Racconti Piccanti
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La piscina gonfiabile

La piscina gonfiabile

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Giada e Matteo avevano trent’anni e trentatré, una coppia normale, di quelle che lavorano tutta la settimana e il weekend cercano di staccare la spina. Vivevano in una casetta appena fuori paese, un posto tranquillo con un giardinetto sul retro che dava su una stradina sterrata dove passava sì e no una macchina al giorno. Da un paio di settimane, però, avevano tirato fuori un’idea che li faceva sentire un po’ ribelli: avevano comprato una piscina gonfiabile, di quelle grandi, e l’avevano piazzata proprio lì dietro, senza nemmeno preoccuparsi troppo di chi potesse vedere. Tanto, chi vuoi che passi da quelle parti?

Era una sera d’estate, afosa, di quelle che ti fanno sudare anche solo stando fermo. Dopo cena, con un paio di birre in corpo, Giada aveva guardato Matteo con quel sorrisetto che significava guai. “Ci tuffiamo nudi?” aveva proposto, già mezza svestita mentre parlava. Matteo, che non era tipo da tirarsi indietro, aveva alzato le spalle e riso: “Perché no? Tanto ci vede solo la luna.” Si erano spogliati in due secondi, lasciando i vestiti ammassati sul prato, e si erano buttati nella piscina con un tonfo che aveva fatto schizzare acqua dappertutto. Giada, con i capelli castani bagnati appiccicati al viso, rideva forte, il corpo snello e abbronzato che luccicava sotto la luce fioca del lampione del giardino. Matteo, più robusto, con qualche pelo sul petto e un sorriso da stronzo, le aveva tirato un’onda d’acqua in faccia. “Dai, scema, vieni qui,” le aveva detto, afferrandola per la vita.

All’inizio era solo un gioco, un po’ di schizzi, mani che scivolavano sulla pelle bagnata, risate che riecheggiavano nel silenzio della sera. Ma poi, come succede sempre con loro due, il gioco aveva preso un’altra piega. Giada aveva sentito le mani di Matteo stringerle i fianchi un po’ più forte, e il suo sguardo si era fatto più serio, più affamato. Lei aveva ricambiato con un’occhiata che diceva tutto: voleva giocare, ma non più con l’acqua. Però c’era una parte di lei che esitava. “E se qualcuno ci vede?” aveva sussurrato, guardando verso la stradina oltre la siepe bassa. Matteo aveva riso, sfacciato come sempre. “Ma chi vuoi che ci sia a quest’ora? E poi, che ci guardino pure, no?” Giada aveva scosso la testa, ma non aveva protestato troppo. In fondo, l’idea di rischiare un po’ le faceva battere il cuore più forte, e non solo per la paura.

Si erano avvicinati, i corpi che si sfioravano nell’acqua tiepida. Matteo le aveva passato una mano dietro la nuca, tirandola a sé per baciarla, un bacio lento ma deciso, con la lingua che cercava la sua. Giada aveva sentito il calore del suo corpo contro il proprio, il contrasto tra l’acqua fresca e la pelle bollente. Le mani di lui erano scese lungo la schiena, fermandosi sul culo, stringendo appena. Lei aveva lasciato andare un sospiro, ma si era tirata indietro un attimo, guardandosi intorno con la coda dell’occhio. “Sicuro che non c’è nessuno?” aveva chiesto ancora, la voce un po’ incerta. Matteo aveva alzato un sopracciglio, ironico. “Giada, rilassati. Siamo solo noi e i grilli.” Lei aveva fatto una smorfia, ma poi si era lasciata andare, appoggiandosi a lui, le tette che premevano contro il suo petto mentre lo baciava di nuovo.

I preliminari erano andati avanti per un bel po’. Non avevano fretta, e l’acqua rendeva tutto più lento, più scivoloso. Matteo le aveva accarezzato il seno, giocando con i capezzoli duri, mentre Giada gli aveva passato le mani sul torso, scendendo piano verso il basso. Lui era già eccitato, e lei lo aveva sentito, ridendo piano. “Cazzo, sei già pronto, eh?” aveva detto, con quella voce un po’ provocante che usava quando voleva farlo impazzire. Matteo aveva grugnito, tirandola più vicina. “Colpa tua, che ti strusci così.” Si erano mossi nell’acqua, trovando un angolo della piscina dove riuscivano a stare in piedi, con l’acqua che arrivava appena sopra la vita. Lui le aveva infilato una mano tra le cosce, sfiorandola piano, facendola sobbalzare. “Piano, scemo,” aveva detto lei, ma il tono era tutto tranne che arrabbiato. Matteo aveva sorriso, continuando a toccarla, sentendo quanto era già bagnata, e non solo per la piscina. Giada aveva chiuso gli occhi, mordendosi un labbro, lasciandosi andare a quel tocco lento ma deciso.

Intanto, a una ottantina di metri da lì, sulla stradina sterrata, due operai stavano lavorando a un traliccio della luce. Erano due tizi sulla quarantina, in tuta arancione, sudati e stanchi dopo ore di lavoro notturno. Uno dei due, un tipo basso e robusto di nome Carlo, aveva notato un movimento strano nel buio. “Ehi, Marco, guarda laggiù,” aveva detto, indicando il giardino della casa. Marco, più alto e con un binocolo da lavoro appeso al collo, aveva aggrottato la fronte. “Che c’è?” aveva chiesto, ma poi aveva seguito il dito di Carlo e aveva visto. Nella piscina illuminata appena, due figure si muovevano, nude, senza alcun dubbio su cosa stessero facendo. “Porca troia,” aveva sussurrato Marco, prendendo il binocolo. Spenti i faretti per non farsi notare, si erano messi a guardare. Vedevano tutto: Giada e Matteo che si toccavano, l’acqua che schizzava intorno a loro, i corpi che si intrecciavano. Carlo aveva dato una gomitata a Marco, ridendo sottovoce. “Cazzo, guarda che roba.” Marco non aveva risposto, troppo concentrato a zoomare con il binocolo.

Nella piscina, la situazione si era scaldata. Giada si era girata, appoggiandosi al bordo della piscina con le mani, il culo appena fuori dall’acqua. “Dai, vieni,” aveva detto, voltandosi a guardare Matteo con un’espressione che non lasciava spazio a dubbi. Lui non se l’era fatto ripetere due volte. Si era messo dietro di lei, afferrando il bordo con una mano per tenersi fermo, mentre con l’altra le teneva i fianchi. L’acqua era bassa, arrivava appena sotto le ginocchia di Giada, e le sue tette galleggiavano sulla superficie mentre si chinava in avanti, a pecora, offrendosi completamente. Matteo si era posizionato, spingendo piano all’inizio, sentendo la resistenza e poi il calore di lei che lo accoglieva. “Cazzo, quanto sei stretta,” aveva grugnito, iniziando a muoversi, lento ma deciso. Giada aveva lasciato andare un gemito, stringendo il bordo con le dita. “Più forte, dai,” aveva detto, la voce roca, e Matteo aveva obbedito, pompandola con un ritmo che faceva schizzare l’acqua intorno a loro.

Gli operai sul traliccio non si perdevano un dettaglio. Marco, con il binocolo, vedeva ogni spinta, ogni movimento. “Guarda come si contrae quella figa,” aveva sussurrato a Carlo, che nel frattempo si era già sbottonato i pantaloni, incapace di resistere. “Cazzo, non ce la faccio,” aveva detto, iniziando a toccarsi, appoggiato al traliccio. Marco lo aveva seguito poco dopo, lasciando cadere il binocolo per un attimo. Stavano lì, uno accanto all’altro, a segarsi mentre guardavano lo spettacolo, senza dire una parola, solo respiri pesanti e qualche grugnito.

Nella piscina, il ritmo era diventato più frenetico. Matteo spingeva forte, le mani che scivolavano sui fianchi bagnati di Giada, il suono dei loro corpi che sbattevano insieme mescolato a quello dell’acqua che schizzava. Lei gemeva senza ritegno, la testa appoggiata sul bordo, le tette che dondolavano a ogni spinta. “Cazzo, sto per venire,” aveva detto a un certo punto, la voce spezzata dal piacere. Matteo aveva stretto i denti, sentendo che anche lui era al limite. “Aspetta, insieme,” aveva grugnito, e aveva dato un paio di spinte più profonde, facendola urlare. Giada era venuta con un grido che probabilmente si era sentito fino in strada, il corpo che tremava nell’acqua, mentre Matteo si lasciava andare dentro di lei, un ringhio basso che gli usciva dalla gola. Erano rimasti così per un attimo, ansimando, l’acqua che si calmava piano intorno a loro.

A ottanta metri di distanza, sul traliccio, Carlo e Marco avevano finito quasi nello stesso momento, sborrando giù dalla struttura con un paio di grugniti soffocati. Si erano tirati su i pantaloni senza guardarsi, un po’ imbarazzati ma soprattutto indifferenti. “Torniamo al lavoro,” aveva detto Marco, prendendo di nuovo il binocolo ma stavolta per controllare i cavi. Carlo aveva annuito, accendendo il faretti. “Sì, meglio.” E avevano ripreso come se niente fosse.

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