Appiccicoso e instabile
Non avevo mai pensato che un festival musicale potesse diventare il teatro di qualcosa di così lontano dalla nostra vita di tutti i giorni. Io e Sara, insieme da tre anni, siamo sempre stati una coppia normale, con una routine fatta di cene a casa, film sul divano e qualche vacanza tranquilla. Il sesso? Buono, ma prevedibile. Niente di estremo, niente di sporco. Ma quel giorno, sotto il sole cocente di luglio, in mezzo a una folla sudata e urlante, qualcosa è scattato. Forse è stato il mix di birra, musica assordante e l’odore di erba che aleggiava ovunque. O forse avevamo solo bisogno di spezzare il ritmo.
Eravamo al terzo giorno del festival, un evento rock in un campo fangoso fuori città. La band sul palco principale stava spaccando, il basso mi rimbombava nel petto, e Sara ballava accanto a me, con i capelli appiccicati alla fronte per il sudore. Indossava una canottiera nera aderente e dei pantaloncini di jeans tagliati, le gambe lucide per il calore. La guardavo e sentivo montare qualcosa dentro, una voglia che non aveva niente a che fare con la tenerezza o la complicità. Era cruda, fisica, quasi aggressiva.
“Hai caldo?” le ho chiesto, urlando per sovrastare la musica, mentre le passavo una mano sulla schiena bagnata.
“Da morire,” ha risposto lei, ridendo e buttando indietro la testa. “E puzzo come un maiale, lo so.”
“Non mi dispiace,” ho detto, abbassando la voce e avvicinandomi al suo orecchio. “Mi piace sentirti così… selvaggia.”
Ha girato la testa di scatto, con un lampo negli occhi. “Ah sì? E cosa vorresti fare con questa selvaggia?”
Ho sorriso, sentendo già il sangue pulsarmi nelle vene. “Lo scoprirai. Ma non qui.”
Abbiamo continuato a ballare per un po’, ma l’aria tra noi si era caricata. Ogni volta che i nostri corpi si sfioravano, era come una scarica elettrica. Le mie mani scivolavano sui suoi fianchi, e lei si premeva contro di me, sapendo perfettamente cosa mi stava facendo. Non parlavamo più, ma i nostri sguardi dicevano tutto. A un certo punto, non ce l’ho più fatta.
“Andiamo via dal palco,” le ho detto, prendendola per mano. “Ho bisogno di un posto… privato.”
Lei ha inarcato un sopracciglio, ma non ha protestato. “Dove vuoi portarmi?”
“Lo vedrai. Fidati.”
Abbiamo zigzagato tra la folla, lontano dalle tende e dai bar improvvisati, finché non abbiamo trovato una fila di bagni chimici sul bordo del campo. L’odore era pungente già da metri di distanza: un mix di disinfettante, urina e sporcizia. Le porte di plastica erano graffiate, alcune mezze aperte, altre occupate. Non era un posto dove chiunque vorrebbe entrare, figuriamoci per qualcosa di più di una necessità urgente. Ma in quel momento, non mi importava. Anzi, quella squallidezza mi eccitava ancora di più.
“Qui dentro?” ha chiesto Sara, fermandosi davanti a uno dei bagni, con un’espressione tra il divertito e l’incredulo. “Sul serio?”
“Sì, sul serio,” ho risposto, spingendo la porta con una spalla. L’interno era peggio di quanto immaginassi: il pavimento appiccicoso di chissà cosa, le pareti macchiate, un caldo soffocante che ti toglieva il respiro. “Ti va o no?”
Lei ha esitato un attimo, guardandosi intorno, poi ha fatto un sorrisetto. “Cazzo, sì che mi va. Ma sei un porco, lo sai?”
“Lo sto scoprendo ora,” ho detto, chiudendo la porta dietro di noi e girando il chiavistello. Lo spazio era stretto, appena sufficiente per starci in due, e il pavimento scricchiolava sotto i nostri piedi. L’odore mi colpiva dritto allo stomaco, ma invece di disgustarmi, mi faceva sentire vivo, come se stessi infrangendo ogni regola.
L’ho guardata negli occhi, e senza dire altro l’ho spinta contro la parete di plastica. Le sue labbra si sono aperte subito, e ci siamo baciati con una foga che non avevamo da mesi. La sua lingua sapeva di birra e sudore, il suo respiro era caldo e rapido. Le mie mani sono scese sui suoi fianchi, stringendola forte, mentre lei mi afferrava il collo della maglietta.
“Cosa vuoi farmi?” ha mormorato, con la voce roca, mentre le mordicchiavo il collo.
“Voglio vederti sporca,” ho risposto, senza giri di parole. “Voglio che ti lasci andare come non hai mai fatto.”
Ha riso, un suono basso e provocatorio. “E tu pensi di riuscire a sporcarmi qui dentro?”
“Oh, ci riuscirò eccome.”
Le ho messo una mano tra i capelli e l’ho guidata verso il basso, con una pressione decisa ma non violenta. Ha capito subito cosa volevo. Si è inginocchiata sul pavimento, senza esitare, anche se sentivo il rumore appiccicoso della sua pelle contro quella superficie schifosa. Mi ha guardato dal basso, con un’espressione di sfida, mentre slacciava i miei jeans con movimenti rapidi. Il mio cazzo era già duro, e quando lo ha tirato fuori, l’aria umida del bagno sembrava accarezzarlo.
“Porca troia, sei già pronto,” ha detto, passandoci sopra una mano. La sua voce era carica di desiderio, ma anche di una specie di divertimento, come se stesse giocando a un gioco pericoloso.
“Non parlare, succhialo,” le ho ordinato, spingendole la testa verso di me. Non c’era tempo per i preliminari, non in quel posto. Lei ha aperto la bocca e lo ha preso dentro, caldo e bagnato, facendomi gemere subito. Lo lavorava con la lingua, succhiando forte, mentre le sue mani mi stringevano le cosce. Sentivo il rumore della sua bocca, il suono umido e osceno che riempiva quel cubicolo minuscolo, sovrastando persino il basso lontano del palco.
Le ho spinto la testa più a fondo, fino a sentirla tossire leggermente. “Brava, così, prendilo tutto,” le ho detto, con la voce spezzata dall’eccitazione. La saliva le colava lungo il mento, finendo sul petto e bagnandole la canottiera. Vederla così, in ginocchio su quel pavimento lurido, con la faccia arrossata e gli occhi lucidi, mi mandava fuori di testa. Non era la Sara che conoscevo, quella ordinata e composta. Era un’altra, una che si stava lasciando degradare in un posto come quello, e la cosa mi eccitava da morire.
“Ti piace, eh?” ha detto, tirandosi indietro per un attimo, con la voce roca e il respiro affannoso. “Ti piace vedermi così, con la faccia incasinata?”
“Cazzo, sì,” ho risposto, tirandola su per i capelli per guardarla negli occhi. “E non ho ancora finito con te.”
L’ho fatta alzare e l’ho girata di scatto, spingendola contro la porta. Il bagno chimico ha tremato leggermente sotto il nostro peso, e per un attimo ho pensato che avrebbe ceduto. Ma non mi importava. Le ho abbassato i pantaloncini e le mutandine in un solo movimento, lasciando scoperto il suo culo tondo e sudato. L’odore della sua pelle, mischiato a quello acre del bagno, mi ha colpito come un pugno. Ho passato una mano tra le sue cosce, sentendola già bagnata, pronta.
“Sei fradicia,” le ho detto, sfregando le dita contro di lei. “Ti eccita stare qui, vero? In questo schifo?”
“Sì,” ha ansimato, spingendosi contro la mia mano. “Mi eccita da morire. Fammi quello che vuoi, ma fallo ora.”
Non avevo bisogno di altri inviti. Mi sono sputato sulla mano, lubrificando il mio cazzo, e poi ho mirato al suo culo. Non lo avevamo mai fatto così, non in quel modo, ma in quel momento sembrava la cosa più naturale del mondo. Ho spinto piano all’inizio, sentendo la resistenza, ma poi lei ha rilassato i muscoli e sono scivolato dentro, centimetro per centimetro. Era stretto, caldo, e il modo in cui lei gemeva mi faceva impazzire.
“Cristo, è enorme,” ha detto, con la voce tremante, mentre si aggrappava alla porta con una mano. “Piano, cazzo, piano.”
“Rilassati,” le ho detto, stringendole i fianchi. “Ti piace, lo so. Dimmi che ti piace.”
“Mi piace,” ha sussurrato, girando la testa per guardarmi. “Mi piace sentirmi così… usata.”
Quelle parole mi hanno dato la spinta finale. Ho iniziato a muovermi più forte, spingendo dentro di lei con un ritmo sempre più veloce. Ogni affondo faceva tremare la porta, e il rumore dei nostri corpi che sbattevano insieme era quasi assordante in quello spazio chiuso. Sentivo il calore del suo corpo, il sudore che ci incollava la pelle, l’odore forte e animale che ci circondava. Ogni tanto, un colpo o un grido dalla folla fuori ci ricordava che qualcuno avrebbe potuto bussare da un momento all’altro, ma invece di spaventarmi, quel rischio mi faceva pompare il sangue ancora più forte.
“Tienila chiusa, la porta,” le ho detto, mentre la penetravo senza sosta. “Se entra qualcuno, che veda cosa ti sto facendo.”
“Che stronzo che sei,” ha riso, ma la sua voce era spezzata dal piacere. “E se ci beccano?”
“Che guardino. Che vedano come ti faccio godere.”
Le ho messo una mano davanti, tra le cosce, e ho iniziato a sfregarle il clitoride mentre continuavo a muovermi dentro di lei. I suoi gemiti si sono fatti più acuti, quasi disperati, e sentivo che era vicina. Il pavimento sotto di noi era sempre più scivoloso, i nostri piedi slittavano a ogni movimento, ma non ci fermavamo. Era come se quel posto schifoso ci spingesse a essere ancora più sporchi, ancora più fuori controllo.
“Sto per venire,” ha detto, con la voce che tremava. “Non smettere, ti prego, non smettere.”
“Vieni per me,” le ho ordinato, spingendo ancora più a fondo. “Fammi vedere quanto ti piace farti scopare così.”
Il suo corpo ha iniziato a tremare, e un grido soffocato le è sfuggito dalla gola mentre si abbandonava al piacere. Sentirla contrarsi intorno a me, così stretta e calda, mi ha portato al limite. Ho resistito ancora qualche secondo, godendomi ogni istante di quella sensazione, poi sono uscito da lei e ho lasciato che tutto esplodesse. Il mio sperma le è schizzato sul culo e sulla schiena, colando lungo le sue cosce sudate. Il contrasto tra il bianco e la sua pelle arrossata era quasi ipnotico.
Siamo rimasti lì, ansimanti, con le mani appoggiate alla porta per non cadere. Il calore nel bagno era insopportabile, l’odore ancora più forte di prima, ma nessuno dei due parlava. Ci siamo guardati, con i respiri ancora spezzati, e abbiamo riso. Una risata nervosa, quasi incredula.
“Porca troia, non ci credo che l’abbiamo fatto,” ha detto lei, tirandosi su i pantaloncini con mani tremanti.
“Nemmeno io,” ho risposto, chiudendomi i jeans. “Ma cazzo, ne è valsa la pena.”
“Appiccicoso e instabile, proprio come questo posto del cazzo,” ha detto, indicando il pavimento e la porta che sembrava sul punto di cedere.
Abbiamo aperto la porta con cautela, lasciando entrare una boccata d’aria appena meno soffocante. Nessuno ci aveva beccato, anche se un paio di ragazzi in fila ci hanno guardato con un sorrisetto, come se sapessero. Non ci importava. Siamo tornati verso il palco, con le gambe ancora molli, ma con una carica che non provavamo da tempo. La musica ci ha avvolto di nuovo, ma dentro di me sapevo che quel festival non sarebbe mai stato solo un concerto. Era diventato il posto dove io e Sara avevamo buttato giù ogni barriera, anche solo per un’ora, in un bagno chimico sporco e instabile.
