Sverginata da mio cugino sulla spiaggia di notte
Mi chiamo Monica, ventidue anni, e fino a quell’estate pensavo che il sesso fosse una cosa che capitava agli altri. Avevo baciato qualche ragazzo, qualche mano sotto la maglietta, ma niente di più. Ero quella che diceva sempre “non ancora”, “non mi sento pronta”, “aspetto quello giusto”. In realtà avevo solo una fifa boia di fare la figura della sfigata o di rimanere incinta al primo colpo.
Antonio è mio cugino di secondo grado, ventiquattro anni, quello che tutti in famiglia chiamano “il selvaggio”. Alto, abbronzato, capelli un po’ lunghi e spettinati, sempre con l’odore di salsedine e di fumo attaccato addosso. Passava le estati al mare, a lavorare in un bar sulla spiaggia d’estate e a fare il bagnino quando serviva. Io e lui ci vedevamo poco, ma quando capitava mi guardava in un modo che mi faceva diventare rossa senza motivo. Rideva di me perché arrossivo, ma non era cattivo. Era solo… diretto.
Quella sera eravamo andati a una festa in paese, roba di paese con falò e birre calde. Io avevo bevuto due spritz, lui una decina. A un certo punto mi ha preso per il polso e ha detto: “Andiamo via da ’sti coglioni, ti porto in un posto.” Io ho riso, pensando fosse uno scherzo, ma sono salita sul motorino dietro di lui. Abbiamo guidato lungo la costa per una ventina di minuti, poi ha spento il faro e ha imboccato una stradina sterrata piena di buche. Il mare si sentiva sempre più vicino, ma non si vedeva niente. Solo buio pesto, il rumore delle onde e qualche grillo.
Ha parcheggiato dietro delle dune alte. “Scendi.” Io sono scesa, le gambe un po’ molli per l’alcol e per il buio. Faceva fresco, il vento portava odore di alghe e sale. Lui ha preso una coperta dal bauletto e una torcia piccola. “Vieni.” Abbiamo camminato sulla sabbia morbida, inciampando, ridendo piano. Poi la spiaggia si è aperta: una striscia isolata, niente case, niente luci, solo mare nero che sbatteva piano e la luna che ogni tanto usciva dalle nuvole.
Mi sono seduta sulla coperta, ginocchia al petto. “Ma che ci facciamo qui? Fa un po’ paura, no?” Lui si è seduto vicino, troppo vicino. “Paura di cosa? Dei fantasmi? O di me?” Ha riso, ma la voce era bassa, diversa. Mi ha messo una mano sulla coscia, sopra i jeans corti. Io non mi sono mossa. Il cuore mi martellava nelle orecchie.
Ha iniziato a baciarmi piano, prima sul collo, poi sulle labbra. Sapeva di birra e di sigaretta, ma non mi dava fastidio. Le sue mani erano calde, ruvide. Mi ha sdraiato sulla coperta, il vento mi scompigliava i capelli. Mi ha tolto la maglietta lentamente, slacciando il reggiseno con due dita. Quando mi ha preso un capezzolo in bocca ho fatto un verso strano, mezzo gemito mezzo sorpresa. Lui ha riso contro la pelle.
“Sei tutta tesa. Rilassati.”
Mi ha slacciato i jeans, li ha abbassati insieme alle mutandine. Io ho chiuso le gambe per istinto, ma lui le ha aperte piano con le mani. “Fammi vedere.” Ha guardato lì in mezzo, alla luce della torcia che aveva appoggiato di lato. Io mi sentivo nuda da morire, esposta, con il vento freddo che mi sfiorava la figa già bagnata. “Cazzo, sei rasata,” ha mormorato. Poi ha spento la torcia. Solo la luna.
Mi ha leccato piano, lingua piatta che saliva e scendeva. Io ho infilato le dita nella sabbia, stringevo forte. Faceva freddo, ma dentro bruciavo. Lui ha continuato, succhiando il clitoride piano, infilando un dito, poi due. Io gemevo basso, cercando di non fare troppo rumore, ma era impossibile. “Antonio… aspetta…”
“Cosa? Ti fa male?”
“No… è che… non l’ho mai fatto.”
Si è fermato un attimo, mi ha guardato negli occhi al chiaro di luna. “Mai?”
“Sì. Mai.”
Ha sorriso, ma non era derisorio. Era… contento. “Allora andiamo piano. Dimmi se vuoi che mi fermo.”
Non ho detto niente. Ha tirato fuori il cazzo dai bermuda. Era duro, grosso, la cappella lucida. Si è messo sopra di me, ginocchia tra le mie gambe. Ha strofinato la cappella sulla figa, su e giù, bagnandola di più. Io tremavo tutta.
“Respira. Rilassati.”
Ha spinto piano. Ho sentito la pressione, poi un bruciore forte quando è entrato di qualche centimetro. Ho stretto i denti, gli ho piantato le unghie nelle spalle. “Cazzo… fa male…”
“Lo so. Respira dal naso. Piano.”
È rimasto fermo lì, solo la cappella dentro, baciandomi il collo, il petto. Aspettava che mi abituassi. Piano piano ha spinto ancora, centimetro dopo centimetro. Io sentivo tutto: la sensazione di essere aperta, riempita, il bruciore che diventava calore. Quando è entrato fino in fondo ho fatto un gemito lungo, misto dolore e qualcos’altro.
“Ci siamo,” ha sussurrato. “Tutto dentro. Brava.”
Ha iniziato a muoversi piano, dentro e fuori, lento. Ogni spinta faceva meno male, e dopo un po’ ho iniziato a spingere anch’io con i fianchi. Il bruciore era sparito, restava solo una pressione piena, profonda. Lui accelerava piano, il rumore bagnato della figa che lo accoglieva, i nostri respiri pesanti, le onde in sottofondo.
“Cazzo, sei stretta da morire,” gemeva lui. “Ti piace?”
“Sì… sì… non fermarti…”
Mi ha preso le gambe, se le è messe sulle spalle. Così entrava ancora più fondo. Io gemevo forte, non riuscivo a trattenermi. Sentivo il suo cazzo che sfregava dentro, toccava punti che mi facevano vedere le stelle. Lui mi baciava la bocca, mi mordeva il labbro, mi stringeva i capezzoli.
A un certo punto ha messo una mano tra noi, ha iniziato a strofinarmi il clito mentre scopava. Io sono venuta così, di colpo, stringendogli il cazzo dentro, tremando tutta, gemendo contro la sua spalla. Lui ha continuato ancora un po’, più veloce, più forte. La sabbia ci graffiava la schiena, il vento ci gelava il sudore, ma non ci importava.
“Sto per venire,” ha ansimato. “Dove vuoi?”
“Dentro… dentro…”
Ha spinto forte un’ultima volta, si è irrigidito e ha goduto dentro di me. Lo sentivo pulsare, schizzare caldo. È rimasto lì sopra, ansimante, il cazzo ancora dentro mentre si svuotava. Io gli accarezzavo la schiena, le gambe molli, la figa che pulsava ancora.
Dopo un po’ è uscito piano. Sentivo la sua sborra colare fuori, calda sulla sabbia. Ci siamo sdraiati uno accanto all’altra, nudi, a guardare il cielo. Il mare faceva rumore, la luna era alta. Faceva ancora un po’ paura quel buio, ma ora non mi importava più.
“È stato bello,” ho detto piano.
“Sì. Tanto.”
Non abbiamo detto altro. Siamo rimasti lì fino all’alba, abbracciati sotto la coperta, con il suo odore addosso e il suo sperma ancora tra le gambe. E io non ho pensato nemmeno per un secondo che fosse sbagliato. Era solo giusto, intenso, perfetto.
