Racconti Piccanti
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La gang del motoraduno

La gang del motoraduno

23 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono Martina, ho trentanove anni e, fino a due settimane fa, pensavo che la mia vita fosse una linea retta: studio, carriera, matrimonio, tutto perfettamente incastrato. Sono un’avvocatessa, una di quelle che non perdono mai la calma, che sanno sempre cosa dire in tribunale e come tenere la testa alta. Ma poi ho trovato quei messaggi sul telefono di mio marito. Lui, che predica la famiglia e i valori, si scopa una ragazzina della palestra. Vent’anni, capelli ossigenati, un culo sodo e zero cervello. Ho sentito la rabbia montarmi dentro, ma non era solo gelosia. Era disgusto per lui, per lei, per il loro livello. Eppure, invece di affrontarlo, ho sentito un’altra cosa crescere: la voglia di scendere anch’io in quel fango, di farmi trattare come un trofeo sporco, di vedere cosa si prova a essere usata.

È per questo che oggi sono qui, in un prato in mezzo al niente, a un raduno di motociclisti in campagna. Non so nemmeno come ci sono finita. Ho sentito parlare di questo posto da un cliente, un tipo losco che difendo per una storia di spaccio. “Se vuoi vedere della gente vera, che vive senza regole, vai lì,” mi ha detto. E io, che di solito sto nei salotti con i calici di vino, ho deciso di venire. Sono arrivata con il mio tailleur grigio perla, la camicetta di seta e i tacchi a spillo, un’aliena in mezzo a giubbotti di pelle, tatuaggi e birra a fiumi. Voglio solo osservare, mi dico, capire come funziona questo mondo. Ma dentro di me so che non è vero. Cerco qualcosa.

Il posto puzza di fumo, benzina e sudore. Ci sono Harley ovunque, musica rock che rimbomba da casse scassate, e gente che urla e ride. Mi guardo intorno, tenendo la borsa stretta al fianco. Sento gli occhi su di me. Non sono abituata a sentirmi fuori posto, ma qui lo sono. Un gruppo di ragazzi, sulla ventina, tatuati e con le facce stravolte – probabilmente strafatti – mi fissa da lontano. Sono cinque, seduti su delle sedie da campeggio vicino a una tenda. Uno di loro, con una cresta verde e un piercing al labbro, mi fa un cenno con la testa, un sorriso storto. Io non distolgo lo sguardo, non sono una che si intimidisce. Ma il cuore mi batte più forte. Non so se è paura o altro.

Mi avvicino al loro angolo, i tacchi che affondano nel terreno molle. “Che ci fai qui, signora?” dice quello con la cresta, alzandosi. Ha una voce roca, gli occhi rossi. Gli altri ridono, ma non distolgono lo sguardo. “Non sembri una che guida una moto.”

“Non sono qui per guidare niente,” rispondo fredda, incrociando le braccia. “Voglio solo vedere che tipo di gente gira in posti come questo.”

Uno di loro, un ragazzo magro con un tatuaggio sul collo, scoppia a ridere. “Che tipo di gente? Siamo noi, bella. E tu sembri una che si è persa andando a una riunione di lavoro.”

Non rispondo subito. Li guardo uno per uno. Hanno tutti quell’aria di chi non ha niente da perdere, di chi vive alla giornata. E io, che ho sempre controllato tutto, sento qualcosa dentro di me che si muove. Rabbia, sì, ma anche un bisogno che non voglio nominare. “Forse,” dico piano, con un mezzo sorriso, “voglio vedere cosa sanno fare i veri maschi. Non i finocchi che vedo di solito.”

Cala un silenzio pesante. Il tipo con la cresta mi fissa, poi sorride. “Hai sentito, ragazzi? La signora ci sta sfidando.” Gli altri si alzano, uno dopo l’altro, e si avvicinano. Non ho paura, non ancora. Sono io che controllo la situazione, mi dico. Ma il modo in cui mi guardano, come se fossi un pezzo di carne, mi fa stringere le cosce senza volerlo.

“Dici sul serio?” chiede un altro, più basso, con una barba incolta. Ha una birra in mano e puzza di alcol. “Perché se vuoi vedere, possiamo mostrarti un paio di cose.”

Li guardo, il cuore che mi martella. Dovrei andarmene, lo so. Ma non voglio. Voglio spingermi oltre, vedere fino a dove posso arrivare. “Mostratemelo, allora,” dico, con la voce ferma, anche se dentro tremo. “Non sono una che si tira indietro.”

Mi fanno segno di seguirli verso la tenda, un po’ isolata dal resto del raduno. Entro per prima, il terreno è sporco di terra e bottiglie vuote. Dentro c’è puzza di fumo e di chiuso. Mi tolgo la giacca del tailleur e la appoggio su una sedia pieghevole. Loro entrano dietro di me, chiudendo la zip della tenda. La luce è fioca, entra solo dai bordi della stoffa.

“Allora, signora,” dice quello con la cresta, avvicinandosi. “Come vuoi che cominciamo?” Ha un ghigno, ma nei suoi occhi c’è una specie di rispetto, come se non si aspettasse che fossi davvero qui.

“Fate quello che volete,” rispondo, guardandoli negli occhi uno per uno. “Ma fatelo bene. Non ho tempo da perdere.”

Il tipo con la barba si avvicina per primo, mi mette una mano sul fianco. “Sei sicura? Non sembri una che si fa toccare da gente come noi.”

“Se non fossi sicura non sarei qui,” ribatto, spingendo via la sua mano, ma solo per un attimo, per fargli capire che sono io a decidere. “Toccami di nuovo. E non essere timido.”

Ride, e questa volta mi afferra i fianchi con più forza, tirandomi verso di lui. Gli altri si avvicinano, sento il loro respiro, il loro calore. Uno mi tocca i capelli, un altro mi sfiora il collo. Non mi muovo, ma il cuore mi va a mille. Mi sento fuori dal mio corpo, come se stessi guardando la scena dall’alto. Eppure, il contatto delle loro mani callose sulla mia pelle mi fa fremere. Non sono abituata a essere toccata così, senza cerimonie, senza preamboli.

“Sei proprio una troia di classe, eh?” dice quello con la cresta, abbassandosi per baciarmi il collo. Il suo fiato puzza di fumo, ma non mi importa. Mi lascio baciare, inclinando la testa. Un altro mi slaccia la camicetta, piano, pulsante per pulsante. Sento il tessuto che si apre, l’aria sulla pelle. Non porto reggiseno, non oggi. Quando lo vedono, uno di loro fischia. “Cazzo, guardate queste tette. Perfette.”

Non dico niente, ma dentro di me sorrido. So di avere un bel corpo, lo curo. E vedere i loro occhi pieni di desiderio mi fa sentire potente. Mi tirano via la camicetta, lasciandola cadere a terra. Uno di loro, il più magro, mi stringe un seno, pizzicandomi il capezzolo. Fa male, ma non protesto. Voglio che continuino. “Più forte,” dico, con la voce bassa. Lui obbedisce, e io mordo il labbro per non gemere.

Mi spingono verso un materasso steso in un angolo della tenda. Non è pulito, ma non mi importa. Mi fanno sedere, e due di loro si mettono davanti a me, slacciandosi i jeans. Vedo i loro cazzi, già duri, e non distolgo lo sguardo. “Succhialo,” dice uno, quello con la barba, spingendomi la testa verso di lui. Non resisto, lo prendo in bocca. È grosso, caldo, e sa di sudore. Muovo la lingua lentamente, sentendo ogni vena, mentre con una mano tocco l’altro. Gli altri ragazzi mi guardano, uno si masturba, un altro mi tocca il culo da sopra la gonna.

“Brava, così,” dice quello con la barba, spingendomi la testa più in fondo. Quasi soffoco, ma non mi fermo. Mi piace il modo in cui mi parlano, rozzo, senza filtri. Mi fanno sentire usata, e in questo momento è esattamente quello che voglio. La gonna mi viene tirata su, le mutandine scostate. Sento dita che mi toccano lì, ruvide, senza delicatezza. Sono già bagnata, e uno di loro lo commenta con una risata. “Cazzo, è fradicia. Le piace.”

Non rispondo, non posso, ho la bocca piena. Ma dentro di me so che ha ragione. Mi piace. Mi piace essere al centro della loro attenzione, essere ridotta a questo. È la mia vendetta, contro mio marito, contro quella ragazzina, contro tutto. Mi fanno stendere sul materasso, mi tolgono la gonna e le mutandine. Sono nuda, esposta. Uno di loro, quello con la cresta, si mette sopra di me, mi apre le gambe. “Ti scopo per primo, ok?” dice, guardandomi negli occhi.

“Fallo,” rispondo, sostenendo il suo sguardo. Entra dentro di me con una spinta decisa, senza preavviso. È violento, e io grido, ma non di dolore. È un misto di shock e piacere. Comincia a muoversi, forte, ogni spinta mi fa tremare. Gli altri guardano, alcuni si avvicinano, mi toccano. Uno mi schiaffa il culo, un altro mi sputa in faccia. Non protesto. Voglio di più. “Più forte, cazzo,” dico tra i denti, e lui ride, aumentando il ritmo.

“Cazzo, sei stretta,” dice, ansimando. Sento il suo sudore sulla mia pelle, l’odore forte del suo corpo. Non dura molto, si tira fuori e viene sul mio stomaco. Non ho nemmeno il tempo di respirare che un altro prende il suo posto. Questo è più grosso, mi fa male all’inizio, ma poi il dolore si trasforma in qualcosa di diverso. Mi aggrappo alle sue spalle, le unghie che affondano nella sua pelle tatuata.

“Ti piace, eh, puttana?” dice, spingendo con forza. Io annuisco, non riesco a parlare. Un altro si mette vicino alla mia testa, mi infila il cazzo in bocca. Lo succhio mentre l’altro mi scopa, e un terzo mi tiene le mani sopra la testa. Non posso muovermi, sono completamente alla loro mercé. Eppure, dentro di me, mi sento in controllo. Loro non sanno chi sono, non sanno che sono io a permettere tutto questo. Sono solo dei ragazzini che giocano a fare i duri, ma sono io che li sto usando.

A un certo punto, uno di loro dice: “Facciamo doppia, dai.” Non capisco subito, ma poi sento un altro che si posiziona dietro di me. Mi sollevano, mi mettono a carponi. Uno entra nella mia figa, l’altro nel culo. Fa male, un dolore acuto, ma non dico di fermarsi. Stringo i denti, respiro forte. “Cazzo, rilassati,” dice quello dietro, dandomi uno schiaffo sul culo. Lo faccio, e piano piano il dolore diventa sopportabile, poi quasi piacevole. Si muovono insieme, uno dentro, uno fuori, e io mi sento piena, sopraffatta.

“Brava, troia, prendili tutti e due,” dice uno degli altri, guardandomi con un ghigno. Mi sputa di nuovo in faccia, e io non reagisco. Il trucco mi cola, lo sento sulle guance, mescolato al sudore e alla saliva. Non so quanto dura, ma vengo, una, due, tre volte. Il mio corpo trema, le gambe cedono, ma loro non si fermano. Continuano a spingere, a insultarmi, a usarmi. E io li lascio fare, perché ogni spinta è una pugnalata a mio marito, a quella vita perfetta che mi ha tradito.

Quando finiscono, uno dopo l’altro, sono un disastro. Sono sdraiata sul materasso, il respiro corto, il corpo appiccicoso di sudore e sperma. Loro si tirano su i pantaloni, ridono tra loro, si danno pacche sulle spalle. “Cazzo, questa sì che è stata una scopata,” dice quello con la cresta, guardandomi con un sorriso. Io non dico niente, mi alzo piano, ignorando il dolore tra le gambe. Mi pulisco la faccia con il dorso della mano, ma so che il mascara è ovunque.

“Sei stata brava, signora,” dice un altro, passandomi una birra. La prendo, bevo un sorso. Non ho voglia di parlare. Mi rivesto lentamente, mentre loro escono dalla tenda, lasciandomi sola per un momento. Mi guardo allo specchio di una borsa che hanno lasciato lì. Sono un disastro, ma nei miei occhi c’è qualcosa di nuovo. Non so se è soddisfazione o vuoto, ma non mi importa. Ho avuto quello che volevo.

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