Autostop brutale
Mi chiamo Filippo, ho 22 anni e quella notte non avrei mai immaginato che una festa del cazzo potesse trasformarsi in un incubo del genere. Ero uscito con degli amici in un locale fuori città, un posto di quelli dove la birra costa poco e la musica spacca i timpani. Avevo bevuto troppo, ballato come un idiota e, verso le tre, un tizio ubriaco mi aveva vomitato addosso mentre cercavo di raggiungere il bagno. Una schifezza appiccicosa che mi aveva inzuppato la maglietta, i jeans, persino le scarpe. Non c’era modo di ripulirmi lì, così avevo infilato tutto in un sacchetto di plastica trovato dietro il bancone, restando in mutande. Ero un disastro, ma dovevo tornare a casa. Nessun amico poteva riaccompagnarmi, i taxi non passavano da quelle parti a quell’ora e l’autobus più vicino sarebbe arrivato solo all’alba. Così, con il sacchetto in mano e un freddo che mi faceva tremare, mi ero messo sul ciglio della strada a fare l’autostop.
Non c’era un’anima in giro, solo il rumore delle cicale e qualche macchina che sfrecciava senza rallentare. Dopo dieci minuti, un furgoncino bianco si era fermato. Due tizi, sulla trentina, con le facce stanche e le tute da lavoro macchiate di grasso, mi avevano squadrato dal finestrino. Quello al volante, un tipo robusto con la barba di qualche giorno, aveva tirato giù il vetro e mi aveva chiesto:
“Che cazzo fai in mutande in mezzo alla strada, ragazzino?”
“Mi sono sporcato alla festa, ho vomitato addosso… tutto. Devo tornare in città, potete darmi un passaggio?” avevo risposto, tentando di sembrare meno patetico di quanto fossi.
L’altro, più magro, con un ghigno che non mi piaceva per niente, aveva detto:
“Puzzi come una fogna. Non sali così, ci sporchi tutto.”
“Ho i vestiti nel sacchetto, non tocco niente, promesso,” avevo insistito, stringendo quella busta di plastica come fosse un tesoro.
Il barbuto aveva scambiato un’occhiata con il compagno, poi aveva aperto la portiera posteriore.
“Dai, sali. Ma le mutande le togli. Non voglio quella merda sulla mia tappezzeria.”
“Cosa?” avevo balbettato, pensando di aver capito male.
“Hai sentito. O te le togli o te ne stai qui a gelarti il culo. Scegli.”
Non avevo molte opzioni. Tremavo, ero stanco e quella strada deserta non prometteva nulla di buono. Con le mani che mi tremavano, mi ero sfilato le mutande, restando nudo come un verme davanti a loro. Il magro aveva riso sotto i baffi, mentre il barbuto mi aveva ordinato:
“E butta via quella busta di merda. Non la voglio in macchina.”
“Ma ci sono i miei vestiti dentro! Non posso—”
“Non discutere, cazzo. Butta o scendi.”
Con un nodo in gola, avevo aperto il sacchetto e l’avevo gettato sul ciglio della strada. Ero salito sul retro del furgoncino, cercando di coprirmi con le mani, mentre loro due si erano scambiati un altro sguardo che mi aveva fatto accapponare la pelle. Il motore era partito con un rombo, e il viaggio era iniziato.
Non parlavano molto all’inizio, ma ogni tanto mi lanciavano occhiate dallo specchietto. Mi sentivo come un pezzo di carne esposto, nudo su quel sedile freddo, con l’odore di sudore e olio motore che impregnava l’abitacolo. Poi il magro si era girato verso di me, con quel sorrisetto che non prometteva niente di buono.
“Sei proprio uno stronzetto malmesso, eh? Che ci fai a una festa se non reggi nemmeno due birre?”
“Non è stata colpa mia, un tizio mi ha vomitato addosso,” avevo borbottato, tenendo lo sguardo basso.
“E ora sei qui, col culo al vento. Patetico,” aveva aggiunto il barbuto, con una risata grassa che mi aveva fatto stringere i denti.
“Non vi sto sporcando niente, sto attento,” avevo provato a difendermi.
“Attento un cazzo. Sei un disastro. Se ti muovi troppo, giuro che ti faccio scendere e ti lascio nudo in mezzo al nulla,” aveva ringhiato il magro.
Il tragitto sembrava non finire mai. Ogni tanto uno dei due faceva un commento sul mio aspetto, sul fatto che sembravo un ragazzino smarrito, che non valevo nemmeno la benzina che stavano sprecando. Mi sentivo sempre più piccolo, sempre più umiliato. Poi, dopo una ventina di minuti, il furgoncino aveva rallentato e si era fermato in un’area di sosta deserta, illuminata solo da un paio di lampioni fiacchi. Non c’era traccia di vita, solo il ronzio dell’elettricità e il rumore del vento.
“Perché ci siamo fermati? Non siamo ancora in città,” avevo chiesto, con la voce che mi tremava.
Il barbuto si era voltato, con un’espressione che non lasciava spazio a dubbi.
“Scendi. Abbiamo voglia di divertirci un po’ prima di lasciarti andare.”
“Che… che significa?” avevo balbettato, ma il magro aveva già aperto la portiera posteriore e mi aveva afferrato per un braccio.
“Non fare il finto tonto. Scendi e basta.”
Mi avevano trascinato fuori, nudo sotto quella luce fredda che metteva in evidenza ogni dettaglio del mio corpo. Tremavo, non solo per il freddo, ma per la paura che mi stringeva lo stomaco. Il barbuto mi aveva spinto verso il cofano del furgoncino, facendomi piegare in avanti. Il metallo era gelido contro la mia pancia, e le mani ruvide di uno dei due mi tenevano fermo per i fianchi.
“Stai fermo, ragazzino. Non fare storie,” aveva detto il magro, mentre sentivo il rumore di una cintura che si slacciava.
“Vi prego, non fatelo. Vi do quello che volete, ma non questo,” avevo implorato, con la voce spezzata.
“Quello che vogliamo ce lo stiamo già prendendo,” aveva ringhiato il barbuto, e avevo sentito le sue mani callose aprirmi le natiche con forza.
Non c’era nulla di delicato in quello che stava succedendo. Il primo, il barbuto, si era posizionato dietro di me, e avevo sentito la pressione del suo membro contro di me, grosso e insistente. Non c’era lubrificazione, solo la sua saliva che aveva sputato direttamente lì, un gesto freddo e brutale. Quando aveva iniziato a spingere, il dolore era stato acuto, un bruciore che mi aveva fatto stringere i denti e serrare le mani sul cofano.
“Cazzo, sei stretto come una vergine. Rilassati o fa più male,” aveva detto, con un tono che sembrava quasi divertito.
“Non ci riesco, fa male, cazzo!” avevo gridato, cercando di divincolarmi, ma le sue mani mi tenevano fermo come una morsa.
“Zitto, non urlare. Tanto non ti sente nessuno qua fuori,” aveva aggiunto il magro, che si era posizionato davanti a me, slacciandosi i pantaloni.
Il suo cazzo era già duro, di media lunghezza ma spesso, con una vena che pulsava lungo l’asta. Me lo aveva sbattuto vicino alla faccia, l’odore forte di sudore e pelle non lavata che mi colpiva le narici.
“Dai, apri la bocca, non fare il difficile. Se lo prendi bene, magari finiamo prima,” aveva detto, con un ghigno.
“No, vi prego, non—” avevo provato a protestare, ma lui mi aveva afferrato per i capelli e mi aveva costretto ad aprire la bocca. Il sapore era acre, un misto di sale e sporco che mi faceva venir voglia di vomitare, ma non potevo fare nulla. Dietro di me, il barbuto continuava a spingere, i suoi grugniti che si mescolavano al rumore del metallo sotto di me ogni volta che sbatteva contro il cofano.
“Così, bravo, succhia come si deve. Non mordere o ti faccio vedere io,” mi aveva minacciato il magro, muovendo i fianchi per spingersi più in fondo nella mia bocca.
Il ritmo era brutale, senza pause. Il barbuto mi penetrava con spinte profonde, ogni colpo che mi faceva sobbalzare e sentire il metallo freddo sfregare contro la mia pelle. Il suo fiato pesante mi arrivava a ondate, un misto di alcol e fatica, mentre le sue mani mi stringevano i fianchi così forte da lasciarmi i segni. Davanti, il magro mi teneva la testa ferma, i suoi movimenti sempre più veloci, il suono bagnato della mia bocca che lo avvolgeva mescolato ai suoi gemiti bassi.
“Guardalo, sembra fatto apposta per prenderlo,” aveva detto il barbuto, con una risata roca, aumentando il ritmo.
“Già, un bel culetto da scopare. E la bocca non è male,” aveva risposto l’altro, tirandomi i capelli per farmi guardare in su, i suoi occhi pieni di una soddisfazione che mi faceva rabbrividire.
Il dolore dietro si era un po’ attenuato, sostituito da una sensazione di pienezza che non riuscivo a ignorare. Ogni spinta del barbuto sembrava colpire un punto dentro di me che mi faceva sfuggire dei suoni involontari, gemiti soffocati che il magro interpretava come un invito.
“Oh, ti piace, eh? Lo sapevo che sotto sotto eri uno di quelli,” aveva detto, ridendo, mentre mi spingeva il cazzo ancora più in gola, facendomi tossire.
“Non dire cazzate, sto solo cercando di non soffocare,” avevo ansimato, approfittando di un momento in cui si era tirato indietro.
“Parla meno e succhia di più, stronzo,” aveva ribattuto lui, schiaffeggiandomi leggermente la guancia prima di tornare a spingere.
La sensazione di essere usato da entrambi i lati era schiacciante. Il cofano sotto di me era scivoloso per il sudore, il freddo del metallo che si mescolava al calore dei loro corpi. Il barbuto aveva rallentato un attimo, tirandosi fuori per un istante, e avevo sentito il vuoto improvviso, seguito da un altro sputo caldo che aveva colpito direttamente il mio ingresso. Poi era rientrato, con una spinta secca che mi aveva fatto gridare.
“Così, cazzo, prendilo tutto. Non ti muovere,” aveva ordinato, e il ritmo era ripreso, più duro di prima. Ogni colpo sembrava scuotermi dentro, il rumore della sua pelle contro la mia che riecheggiava nell’aria immobile della notte.
Davanti, il magro stava perdendo il controllo, i suoi movimenti più irregolari, il respiro spezzato.
“Sto per venire, ragazzino. Preparati, non sprecarne nemmeno una goccia,” aveva detto, stringendomi la testa con entrambe le mani.
Non potevo rispondere, la bocca piena, il sapore sempre più forte mentre lui si spingeva fino in fondo. Quando era esploso, il liquido caldo mi aveva colpito la gola, amaro e viscoso, e avevo fatto fatica a deglutire, tossendo mentre lui si tirava indietro con un sospiro soddisfatto.
“Bravo, hai fatto il tuo dovere,” aveva detto, dandomi una pacca sulla testa come fossi un cane.
Ma non era finita. Il barbuto era ancora dietro di me, e sembrava non avere nessuna intenzione di rallentare. Le sue mani mi stringevano così forte che sentivo le unghie scavarmi nella carne, il suo ritmo sempre più veloce, i grugniti che si trasformavano in ringhi.
“Dai, cazzo, sto per riempirti. Prendilo tutto, stronzo,” aveva detto, e con un’ultima spinta profonda, aveva raggiunto il culmine, il calore del suo seme che si riversava dentro di me, un sensazione strana e invasiva che mi aveva fatto rabbrividire. Era rimasto fermo per un momento, il respiro pesante, prima di tirarsi fuori lentamente, lasciandomi un senso di vuoto e bruciore.
Ero distrutto, piegato sul cofano, il corpo che tremava per lo sforzo e l’umiliazione. Il magro si era riallacciato i pantaloni, guardandomi con un sorriso soddisfatto.
“Non male, ragazzino. Magari la prossima volta ci pensi due volte prima di salire in macchina con degli sconosciuti.”
Il barbuto aveva riso, dandomi una pacca sul culo che mi aveva fatto sobbalzare per il dolore.
“Ora alzati. Ti lasciamo qua, trovati un modo per tornare a casa.”
Mi avevano lasciato lì, nudo, sotto la luce dei lampioni, mentre il furgoncino si allontanava con un rombo. Il freddo mi mordeva la pelle, il corpo dolorante e sporco, ma non potevo fare altro che restare fermo per un momento, cercando di riprendere fiato. Non sapevo come sarei tornato, né cosa avrei raccontato, ma in quel momento l’unica cosa che sentivo era il peso di quello che era appena successo, un peso che non avrei dimenticato facilmente.
