Provocare il buttafuori
Eccomi qua, Rebecca, 22 anni, studentessa Erasmus in questa città che puzza di birra e rimpianti. Sono in Italia da tre mesi, e sto ancora cercando quel brivido che possa far impallidire le mie amiche quando tornerò a casa. Stasera, però, ho un piano. Non è un’idea geniale, lo so, ma voglio qualcosa di sporco, di pericoloso, di trash. Qualcosa che possa raccontare con un sorrisetto mentre le altre sgranano gli occhi. E il mio bersaglio è lì, davanti all’ingresso del locale: Daniele, il buttafuori. Quarant’anni, braccia grosse come tronchi, faccia da uno che ha visto troppe risse e troppe notti finite male. Non è bello, ma ha quell’aria da “ti spacco in due se mi guardi storto”. Perfetto.
Sono dentro il locale, la musica mi spacca le orecchie, e sto bevendo il terzo gin tonic. Mi guardo intorno, studio la situazione. Devo farmi buttare fuori, ma in modo che sembri credibile. Non voglio fare la figura della scema. Così, mi avvicino al bancone, fingo di litigare con un tipo a caso, alzo la voce, gli tiro un bicchiere vuoto vicino ai piedi. Non ci vuole molto: Daniele arriva come un carro armato, mi afferra per un braccio e mi trascina verso l’uscita. “Fuori, ragazzina, non fare casini,” ringhia. Ha la voce roca, sembra che fumi due pacchetti al giorno. Io faccio finta di oppormi, scalcio un po’, ma lascio che mi porti fuori. La porta si chiude alle mie spalle con un tonfo, e siamo nel vicolo dietro il locale. È buio, puzza di immondizia e birra versata, e si sentono le macchine passare sulla strada principale, a una cinquantina di metri da qui.
“Calmati, ok? Non voglio chiamare la polizia,” mi dice, incrociando le braccia. È enorme, mi sovrasta di almeno trenta centimetri. Ha una camicia nera aderente che gli tira sul petto, e i jeans sono così consumati che sembrano sul punto di strapparsi. Io lo guardo, e dentro di me c’è un misto di paura e adrenalina. So che sto giocando col fuoco, ma è proprio questo che voglio. Un’esperienza che mi faccia battere il cuore così forte da non riuscire a dormire stanotte. “Non mi serve la polizia, mi serve che mi lasci stare,” ribatto, con un tono un po’ troppo provocatorio. Lui alza un sopracciglio, fa un passo verso di me. “Guarda che non sto scherzando. Torna a casa prima che ti ci porto io a calci.” Io sorrido, un sorriso strafottente, e faccio un passo avanti anch’io. Siamo a un metro di distanza, e sento il suo odore: sudore, fumo, e un vago accenno di dopobarba cheap. “E se non voglio tornare a casa?” gli dico, guardandolo dritto negli occhi.
C’è un momento di silenzio, e vedo che tentenna. Non sa se sto scherzando o cosa. Io colgo l’occasione: mi avvicino ancora, gli metto una mano sul petto – è duro come un muro – e mi alzo sulle punte per baciarlo. Le sue labbra sono ruvide, sa di tabacco, ma non mi sposta. Per un attimo resta fermo, poi mi afferra per i fianchi con quelle mani enormi e ricambia il bacio, forte, come se volesse mangiarmi. Dentro di me penso: “Cazzo, ci sono dentro. Sta succedendo davvero.” Ma una parte di me è terrorizzata. E se mi fa male? E se mi molla qui e se ne va? Però l’adrenalina mi spinge avanti, e non mi fermo.
Lo spingo verso il muro del vicolo, ma è lui che prende il controllo. Mi gira di spalle con una mossa decisa, e mi ritrovo con le mani appoggiate al muro freddo e sporco. “Sei sicura di quello che stai facendo, ragazzina?” mi sussurra all’orecchio, la sua voce è un ringhio basso. Sento il suo fiato caldo sul collo, e un brivido mi corre lungo la schiena. “Sì, sono sicura. E smettila di chiamarmi ragazzina,” rispondo, girando appena la testa per guardarlo. Lui sogghigna, e sento le sue mani scendere lungo i miei fianchi, sotto la gonna corta che ho messo apposta stasera. La sua presa è forte, quasi mi fa male, ma mi piace. Mi tira su la gonna fino alla vita, lasciandomi con le mutandine nere in bella vista. Fa freddo, l’aria mi pizzica la pelle, ma il suo corpo contro il mio è bollente.
“Sei proprio una piccola stronza, eh?” mi dice, mentre una delle sue mani scivola davanti, tra le mie gambe. Mi sfiora sopra il tessuto, e io stringo le labbra per non gemere subito. Non voglio dargli questa soddisfazione, non ancora. Però è difficile, perché le sue dita si muovono lente, precise, e sento che sto già perdendo il controllo. “E tu sei un vecchio porco, no?” ribatto, con la voce che trema un po’. Lui ride, una risata profonda, e mi sposta le mutandine di lato. Il primo contatto con le sue dita ruvide mi fa sobbalzare. È diretto, non perde tempo, e io mi ritrovo a spingere il bacino contro la sua mano, come se non potessi farci niente. Mi mordo il labbro, il cuore mi batte all’impazzata. Ogni tanto passa una macchina in lontananza, i fari illuminano appena il vicolo, e io penso: “Se ci vedono, sono fregata.” Ma questo pensiero mi eccita ancora di più.
Dopo qualche minuto di questo gioco, in cui lui mi tocca e io cerco di non cedere del tutto, mi fa spostare. C’è un bidone della spazzatura a un paio di metri, e mi ci appoggia sopra una gamba, tenendola alzata con una mano. Sono in una posizione assurda, mezza piegata, con una gamba sul bidone e l’altra a terra, il culo per aria e la gonna arrotolata in vita. Mi sento esposta, vulnerabile, ma è esattamente quello che volevo. Lui si mette dietro di me, e sento il rumore della cintura che si slaccia, poi della zip dei jeans. “Ultima possibilità per tirarti indietro,” mi dice, ma so che non sta parlando sul serio. “Fottiti e vai avanti,” rispondo, girando la testa per guardarlo. Ha un’espressione dura, quasi incazzata, ma nei suoi occhi c’è una luce che mi fa capire quanto lo voglia.
Quando entra dentro di me, lo fa con un colpo secco, e io non riesco a trattenere un gemito. È grosso, più di quanto mi aspettassi, e mi fa male per un secondo prima che il dolore si trasformi in qualcosa di più profondo, più intenso. “Cazzo, sei stretta,” grugnisce, mentre inizia a muoversi, lento all’inizio, tenendomi per i fianchi. Io mi aggrappo al bordo del bidone con una mano, con l’altra tengo il muro per non perdere l’equilibrio. Ogni spinta è forte, decisa, e sento il suo bacino sbattere contro di me con un rumore sordo, ritmico. Il vicolo è silenzioso, a parte i nostri respiri pesanti e qualche macchina che passa lontana. L’odore di immondizia e asfalto si mescola al suo sudore, e io sono persa in questa cosa, in questo momento che è esattamente il casino che volevo.
“Ti piace, eh? Piccola troia,” mi dice, e la sua voce è un misto di scherno e desiderio. Non rispondo subito, sto ansimando, ma poi riesco a dire: “Sì, mi piace. E tu? Ti piace sbattermi così?” Lui non risponde, ma aumenta il ritmo, e io capisco che è la sua risposta. Ogni tanto mi stringe il fianco così forte che so che mi resteranno i segni, ma non mi importa. Mi spingo contro di lui, assecondando i suoi movimenti, e sento il piacere montare, lento ma inarrestabile. La gamba appoggiata sul bidone trema, sto per perdere l’equilibrio, ma lui mi tiene ferma, mi sostiene con quelle braccia da bestia. “Non cadere adesso,” mi dice, e io rido, anche se ho il fiato corto. “Tranquillo, ci penso io.”
Quando finalmente vengo, è come un’esplosione, e non riesco a stare zitta. Un gemito forte mi sfugge, e lui mi tappa la bocca con una mano, ridendo piano. “Shh, vuoi che ci sentano?” mi sussurra, ma non rallenta, continua a spingere fino a che non lo sento irrigidirsi, grugnire basso, e capisco che è finito anche lui. Restiamo così per qualche secondo, ansimanti, con il suo peso ancora contro di me. Poi si tira indietro, e io abbasso la gamba dal bidone, sistemandomi la gonna con mani che tremano un po’. Mi giro a guardarlo: sta richiudendo la cintura, ha la fronte sudata e un’espressione che non riesco a decifrare. “Beh, è stato… interessante,” dico, con un sorrisetto. Lui scuote la testa, sorride appena. “Vai a casa, ragazzina. E non fare più casini nel mio locale.” Io annuisco, ma so che questa storia la racconterò cento volte, e ogni volta ci aggiungerò un dettaglio in più.
