Sotto la scrivania di un etero
Sono Diego, ho 25 anni e, diciamocelo, non sono uno che si tira indietro quando c’è da divertirsi. Passo un sacco di tempo sulle app di incontri, cerco avventure, niente di serio. Un giorno, su una chat, conosco Alberto. Ha 28 anni, dice di essere etero, ha una fidanzata, ma mi scrive che lei non gli fa certi favori. Tipo, non glielo succhia. E lui, da un po’, ci pensa: come sarebbe farsi fare un pompino da un uomo? Mi dice che è solo curiosità, che non è gay, ma che vuole provare. Io lo ascolto, ci sto, mi intriga. Non giudico, ognuno ha le sue fantasie.
Il problema è che non può ospitarmi a casa sua, c’è sempre la fidanzata o qualcuno tra i piedi. Però lavora in un ufficio in centro, un posto di consulenza o roba simile, e mi dice che lì possiamo vederci. Mi propone una cosa assurda: di andare da lui in pausa pranzo, quando gli altri sono fuori, e di mettermi sotto la sua scrivania. Sul momento penso che sia una cazzata, che mi stia prendendo in giro. Ma lui insiste, mi scrive che è serio, che vuole proprio questo. Io sono titubante, ma c’è qualcosa in questa proposta che mi accende. L’idea di fare una cosa così nascosta, così sbagliata, mi fa salire l’adrenalina. Alla fine gli dico di sì.
Ci mettiamo d’accordo per il giorno dopo. Esco di casa con un nodo allo stomaco, ma anche con una voglia che non riesco a spegnere. Arrivo in centro, un palazzo di uffici elegante, tutto vetri e acciaio. Salgo al terzo piano, trovo la sua porta. Alberto mi apre, è un tipo normale, alto, capelli corti, camicia e pantaloni da ufficio. Mi guarda un po’ teso, mi fa entrare e chiude la porta a chiave. L’ufficio è piccolo, una scrivania, un computer, qualche fascicolo sparso. Mi dice subito di fare in fretta, che abbiamo poco tempo prima che tornino i colleghi. “Vai sotto,” mi fa, indicando la scrivania. Io lo guardo, un po’ incerto. Mi sento un idiota, ma allo stesso tempo ho il cuore che batte forte. “Sicuro?” gli chiedo. Lui annuisce, si siede sulla sedia e si tira indietro per farmi spazio. “Dai, muoviti,” dice, con un tono che è un misto tra impazienza e imbarazzo.
Mi abbasso, mi infilo sotto la scrivania. È stretto, il legno mi preme contro la schiena, e mi sento un po’ ridicolo. Però c’è anche quell’eccitazione che mi monta dentro, quella voglia di vedere fino a dove arriva questa cosa. Alberto si siede davanti a me, le sue gambe sono a pochi centimetri dalla mia faccia. Sento il suo respiro un po’ pesante, si slaccia la cintura, tira giù la zip. Io sto fermo, lo guardo da sotto, non so se iniziare o aspettare un segnale. “Fallo,” mi dice, con la voce bassa, quasi un ordine. Mi avvicino, gli abbasso i boxer appena quel tanto che basta. Ce l’ha già mezzo duro, e io mi sento la bocca secca, ma anche una voglia assurda di prenderglielo in mano. Lo tocco, lo stringo un po’, e lui tira un respiro profondo. “Cazzo, sì,” sussurra. Io mi avvicino ancora, lo annuso, un odore forte, di pelle e sudore, ma non mi dà fastidio, mi eccita e basta.
Inizio piano, glielo lecco lungo l’asta, dalla base alla punta, sentendo come si indurisce sotto la mia lingua. Lui appoggia una mano sulla scrivania, l’altra la tiene sulla coscia, stringe i muscoli. “Cazzo, continua,” dice, con la voce roca. Io glielo prendo in bocca, piano, lo succhio, sentendo il calore, il sapore salato. Muovo la testa avanti e indietro, lentamente, cercando di capire cosa gli piace. Ogni tanto emette un gemito basso, quasi soffocato, come se si stesse trattenendo. Io mi muovo più deciso, lo prendo più a fondo, sentendo la sua mano che si posa sulla mia nuca. Non spinge, non ancora, ma quel gesto mi fa capire che vuole di più. Mi sento strano, un po’ usato, quasi umiliato a stare così, sotto una scrivania, con il legno che mi graffia le ginocchia. Ma cazzo, mi piace. Mi piace sentirmi così, nascosto, mentre gli faccio questo.
Passano i minuti, sto andando avanti da un po’, quando all’improvviso il suo telefono squilla. Lui impreca sottovoce, guarda lo schermo. “Merda, è una call urgente,” dice. Io mi fermo, lo guardo da sotto, con il fiatone. “Non ti muovere, resta lì,” mi ordina, e clicca per rispondere. Sento una voce dall’altra parte, un tizio che parla di scadenze e documenti. Alberto risponde con tono professionale, come se niente fosse, mentre io sono ancora sotto, con la sua erezione a pochi centimetri dalla mia faccia. Mi fa un cenno con la mano, tipo “continua”. Io esito, mi sento un po’ a disagio, ma lui insiste, mi mette una mano sulla testa e mi spinge piano verso di lui. Io ricomincio, lo prendo di nuovo in bocca, succhiando piano per non fare rumore. Lui parla, risponde a domande, mentre io glielo lavoro con la lingua, sentendo il suo corpo che si tende ogni volta che passo sulla punta. Ogni tanto mi tiene la testa ferma, muove i fianchi appena, spingendo un po’ più a fondo. Io cerco di stare zitto, di non fare rumore, ma dentro di me sto impazzendo. Mi sento un oggetto, un giocattolo, e in un certo senso questo mi eccita ancora di più.
La call va avanti, sembra non finire mai. Ho la bocca stanca, la mascella mi fa male, saranno passati quaranta minuti, forse di più. Continuo, alternando ritmi lenti e più veloci, sentendo il suo respiro che ogni tanto si spezza, anche se cerca di nasconderlo. Alla fine la chiamata termina, lui chiude il computer con un gesto secco. “Cazzo, non ce la faccio più,” dice, con la voce tesa. Mi guarda da sopra, mi tiene la testa con entrambe le mani. “Non ti fermare ora,” mi ordina. Io annuisco, anche se sono esausto, e ricomincio a succhiare più forte, muovendo la testa avanti e indietro, stringendo le labbra intorno a lui. Lo sento tremare, i suoi gemiti diventano più frequenti, più profondi. “Sto per venire, cazzo,” mi avvisa, ma non si tira indietro. Mi tiene la testa ferma, spinge un po’, e sento il suo orgasmo che arriva, caldo, in fondo alla mia gola. Io ingoio, non ho scelta, mentre lui si lascia andare con un gemito lungo, quasi un ringhio. Poi molla la presa, si appoggia allo schienale della sedia, con il fiatone.
Resto lì sotto per un attimo, con la bocca che mi brucia e le ginocchia che mi fanno male. Mi pulisco con la manica, esco da sotto la scrivania. Lui si sistema i pantaloni, mi guarda appena. “Devi andare, ho un altro appuntamento tra poco,” dice, con un tono freddo, come se niente fosse. Io annuisco, non dico niente, mi alzo e raccolgo le mie cose. Mi sento svuotato, ma anche in qualche modo appagato. Esco dall’ufficio senza guardarlo, chiudo la porta dietro di me. Mentre scendo le scale, ripenso a tutto quello che è successo. È stata una cosa strana, quasi umiliante, ma cazzo, mi è piaciuto. E so che, se me lo chiedesse, probabilmente ci tornerei.
