Dietro il magazzino
Sono Marco, un tipo qualunque, uno che tira avanti con lavoretti qua e là. Non sono un santo, non lo sono mai stato. Ho sempre avuto un debole per le donne che non dovrei nemmeno guardare, quelle con la fede al dito, quelle che sembrano tutte perfette ma dentro hanno un fuoco che brucia. E lei, Chiara, era proprio una di quelle. La conoscevo da un po’, lavorava come cassiera al supermercato vicino casa mia. Sempre un sorriso tirato, sempre un “ciao” veloce, ma i suoi occhi… cazzo, i suoi occhi mi dicevano altro. Mi guardavano come se volessero qualcosa che non potevano avere. E io lo volevo darle.
Quel giorno ero passato a prendere due birre, niente di che. Lei era lì, dietro la cassa, con quella camicetta bianca aderente che lasciava intravedere il bordo del reggiseno nero. Mi sono fermato un attimo di troppo a fissarla mentre passava i prodotti. Lei se n’è accorta, ha alzato lo sguardo e ha detto, con una voce bassa che quasi tremava: “Che cazzo guardi, Marco? Hai qualcosa da dire?”. Non era arrabbiata, no. Era come se mi stesse sfidando. E io non mi tiro mai indietro.
“Guardo quello che mi piace,” le ho risposto, con un ghigno. “E tu lo sai cosa mi piace.” Lei ha stretto le labbra, ma non ha distolto lo sguardo. “Sei un porco,” ha sussurrato, ma c’era un sorriso sporco dietro quelle parole. “E tu sei una che vorrebbe fare la porca, ma non ha il coraggio,” ho ribattuto, chinandomi un po’ verso di lei. Ho sentito il suo respiro accelerare. “Finisco il turno fra dieci minuti,” ha detto infine, quasi sottovoce. “Aspettami dietro, al magazzino. Se ci stai.” Cazzo, se ci stavo.
Mi sono piazzato dietro il supermercato, vicino al magazzino, un posto di merda pieno di cartoni ammucchiati e puzza di spazzatura. C’era una porta di metallo socchiusa, e il rumore del traffico in lontananza. Ogni tanto passava qualcuno, ma era un angolo nascosto, di quelli che usi per fare cose che non vuoi far vedere. Ero già duro solo a pensarci, a immaginarla che usciva e si avvicinava con quella faccia da brava ragazza che vuole essere scopata fino a non reggersi in piedi.
Quando è arrivata, aveva ancora la camicetta del lavoro, ma i primi due bottoni erano slacciati. Mi ha guardato, nervosa, ma eccitata. “Mio marito non sa niente,” ha detto subito, come per giustificarsi. “E non lo saprà,” ho risposto, avvicinandomi. “Ma tu lo vuoi, vero? Vuoi sentire qualcosa che lui non ti dà.” Lei ha annuito, mordendosi il labbro. “Sì, cazzo. Lo voglio.”
L’ho spinta contro il muro, senza troppi giri. Le sue tette premevano contro di me, e ho infilato una mano sotto la camicetta, stringendo un seno sopra il reggiseno. Era caldo, morbido, il capezzolo già duro sotto il tessuto. Lei ha ansimato, chiudendo gli occhi. “Sei già bagnata, vero?” le ho chiesto, con la voce roca. “Dimmi quanto sei bagnata.” Lei ha aperto gli occhi, mi ha fissato e ha detto: “Toccami e lo scoprirai, stronzo.” Cazzo, quelle parole mi hanno mandato fuori di testa.
Le ho alzato la gonna con una mano, mentre con l’altra le tenevo il collo, appena sotto il mento, per farle capire chi comandava. Le sue mutande erano nere, di pizzo, già umide al tatto. Ho strofinato le dita contro la stoffa, sentendo il calore della sua fica che pulsava. “Sei fradicia,” le ho detto, guardandola negli occhi. “Ti bagni così per uno che nemmeno conosci bene?” Lei ha gemuto piano, spingendo i fianchi contro la mia mano. “Sì, cazzo, mi bagni così. Toccami di più, ti prego.”
Ho tirato giù le mutande fino alle cosce, lasciandole cadere. La sua fica era lì, rasata, lucida di umori. Ho passato un dito tra le labbra, lento, sentendo ogni piega, ogni tremito del suo corpo. Lei ha buttato la testa indietro, contro il muro, e ha mormorato: “Oh, cazzo, sì, proprio lì.” Ho infilato un dito dentro, poi due, sentendo quanto era stretta, quanto era calda. Muovevo la mano con un ritmo lento ma deciso, mentre con il pollice le strofinavo il clitoride, facendola gemere più forte. “Ti piace, eh? Vuoi che ti scopi con le dita finché non vieni?” le ho chiesto, accelerando. Lei ha annuito, con il respiro spezzato. “Sì, sì, fammi venire, Marco, non fermarti.”
Ma non volevo che finisse così presto. L’ho girata di forza, con la faccia contro il muro, le mani appoggiate al cemento freddo. Le ho tirato su la gonna fino alla vita, scoprendole il culo. Era tondo, sodo, perfetto da afferrare. Le ho dato uno schiaffo leggero, giusto per sentire il rumore e vedere la pelle arrossarsi un po’. Lei ha sussultato, ma non ha protestato. “Ti piace quando faccio lo stronzo, vero?” le ho detto, chinandomi a mordicchiarle il lobo dell’orecchio. “Sì, mi piace,” ha risposto, con la voce che tremava. “Fammi quello che vuoi, ma fallo subito.”
Mi sono slacciato i pantaloni, tirando fuori il cazzo già duro come pietra. Gliel’ho strofinato contro il culo, poi tra le cosce, sentendo il calore della sua fica che mi chiamava. “Lo vuoi dentro, Chiara?” le ho chiesto, spingendo appena la punta contro di lei. “Dimmelo chiaro.” Lei si è girata a guardarmi da sopra la spalla, gli occhi pieni di desiderio e vergogna mischiati insieme. “Sì, lo voglio dentro. Scopami, cazzo, non farmi aspettare.”
Non me lo sono fatto ripetere. L’ho afferrata per i fianchi e sono entrato dentro di lei con una spinta lenta ma decisa. Era stretta, caldissima, e i suoi muscoli si contraevano intorno a me mentre entravo fino in fondo. Ho sentito un gemito strozzato uscirle dalla gola, e io stesso ho dovuto trattenermi per non venire subito. “Cazzo, sei perfetta,” le ho detto, iniziando a muovermi. Ogni spinta era un misto di piacere e controllo, sentivo il mio cazzo scivolare dentro e fuori, i suoi umori che mi bagnavano, il rumore osceno della nostra carne che sbatteva.
Lei si reggeva al muro, con le mani che graffiavano il cemento, e ogni tanto si girava per guardarmi, con la bocca socchiusa, il respiro affannoso. “Più forte,” mi ha detto a un certo punto, con una voce che era quasi un ordine. “Scopami più forte, Marco, fammi sentire tutto.” E io l’ho accontentata. Ho accelerato il ritmo, sbattendola contro il muro con colpi secchi, profondi, sentendo il piacere montare dentro di me come una marea. Ogni spinta era un’esplosione di calore, di tensione, il mio cazzo pulsava dentro di lei, e i suoi gemiti diventavano sempre più alti, quasi urla.
“Sto per venire,” ha detto a un certo punto, con la voce rotta. “Cazzo, sto per venire, non fermarti.” Le ho afferrato i capelli con una mano, tirandole la testa indietro mentre continuavo a scoparla. “Vieni per me, Chiara. Fammi sentire quanto ti piace il mio cazzo,” le ho ringhiato nell’orecchio. E lei è esplosa. Ho sentito la sua fica stringersi intorno a me, un calore liquido che mi bagnava, i suoi tremori che scuotevano tutto il corpo. Ha urlato, un suono gutturale, animalesco, e io ho dovuto stringere i denti per non seguirla subito.
Quando si è calmata, l’ho tirata via dal muro e l’ho fatta inginocchiare sui cartoni sporchi. Ero al limite, il cazzo che pulsava, lucido dei suoi umori. “Guardami,” le ho detto, con la voce dura. Lei ha alzato gli occhi, pieni di lussuria e sottomissione. “Fammi venire, Chiara. Prendilo in bocca.” Lei non ha esitato. Ha aperto le labbra, avvolgendomi con la sua bocca calda, la lingua che scivolava lungo la mia lunghezza. Ho sentito il piacere schizzare come un fulmine lungo la schiena, e in pochi secondi sono venuto, con un grugnito, riempiendole la bocca mentre lei ingoiava tutto, senza staccare gli occhi dai miei.
Siamo rimasti lì, ansimando, con il rischio che qualcuno potesse passare e vederci. Ma non me ne fregava niente. E nemmeno a lei. “Non l’ho mai fatto così,” ha detto dopo un po’, con la voce ancora tremante. “Con mio marito non è mai stato così.” Io ho sorriso, tirandomi su i pantaloni. “E non lo sarà mai, Chiara. Ma tu sai dove trovarmi.”
Ci siamo separati senza dire altro, con il sapore di quello che avevamo fatto ancora sulla pelle. Sapevo che sarebbe tornata. E io l’avrei aspettata.
