Racconti Piccanti
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Prestata al tavolo da biliardo

Prestata al tavolo da biliardo

07 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Carlotta, ho 34 anni, e la mia vita non è mai stata normale, non nel senso che intendi tu. Da quando sto con Marco, tutto è diventato un gioco al limite, un misto di controllo e abbandono che mi fa girare la testa. Non è solo sesso, è potere. Lui decide, io eseguo. E, cazzo, mi piace. Mi piace da morire.

Ieri sera eravamo a casa di un suo amico, un tipo che non avevo mai visto prima, un certo Davide. Un posto di merda, un seminterrato con un tavolo da biliardo al centro, puzza di birra vecchia e fumo. Marco mi aveva detto di mettermi una gonna corta e una maglietta aderente, niente reggiseno, niente mutande. “Stasera sei il mio giocattolo, Carlotta. Fai la brava,” mi aveva sussurrato in macchina, con quella voce calma che mi fa tremare le gambe. Sapevo cosa significava. Non era la prima volta che mi “prestava” a qualcuno, ma ogni volta è un pugno nello stomaco. Una parte di me vuole dirgli di smettere, di tenermi solo per sé. L’altra parte, quella che vince sempre, si bagna solo a pensarci.

Quando siamo entrati, Davide mi ha guardato con un ghigno. “Bella troietta che mi hai portato, Marco,” ha detto, e io ho abbassato gli occhi, rossa in faccia. Marco ha riso, mi ha dato una pacca sul culo e mi ha spinto verso il tavolo da biliardo. “Sali sopra, Carlotta. Gambe aperte. Mostragli cosa sa fare la mia puttana.” Il cuore mi batteva all’impazzata. Mi sono arrampicata sul tavolo, il feltro verde ruvido sotto le cosce. Mi sono sdraiata, la gonna che si alzava mostrando tutto. Marco mi ha preso i polsi, tirandoli sopra la testa, e ha usato una corda che aveva in tasca per legarmi alle sponde del tavolo. “Così non scappi,” ha detto, stringendo i nodi. Ero esposta, vulnerabile, e sentivo i loro occhi su di me. Davide si è avvicinato, passandosi una mano sul pacco, e io ho chiuso gli occhi per un attimo, cercando di respirare. “Guardalo, Carlotta. È lui che ti scoperà stasera,” ha ordinato Marco. Ho aperto gli occhi, il viso di Davide era a un metro dal mio, un misto di eccitazione e disagio. Non mi voleva davvero, lo faceva solo perché Marco gliel’aveva chiesto.

La tensione mi stringeva lo stomaco. Marco si è messo da parte, tirando fuori il telefono per filmare. “Toccale le tette, Davide. Strizzale forte,” ha detto con quel tono freddo, da regista. Davide ha obbedito, le sue mani ruvide che mi afferravano attraverso la maglietta. Ho sentito i capezzoli indurirsi, un misto di vergogna e piacere. “Cazzo, è proprio una troia,” ha mormorato Davide, e io ho girato la testa, cercando gli occhi di Marco. Lui mi fissava, senza emozioni, solo controllo. “Non guardarmi, guarda lui. È lui che ti usa adesso,” ha detto. Mi sono morsa il labbro, divisa tra l’umiliazione e il desiderio di compiacere Marco. Ogni sua parola era un ordine, e io volevo solo essere all’altezza.

Davide ha tirato su la mia maglietta, lasciandomi il petto nudo. Ha iniziato a succhiarmi i capezzoli, mordendo un po’ troppo forte, e io ho lasciato uscire un gemito. Marco ha riso piano. “Le piace, vero? Continua, Davide. Scendi più in basso.” Le mani di Davide si sono spostate sulla mia gonna, alzandola del tutto. Ha infilato due dita dentro di me, senza preavviso, e io ho trattenuto il fiato, il corpo che si tendeva contro la corda. “È già fradicia, cazzo,” ha detto, e Marco ha annuito. “Ovvio. È una puttana in prestito. Preparala bene.” Davide ha continuato a muovere le dita, lento ma deciso, mentre con l’altra mano mi teneva una coscia aperta. Io cercavo di non gemere troppo forte, ma ogni tanto un suono mi scappava, e Marco lo notava. “Brava, Carlotta. Fagli vedere quanto ti piace.” Le dita di Davide andavano più veloci, e io sentivo il calore crescere, il corpo che rispondeva anche se la mia testa gridava di fermarsi. Marco si è avvicinato per un attimo, chinandosi vicino al mio orecchio. “Lo fai per me, vero? Dimmi che lo vuoi.” Ho annuito, con la voce spezzata. “Sì, Marco. Lo faccio per te.”

Dopo un po’, Marco ha detto a Davide di smettere. “Ora scopala. Voglio vedere come la sfondi.” Davide si è tirato giù i pantaloni, il cazzo già duro. Si è posizionato tra le mie gambe, io ancora legata al tavolo, incapace di muovermi. Marco gli ha dato un preservativo, e lui se l’è messo con mani frettolose. “Più forte che puoi, Davide. Falla piangere,” ha ordinato Marco, con la telecamera puntata su di noi. Davide mi ha penetrata con un colpo secco, e io ho urlato, più per lo shock che per il dolore. “Cazzo, è stretta,” ha grugnito, iniziando a muoversi. Ogni spinta era profonda, violenta, e io sentivo il tavolo scricchiolare sotto di me. L’odore di sudore e sesso mi riempiva il naso, i suoi gemiti rauchi e il rumore della carne che sbatteva erano l’unica cosa che sentivo, oltre alla voce di Marco. “Dille che è solo un buco a noleggio,” ha ordinato. Davide ha ghignato, chinandosi su di me. “Sei solo un buco a noleggio, troia,” ha ringhiato, e io ho chiuso gli occhi, gemendo il nome di Marco. “Marco… Marco…” continuavo a ripetere, perché era lui che comandava, era lui che volevo. Davide poteva scoparmi, ma ero di Marco. Ogni spinta mi ricordava che ero sua, anche se un altro mi stava usando.

Marco filmava tutto, dando ordini. “Rallenta. Falla godere piano, adesso.” Davide ha cambiato ritmo, movimenti più lenti ma profondi, e io sentivo l’orgasmo avvicinarsi, inarrestabile. “Ti piace, vero, puttana?” ha detto Marco, e io ho annuito, senza fiato. “Sì… sì, cazzo…” Quando sono venuta, ho urlato, il corpo che si contorceva sotto le corde. Davide è andato avanti ancora un po’, poi si è tirato fuori, venendo nel preservativo con un grugnito. Si è allontanato, ansimando, mentre Marco ha spento la telecamera. “Brava, Carlotta,” ha detto, avvicinandosi. Mi ha slegato i polsi, ma non mi ha aiutata a scendere dal tavolo. Si è inginocchiato tra le mie gambe, e io ho sentito la sua lingua, lenta e possessiva, che mi puliva. “Brava la mia puttana in prestito… ora sei di nuovo solo mia,” ha sussurrato contro la mia pelle. Io ho chiuso gli occhi, esausta, ma con una strana pace dentro. Ero sua, in ogni modo possibile.

Dopo, ci siamo rivestiti in silenzio. Davide ci ha offerto una birra, ma Marco ha rifiutato. “Ce ne andiamo,” ha detto, prendendomi per mano. In macchina non abbiamo parlato molto. Io guardavo fuori dal finestrino, il corpo ancora indolenzito, ma soddisfatto. Non so cosa mi aspetti la prossima volta, ma so che con Marco non ci sono limiti. E, in fondo, non voglio che ci siano.

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