Racconti Piccanti
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Una serata super umiliante per Alberto

Una serata super umiliante per Alberto

11 Marzo 2026·7 min di lettura

Paola aveva 47 anni, un corpo ancora tonico, con curve generose e un seno che, nonostante l’età, non cedeva di un millimetro. I suoi capelli castani, tagliati a caschetto, le davano un’aria da donna che sa quello che vuole, e il suo sguardo, sempre un po’ beffardo, lo confermava. Alberto, suo marito di 54 anni, era invece un uomo comune, con una pancia appena accennata e i capelli grigi che si diradavano. Non era mai stato un tipo dominante, e da anni si era sottomesso ai giochi di Paola, che lo teneva in castità con una gabbietta di metallo attorno al cazzo, chiudendolo a chiave come se fosse un cane da guardia. Non che lui si lamentasse, non apertamente almeno: c’era una parte di lui che ci provava gusto, anche se non lo avrebbe mai ammesso.

Erano le nove di sera, un giovedì qualunque, nella loro villetta a schiera in un quartiere tranquillo di provincia. La casa era ordinata, con un divano di pelle nera al centro del salotto e un tavolo da pranzo che non usavano mai. Paola era tornata a casa con due ragazzi che aveva rimorchiato chissà dove. Erano sulla ventina, con l’aria di chi non ha un lavoro fisso e passa le giornate a cazzeggiare. Uno, Mirko, aveva i capelli rasati ai lati e un tatuaggio sul collo, una specie di tribale che sembrava fatto da un ubriaco. L’altro, Davide, era più magro, con una felpa oversize e un ghigno costante stampato in faccia. Entrambi puzzavano di sigarette e avevano quella strafottenza di chi sa di poter fare quello che vuole.

“Ehi, guarda chi c’è, il cagnolino di casa,” disse Mirko appena entrò, vedendo Alberto in ginocchio vicino al divano, nudo, con la gabbietta che gli stringeva il cazzo. Paola rise, una risata secca e cattiva, mentre chiudeva la porta dietro di sé. “Alberto, saluta i nostri ospiti. Dai, fai il bravo.”

Alberto abbassò lo sguardo, le guance rosse per l’umiliazione. “Buonasera,” mormorò, con una voce che tremava appena. Davide si avvicinò, tirandosi giù la zip della felpa. “Che cazzo dici, buonasera? Ma guarda sto sfigato. Dai, alzati che ti do il benvenuto.” Senza aspettare risposta, gli mollò uno schiaffo leggero sulla guancia, abbastanza per farlo sobbalzare. Mirko si unì, sputandogli dritto in faccia. “Ecco, così sei più carino,” disse, ridendo come un idiota.

Paola, appoggiata allo schienale del divano, osservava la scena con un sorrisetto. Non interveniva, non diceva niente, ma i suoi occhi brillavano di una soddisfazione perversa. Alberto, con la saliva di Mirko che gli colava sul viso, restava fermo, il respiro corto. Dentro di sé, una parte lo odiava, un’altra parte lo accettava come un prezzo da pagare per il suo rapporto con Paola. E poi, c’era quella sensazione strana, un misto di vergogna e desiderio represso, che lo teneva inchiodato lì.

I due ragazzi non si fermarono. Davide si sbottonò i jeans, tirando fuori il cazzo già mezzo duro, e lo sbatté sulla faccia di Alberto, ridendo. “Senti che profumo, coglione. Ti piace, eh?” Mirko lo imitò, dandogli piccoli colpi sulla guancia con il suo, più grosso e pesante. Alberto chiudeva gli occhi, stringendo i denti, ma non si ribellava. Paola, dal canto suo, si era tolta il giacchetto, restando con una maglietta aderente che metteva in mostra il seno. “Basta giocare, ragazzi,” disse infine, con un tono che era un misto di comando e seduzione. “Venite qua, che ho bisogno di qualcosa di più… concreto.”

La tensione nella stanza cambiò in un attimo. Mirko e Davide si girarono verso di lei, con sguardi che non lasciavano dubbi. Paola si sedette sul divano, accavallando le gambe con una lentezza provocatoria. “Dai, non fate i timidi adesso,” li stuzzicò. Mirko fu il primo ad avvicinarsi, mettendole una mano sulla coscia mentre si chinava per baciarla. Il bacio fu rozzo, quasi famelico, con le lingue che si intrecciavano senza troppi complimenti. Davide, non volendo restare indietro, si inginocchiò davanti a lei, iniziando a sbottonarle i jeans. Paola lo lasciò fare, ma i suoi occhi passavano da loro ad Alberto, come per ricordargli chi comandava.

Davide le abbassò i jeans fino alle caviglie, scoprendo un tanga nero che non lasciava molto all’immaginazione. Le sue mani, ruvide e impazienti, le accarezzarono l’interno delle cosce, mentre Mirko le sollevava la maglietta, palpandole il seno sopra il reggiseno. “Cazzo, che tette,” grugnì, stringendole con forza. Paola emise un gemito leggero, ma il suo viso restava composto, quasi divertito. “Piano, ragazzo, non sono un pallone da calcio,” lo rimproverò, con un sorriso ironico. Però non lo fermò.

I preliminari andarono avanti per un bel po’. Davide le tolse il tanga, lasciandola con la fica esposta, rasata e già lucida di eccitazione. Si chinò a leccarla, con movimenti lenti ma decisi, mentre Mirko le abbassava le spalline del reggiseno, liberando i capezzoli scuri e già turgidi. Li pizzicò tra le dita, facendola sussultare. “Ti piace, eh, troia?” le disse, con un tono che voleva essere provocatorio. Paola rise. “Non sono io quella che deve piacere, tesoro. Dai, fate vedere cosa sapete fare.”

Alberto, ancora in ginocchio a qualche metro di distanza, guardava tutto con un misto di umiliazione e desiderio represso. La gabbietta gli stringeva il cazzo, che cercava di indurirsi senza riuscirci. Ogni gemito di Paola era un colpo per lui, ma non poteva distogliere lo sguardo. Era parte del gioco, e lo sapeva.

Dopo un po’, Paola si alzò dal divano, completamente nuda, e si mise a quattro zampe sul tappeto, con il culo in aria e le gambe leggermente divaricate. “Dai, chi inizia?” disse, voltandosi verso i due ragazzi con un ghigno. Mirko non se lo fece ripetere due volte. Si tolse i jeans e i boxer in un secondo, mostrando un cazzo grosso e venoso, già duro come il marmo. Si inginocchiò dietro di lei, sputandosi sulla mano per lubrificarlo un po’, e lo appoggiò contro la sua fica. “Cazzo, sei bagnata fradicia,” disse, spingendo piano. Paola si morse il labbro, sentendo la pressione che aumentava mentre lui entrava, centimetro per centimetro, fino a riempirla del tutto.

Davide, non volendo restare a guardare, si mise davanti a lei, in piedi, con il cazzo a pochi centimetri dalla sua faccia. “Succhialo, dai,” le ordinò, con quella sua aria da bulletto. Paola non protestò: aprì la bocca e lo prese dentro, facendo scivolare la lingua lungo l’asta mentre Mirko iniziava a muoversi dietro di lei, con spinte lente ma profonde. Il salotto si riempì di suoni: i gemiti soffocati di Paola, il rumore bagnato del cazzo di Mirko che entrava e usciva, gli schiaffi leggeri delle sue cosce contro il culo di lei. L’odore di sesso impregnava l’aria, un misto di sudore e eccitazione che rendeva tutto più reale.

“Più forte, cazzo,” disse Paola a un certo punto, staccandosi dal cazzo di Davide per riprendere fiato. Mirko ghignò e aumentò il ritmo, sbattendola con forza, tanto che il corpo di lei oscillava a ogni colpo. I suoi seni dondolavano sotto di lei, mentre Davide le afferrava i capelli, spingendole la testa di nuovo verso il suo cazzo. “Non parlare, succhia,” le disse, ridendo. Paola lo accontentò, avvolgendolo con le labbra e muovendo la testa avanti e indietro, mentre Mirko le dava una sculacciata che fece arrossare la pelle. “Così, brava, prendilo tutto,” grugnì lui, con il respiro affannoso.

La scena andò avanti per diversi minuti, con i due ragazzi che si alternavano tra davanti e dietro. A un certo punto, Mirko uscì da lei e si sdraiò sul tappeto, facendola salire sopra di lui. Paola si abbassò lentamente, impalandosi sul suo cazzo, con le mani appoggiate sul suo petto per mantenere l’equilibrio. Davide, dietro di lei, le sputò sul culo, massaggiandolo con le dita prima di infilare il suo cazzo tra le natiche. “Rilassati, dai,” le disse, spingendo piano. Paola fece una smorfia, ma non protestò, lasciando che entrasse a poco a poco. Quando furono entrambi dentro, iniziò a muoversi, un ritmo irregolare ma intenso, con il corpo che tremava per lo sforzo e il piacere. “Cazzo, che stretta,” mormorò Davide, mentre Mirko le stringeva i fianchi, guidandola su e giù.

Dopo un po’, i due ragazzi raggiunsero il limite. Mirko fu il primo a venire, con un grugnito profondo, svuotandosi dentro di lei. Davide uscì poco dopo, schizzandole sulla schiena con fiotti caldi e appiccicosi. Paola, ansimante, si accasciò su Mirko per un momento, prima di rialzarsi con un sorriso soddisfatto. “Non è finita, ragazzi,” disse, indicando un bicchiere vuoto sul tavolo. “Riempitelo, forza.” I due, ancora con il fiato corto, si guardarono e risero, prima di fare quello che chiedeva: con una risata da deficienti, ci pisciarono dentro, riempiendolo fino all’orlo.

Paola prese il bicchiere e si avvicinò ad Alberto, ancora inginocchiato, con il viso sudato e gli occhi bassi. “Bevi, amore,” gli disse, con un tono dolce ma feroce. “E mentre bevi, ripeti: sono un coglione inutile che merita solo questo.” Alberto esitò, ma il suo sguardo incontrò quello di Paola, e capì che non aveva scelta. Prese il bicchiere con mani tremanti, iniziando a sorseggiare il contenuto, mentre ripeteva, con voce spezzata: “Sono un coglione inutile che merita solo questo.” Mirko e Davide, seduti sul divano con una sigaretta in mano, ridevano come matti, dandosi pacche sulle spalle.

Paola osservava la scena con un sorriso freddo, soddisfatta. Non c’era bisogno di dire altro. La serata era finita, e ognuno aveva avuto quello che voleva, a modo suo.

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