Racconti Piccanti
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Sottomesso al fidanzato della sorella (parte 5)

Sottomesso al fidanzato della sorella (parte 5)

12 Marzo 2026·5 min di lettura

Luciano si chiuse in camera senza accendere la luce. Si buttò sul letto a pancia in giù, il viso affondato nel cuscino, il sapore di Diego ancora incollato alla lingua, alla gola, al palato. Il cazzo gli doleva da quanto era rimasto duro tutto il tempo del ritorno a piedi. Non si era mai toccato davanti a lui, come gli aveva ordinato, e ora quel rifiuto gli bruciava più del resto.

Sentì i rumori quasi subito.

Prima il letto di Sara che cigolava ritmicamente. Poi un gemito soffocato di lei, basso, familiare. Poi la voce di Diego, roca, che diceva «girati… così… apri le gambe». Il materasso che sbatteva contro il muro. I colpi secchi, profondi, di carne contro carne. Sara che ansimava «sì… più forte… cazzo Diego…». Diego che grugniva, che la chiamava «troia mia», che rideva piano mentre la scopava.

Luciano si infilò una mano sotto i pantaloni. Si strinse forte il cazzo, senza muovere il polso, solo stringendo e rilasciando, come per punirsi. Ogni affondo che sentiva dal piano di sopra gli faceva pulsare la cappella. Immaginava Diego che la prendeva da dietro, le mani sui fianchi di Sara, lo stesso cazzo che poche ore prima gli aveva riempito la gola ora dentro sua sorella. Gelosia pura, acida, che gli stringeva lo stomaco. Ma era proprio quella gelosia a farlo impazzire.

Chiuse gli occhi. Si masturbò in silenzio, veloce, rabbioso. Quando sentì Diego venire – un ringhio profondo, prolungato, seguito dal gemito strozzato di Sara – anche lui esplose. Sborrò sul lenzuolo, schizzi caldi che gli bagnarono la maglietta, le dita, il ventre. Rimase lì, ansimante, con le lacrime che gli colavano sugli zigomi. Non si pulì. Lasciò che lo sperma si raffreddasse sulla pelle, come una punizione.

La mattina dopo la casa puzzava di caffè e di sesso stantio.

Sara era in cucina, in pigiama, i capelli arruffati, un sorriso soddisfatto. Diego era seduto al tavolo, in boxer e maglietta, le gambe larghe, il telefono in mano. Quando squillò, rispose con quel tono rilassato da maschio sicuro.

«Pronto? … Ah cazzo, davvero? … Sì sì, tranquillo, ci penso io. Il gatto mangia solo quella roba umida al pollo, vero? … Ok, arrivo tra un’ora. Non preoccuparti, fratello.»

Riattaccò e guardò Sara.

«Era Marco. È bloccato a Malpensa, volo cancellato, rientra domani sera. Mi ha chiesto di passare da lui a dare da mangiare al gatto e a cambiare l’acqua. Vuoi venire anche tu?»

Sara rise. «Io? A pulire la lettiera di quel mostro peloso? No grazie.»

Diego si voltò verso Luciano, che era fermo sulla soglia con una tazza vuota in mano, gli occhi bassi.

«Vieni tu, no? Dai, così facciamo due chiacchiere, ti porto a prendere un gelato dopo. Voglio far vedere a tua sorella che con te vado d’accordo.»

Sara alzò un sopracciglio, divertita. «Oh, che carino. Sì, vai Luciano, fatti coccolare dal mio ragazzo.»

Luciano annuì piano, senza guardarli. Sentiva già il cuore accelerare.

In macchina l’aria era densa. Diego guidava con una mano sul cambio, l’altra sul volante, le maniche della felpa tirate su fino ai gomiti. Luciano sedeva rigido sul sedile del passeggero, le mani intrecciate in grembo, lo sguardo fisso sul cruscotto.

Dopo cinque minuti di silenzio imbarazzato, Diego parlò senza guardarlo.

«Sai che ti dico? Facciamo una cosa divertente. Mentre guido… mi fai un bel pompino. Come ieri sera. Dai, piccola, non fare la timida.»

Luciano arrossì violentemente. «No.»

Diego rise. «Dai, scherzo… o forse no. Immagina: io che guido, tu chinato sul cambio, la testolina che va su e giù… nessuno ci vede dai finestrini oscurati.»

«Ho detto no.» La voce di Luciano tremò.

Diego insistette, sempre scherzoso. «Ma ieri ti è piaciuto da morire. Hai pianto ma hai ingoiato tutto. Dai, solo cinque minuti…»

Luciano esplose.

«Smettila! Smettila di trattarmi come una troia da strada! Ieri mi hai umiliato, mi hai quasi soffocato in quel parco, mi hai fatto bere tutto mentre mia sorella ti scopava di sopra! E ora vuoi che te lo succhi in macchina come se fosse un gioco? Vaffanculo Diego! Sei uno schifoso!»

La voce gli si incrinò in un singhiozzo isterico. Le lacrime gli riempirono gli occhi.

Diego inchiodò di colpo. La macchina si fermò con uno stridio in una piazzola deserta lungo la statale, circondata da alberi alti. Spense il motore. Silenzio.

Si girò verso Luciano, gli occhi stretti.

«Scendi.»

Luciano lo guardò terrorizzato.

«Ho detto scendi.»

Luciano aprì la portiera, scese barcollando sull’asfalto. Diego scese dall’altro lato, girò intorno alla macchina e lo raggiunse in due passi.

Gli afferrò il pacco attraverso la tuta. Strinse. Luciano gemette, il cazzo durissimo sotto la stoffa sottile.

«Perché fingi?» gli sibilò Diego in faccia. «Perché fai la scena isterica quando ce l’hai duro come un palo?»

«Non fingo…» mormorò Luciano, la voce rotta.

Diego si incazzò sul serio. Lo spinse contro la fiancata della macchina.

«Bugiardo.»

Con un gesto rapido gli abbassò i pantaloni della tuta e gli slip insieme, fino alle ginocchia. Poi, con il piede, glieli tirò giù di colpo fino alle caviglie, intrappolandogli le gambe.

Indicò il sesso di Luciano, eretto, gonfio, la cappella lucida di pre-sborra che gocciolava piano.

«E questo cos’è? Eh? Dimmi. Cos’è ’sta roba che cola?»

Luciano tremava, le guance in fiamme, le lacrime che scendevano.

Diego gli infilò due dita in bocca. Luciano le succhiò d’istinto, la lingua che le avvolgeva, gli occhi chiusi.

«Bravo» mormorò Diego. «Ora in ginocchio.»

Lo fece inginocchiare sull’asfalto ruvido. Gli prese la testa con entrambe le mani e gli scopò la bocca. Forte. Veloce. Senza pietà. La cappella che sbatteva in fondo alla gola, i conati di Luciano che lo facevano stringere ancora di più. Diego gemette, spinse, venne di nuovo. Schizzi caldi, densi, che Luciano ingoiò tra le lacrime, tossendo, soffocando.

Quando finì, Diego lo lasciò andare. Luciano rimase in ginocchio, ansimante, la bocca gonfia.

Fece per rialzarsi i pantaloni e gli slip.

Diego gli bloccò le mani.

«No. Solo i pantaloni.»

Luciano lo guardò incredulo.

«Dammi i boxer.»

Luciano esitò. Diego glieli strappò dalle mani, li appallottolò e li lanciò tra i cespugli lontani.

«Sali in macchina.»

Luciano si tirò su i pantaloni della tuta, senza mutande. Il tessuto grigio chiaro aderiva al cazzo ancora semiduro, delineandone la forma in modo osceno. Ogni passo faceva sfregare la stoffa contro la cappella sensibile, facendolo gemere piano.

Tornarono in macchina. Diego ripartì senza dire una parola. Luciano sedeva con le gambe strette, le mani in grembo per coprire il rigonfiamento evidente, il viso voltato verso il finestrino, le guance bagnate.

Diego accese la radio, canticchiò piano una canzone qualunque, come se niente fosse.

Luciano sentiva il vento filtrare dal finestrino socchiuso, il tessuto della tuta che gli sfregava contro il sesso nudo, il sapore di Diego ancora in gola.

E nonostante tutto, non riusciva a smettere di eccitarsi.

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