospeso davanti alla bocca di lui.
«Apri, cagnolino. Mangia quello che resta.»
Giovanni esitò un secondo. Fabio gli diede un colpetto con le dita dei piedi sulla guancia.
«Apri, ho detto. O vuoi che ti faccia vedere quanto sei ridicolo a tutti i tuoi amici del lavoro? Katia ha già il numero di quel tuo collega simpatico, quello che ti prende sempre per il culo…»
Giovanni aprì la bocca. Fabio gli infilò le dita sporche tra le labbra, spingendo la crema e i frammenti di sfoglia dentro. Giovanni succhiò, tossì piano, ma continuò. Fabio rise forte.
«Cazzo, guarda come sei patetico. Un uomo di trentasette anni, con moglie, mutuo, lavoro decente… e sei qui a leccarmi i piedi sporchi di dolci mentre io mi scopo tua moglie. Sfigato del cazzo. Sottomesso. Ridicolo. Un piccolo cuckold inutile con il pisellino chiuso in gabbia che gocciola come un rubinetto rotto. Dimmi grazie.»
Giovanni, con la bocca piena, biascicò un «grazie» soffocato.
Fabio rise ancora di più, ritirò il piede e lo pulì strofinandolo sui capelli di Giovanni.
Katia posò il telefono sul comodino, ancora in registrazione, e si buttò tra le braccia di Fabio. Lo baciò con violenza: lingue che si avvinghiavano, morsi sulle labbra, mani che si infilavano ovunque. Giovanni era ancora lì sotto, a quattro zampe, la lingua che raschiava l’ultimo residuo di cioccolato dal tallone di Fabio, mentre loro due si baciavano sopra di lui come se fosse un mobile.
Katia si staccò un attimo, guardò in basso.
«Spostati un po’, cucciolo. Non disturbare.»
Fabio diede un calcio secco con il piede nudo contro la spalla di Giovanni, spingendolo di lato. Giovanni rotolò di qualche decina di centimetri, finì in ginocchio a un metro dal letto, il viso arrossato, la gabbietta che pulsava inutilmente.
Katia salì sopra Fabio, si posizionò a cavalcioni, guidò il cazzo grosso dentro di sé con un gemito lungo. Cominciarono a scopare come matti: lei che rimbalzava con forza, i seni che uscivano dal corpetto di pelle, lui che le afferrava i fianchi e la sbatteva giù su di sé. Gridavano, ridevano, si insultavano in modo osceno, si baciavano senza ritegno. Ignoravano completamente Giovanni. Come se non esistesse. Come se fosse aria, un’ombra sul tappeto, un mobile di cui non si ricorda nemmeno il nome.
Giovanni rimase in ginocchio, a guardare. Il respiro corto, le lacrime che gli rigavano le guance senza che se ne accorgesse, il cazzo che premeva disperato contro la plastica. Ogni affondo di Fabio dentro Katia era un colpo al suo stomaco, ogni gemito di lei una pugnalata dolce e crudele.
Dopo una decina di minuti Fabio grugnì forte, la tirò giù con violenza e venne. Non dentro: si tirò fuori all’ultimo secondo e schizzò sui piedi di Katia – getti caldi, densi, che le colarono tra le dita, sul dorso, mischiandosi ai residui di crema e cioccolato ancora attaccati.
Katia si girò verso Giovanni, ancora ansimante, i capelli appiccicati alla fronte sudata.
«Vieni qui. Pulisci.»
Giovanni scosse la testa, piano, quasi impercettibilmente.
«No… per favore…»
Katia non parlò. Si alzò in piedi sul letto, scese con un balzo agile e gli mollò un calcio preciso nelle palle – stavolta più forte, il tacco che colpì la gabbietta e i testicoli sotto. Giovanni si piegò in due, gemette forte, il fiato che gli usciva in un sibilo.
«Ho detto pulisci.»
Giovanni si chinò in avanti, prese il piede destro di Katia tra le mani tremanti. Lo portò alla bocca. Leccò. Prima la punta delle dita, dove lo sperma di Fabio era più denso, poi l’arco plantare, poi tra le dita. Sapore salato, amaro, dolce di residui di pasticcini, calore della pelle di lei. Leccò finché non rimase più niente, finché i piedi di Katia non tornarono lucidi solo di saliva.
Katia lo guardò dall’alto, sorridendo.
«Bravo. Ora vai a sederti in quell’angolo. Il video è ancora acceso. Guarda e impara quanto poco conti.»
Giovanni strisciò fino all’angolo della stanza, si accucciò contro il muro, ginocchia al petto, e rimase lì a guardare mentre Katia e Fabio ricominciavano a baciarsi sul letto, ridendo, ignorandolo di nuovo.
