Il piacere dell’umiliazione (parte 5)
Il sole di mezzogiorno entrava forte dalle vetrate del salotto. L’aria si era scaldata, e con lei anche l’umore dei ragazzi. Le birre continuavano a girare: ormai erano alla quarta o quinta ciascuno, tranne Riccardo che beveva più lentamente, ma con lo stesso sorriso soddisfatto di chi dirige il gioco.
Ero ancora in ginocchio al centro della stanza, la lingua gonfia e il mento lucido di saliva. Avevo appena finito di leccare i piedi di Alex per la seconda volta quando Marco, con la voce già un po’ impastata dall’alcol, ha fatto un gesto ampio.
«Basta con ’sti piedi per un attimo. Fa troppo caldo. Andiamo in piscina coperta, dai. Mattia, tu vieni con noi. Nudo, ovvio.»
Tutti si sono alzati. Io li ho seguiti attraverso la villa, sentendomi ridicolo e vulnerabile mentre camminavo dietro di loro con il cazzo ancora mezzo duro che oscillava a ogni passo. Le telecamere sparse nei corridoi riprendevano ogni movimento.
La piscina coperta era grande, con acqua calda e una zona relax con lettini. L’umidità e il cloro si sentivano subito nell’aria. I ragazzi si sono tolti magliette e pantaloncini rimanendo in boxer o direttamente nudi. Riccardo si è seduto su un lettino con una birra nuova in mano, Luca e Marco si sono tuffati con un urlo, schizzando acqua ovunque. Alex e Nico si sono sdraiati sui lettini vicini.
«Mattia, vieni qui» ha chiamato Luca dall’acqua, con un ghigno. «Entra e poi esci. Voglio vedere come ti si bagna il corpo da puttana.»
Sono sceso in piscina. L’acqua era piacevolmente calda, ma mi sentivo ancora più esposto una volta bagnato. Quando sono risalito, Luca mi ha fatto cenno di avvicinarmi al bordo.
«In ginocchio sul bordo. Prima i piedi.»
Mi sono messo in ginocchio sul bordo piastrellato. Luca ha tirato fuori un piede dall’acqua e me l’ha messo davanti alla faccia. Era bagnato, con qualche goccia che colavano.
«Leccalo. Puliscilo bene con la lingua.»
Ho iniziato a leccare. Il sapore adesso era di cloro mescolato al suo sudore naturale. Marco, che nuotava vicino, ha riso forte.
«Porca troia, guardatelo. Lecca i piedi bagnati come se fosse gelato. Quanto sei degenerato, Mattia? Un uomo di ventisette anni che si guadagna da vivere leccando dita di piedi in una piscina mentre cinque ragazzi lo filmano.»
Alex, dal lettino, ha aggiunto con voce allegra e crudele: «E ce l’ha di nuovo duro. Guarda che cazzetto piccolo che gli diventa quando lo umiliamo. Scommetto che a casa si sega pensando a momenti come questo.»
Riccardo, che osservava tutto dal lettino, ha bevuto un sorso e ha parlato con quel tono calmo che tagliava più di qualsiasi insulto:
«Certo che lo fa. Mattia non è qui solo per i soldi. È qui perché dentro di sé sa di essere fatto per questo. Un passivo naturale che ha bisogno di essere messo al suo posto. Di’ la verità, Mattia: ti eccita sapere che mentre i tuoi amici normali escono con qualcuno, tu sei qui a fare da zerbino umano per dei ragazzi più giovani?»
Ho esitato, la lingua ancora sul piede di Luca. La vergogna mi bruciava dentro.
Marco è uscito dall’acqua e si è seduto sul bordo accanto a Luca. Il suo cazzo era mezzo duro per l’effetto dell’alcol e della situazione.
«Rispondi, leccapiedi. E mentre rispondi, succhiami il cazzo.»
Mi sono spostato tra le sue gambe. Ho preso il suo cazzo in bocca e, tra un colpo di gola e l’altro, ho biascicato: «Sì… mi eccita… essere il vostro zerbino…»
Luca ha riso e mi ha spinto la testa più giù sul cazzo di Marco con una mano.
«Più convincente. Di’ che sei una delusione per i tuoi genitori. Di’ che invece di avere una carriera o un ragazzo decente, sei diventato la gola e la lingua da noleggio di cinque sconosciuti.»
Ho sentito le lacrime salirmi agli occhi. Il cazzo di Marco mi riempiva la bocca, rendendo tutto più difficile. Ho provato a parlare lo stesso: «Sono… una delusione… invece di avere una vita normale… sono qui a succhiare e leccare piedi… per soldi…»
Nico, che fino a quel momento era rimasto più tranquillo, si è alzato e si è avvicinato. Ha messo un piede sulla mia spalla mentre succhiavo Marco, spingendomi ancora più in basso.
«Bravo. Continua così. E ricordati che questo è solo sabato mattina. Abbiamo ancora tutto il pomeriggio e tutta la notte per farti capire quanto vali davvero.»
Marco ha iniziato a scoparmi la gola con più forza, aiutato dall’alcol che lo rendeva meno controllato. L’acqua della piscina mi gocciolava dal corpo, mescolandosi alla saliva che colava copiosa.
Dopo qualche minuto Marco ha grugnito e mi ha sborrato in gola, tenendomi fermo fino all’ultima goccia.
«Ingoia tutto, troia. Non sputare nemmeno una goccia del mio sperma.»
Quando ha tirato fuori, Alex ha preso subito il suo posto.
«Adesso tocca a me. Prima lecca i miei piedi bagnati, poi succhia. E mentre lecchi voglio sentirti dire quanto sei grato di essere qui.»
Mi sono spostato su Alex. Ho leccato le sue piante bagnate, la lingua che scivolava sul cloro e sulla pelle. Tra una leccata e l’altra mormoravo: «Grazie… per usarmi… grazie per umiliarmi…»
I ragazzi ridevano, bevevano, facevano battute sempre più crude. Riccardo filmava con il telefono alcuni primi piani, commentando a bassa voce per le telecamere fisse:
«Guardate questo passivo. Sta imparando il suo ruolo giorno dopo giorno. Gola profonda, leccapiedi, zerbino verbale. E più lo insultiamo, più gli diventa duro.»
L’umiliazione psicologica era costante, pesante, amplificata dall’alcol che rendeva i ragazzi più diretti, più cattivi, più sinceri nelle loro parole.
E io, bagnato, in ginocchio sul bordo della piscina, con la bocca che passava da piedi a cazzi e da cazzi a piedi, sentivo che la resistenza stava cedendo.
Non riuscivo più a distinguere dove finisse la vergogna e dove iniziasse l’eccitazione.
Sapevo solo che il weekend era ancora lungo.
E che loro non avevano ancora finito con me.
Dopo la sessione in piscina l’atmosfera si è allentata un po’. L’alcol continuava a circolare, ma il caldo e l’acqua avevano stancato tutti. Riccardo ha guardato l’orologio e ha deciso di cambiare ritmo.
«Basta per adesso. È ora di pranzo. Mattia, puoi riposarti un quarto d’ora mentre prepariamo. Siediti sul lettino, bevi un po’ d’acqua e mangia qualcosa. Niente bocca per un po’.»
Mi sono sentito stranamente grato. Le ginocchia mi facevano male, la mascella era indolenzita, la lingua gonfia per tutte le leccate di piedi. Mi sono sdraiato su uno dei lettini della zona relax, nudo, con un asciugamano sotto la schiena. Alex mi ha portato una bottiglietta d’acqua fredda e un panino semplice con prosciutto e formaggio. Ho mangiato lentamente, in silenzio, mentre loro chiacchieravano tra loro come se io non ci fossi.
Per quei quindici minuti è stato quasi… normale. Ridevano di una partita di calcio vista la sera prima, parlavano di un amico comune che aveva combinato un casino al lavoro, si prendevano in giro per quanto fossero rossi per il sole. Io stavo lì, zitto, a recuperare forze. Il mio cazzo si era finalmente ammosciato un po’. Per un momento ho potuto chiudere gli occhi e fingere di essere solo uno in vacanza.
Poi Riccardo ha battuto le mani una volta.
«Riposo finito. Mattia, torna in servizio. Ma piano, per ora.»
Mi hanno fatto sdraiare a pancia in giù su un grande lettino imbottito vicino alla piscina. Nico si è seduto accanto a me e mi ha messo i piedi sulla schiena, usando la mia pelle come poggiapiedi mentre guardava il telefono. Non mi chiedeva di leccare, solo di stare lì. Era umiliante, ma meno faticoso. Marco e Luca si sono tuffati di nuovo, giocando a schizzarsi come ragazzini.
Alex si è avvicinato con una birra in mano e si è seduto sul bordo del lettino. Mi ha posato un piede sulla nuca, premendo leggermente.
«Stai buono così. Rilassati la gola, che dopo ti serve.»
Sono rimasto immobile per una ventina di minuti, con i piedi di due ragazzi diversi addosso, mentre loro chiacchieravano tranquillamente sopra di me. Ogni tanto uno di loro mi dava un ordine semplice: «Leccami le dita piano», oppure «Massaggiami la pianta con le mani». Niente di aggressivo. Solo un promemoria costante del mio ruolo. Il ritmo lento mi permetteva di respirare, ma non mi faceva dimenticare nemmeno per un secondo dove fossi.
Dopo pranzo ci siamo spostati di nuovo in salotto. Riccardo ha messo una partita di Formula 1 in tv, volume basso. Mi hanno fatto sedere nudo sul divano in mezzo a Luca e Marco. Per quasi mezz’ora nessuno mi ha toccato. Siamo rimasti lì a guardare le macchine che giravano in pista, bevendo birra fresca. Ogni tanto uno di loro mi passava una mano sulla coscia o mi accarezzava distrattamente il cazzo, ma senza insistere. Era quasi rilassante. Quasi.
Poi Marco ha sbadigliato e ha allungato i piedi sul tavolino basso davanti a noi.
«Mattia, vieni qui. Leccami i piedi mentre guardo la gara. Con calma, senza fretta.»
Mi sono inginocchiato di nuovo tra le sue gambe. Ho iniziato a leccare lentamente la pianta del piede destro, con la lingua morbida. Marco teneva gli occhi sullo schermo e ogni tanto commentava la corsa, come se io fossi solo un accessorio.
«Bravo… così. Lingua larga. Senti che sapore ha il mio piede dopo la piscina?»
Non rispondevo. Continuavo a leccare in silenzio. Dopo un po’ Alex ha voluto il suo turno. Mi sono spostato e ho fatto lo stesso con lui, alternando leccate lente e succhiate leggere alle dita. L’umiliazione era costante, ma il ritmo tranquillo la rendeva quasi ipnotica.
Riccardo, dalla sua poltrona, osservava con soddisfazione.
«Vedi, Mattia? Puoi anche riposarti un po’, ma la tua bocca e la tua lingua restano nostre. È bello vederti così calmo mentre ci servi.»
Verso le quattro del pomeriggio il caldo è diventato troppo. Riccardo ha proposto di andare nella sauna della villa per una mezz’ora.
«Mattia, vieni con noi. Ma stavolta solo massaggi ai piedi. Niente gola per un po’. Vogliamo rilassarci.»
Nella sauna piccola e calda ci siamo seduti tutti e sei sui gradini di legno. L’aria era densa, profumata di eucalipto. Mi hanno fatto mettere in ginocchio sul pavimento caldo. Uno alla volta mi passavano i piedi perché li massaggiassi con le mani e li leccassi piano, senza fretta. Il sudore ci colava addosso. L’atmosfera era più intima, quasi pigra.
Nico, con la voce bassa e rilassata, ha detto: «Sei bravo con le mani, sai? Peccato che la tua specialità sia la bocca. Però oggi ti stai comportando bene.»
Per quei venti minuti nella sauna è stato quasi tranquillo. Solo mani e lingua sui piedi, respiri pesanti, qualche battuta sporadica. Nessuno mi scopava la gola. Nessuno mi insultava pesantemente. Solo una sottomissione lenta, costante, che mi permetteva di recuperare energie mentre loro si rilassavano.
Quando siamo usciti dalla sauna, sudati e rossi, Riccardo mi ha dato una pacca leggera sulla spalla.
«Bravo ragazzo. Riposati altri dieci minuti. Poi ricominciamo.»
Mi sono sdraiato di nuovo su un lettino, con un asciugamano fresco sulla fronte. I ragazzi si sono seduti intorno a bere altra birra e a chiacchierare di cose normali: lavoro, palestra, un concerto che volevano vedere.
Io ascoltavo le loro voci lontane, il corpo stanco ma la mente stranamente calma.
Sapevo che la tranquillità non sarebbe durata a lungo. L’alcol era ancora lì, e con esso la crudeltà disinibita che prima o poi sarebbe tornata.
Ma per quei brevi momenti di pausa, potevo semplicemente esistere: nudo, usato, ma momentaneamente in pace tra un’umiliazione e l’altra.
Il tardo pomeriggio era caldo e pigro. Eravamo tornati in salotto dopo la sauna. I ragazzi bevevano ancora birra, ma Riccardo aveva cambiato strategia senza dire niente a nessuno.
«Ragazzi, stiamo bevendo troppo alcol. Passiamo all’acqua per un po’, altrimenti domani ci svegliamo distrutti.»
Aveva portato una grossa caraffa di acqua fredda con limone e aveva iniziato a riempire bicchieri per tutti. Ne ha dato uno anche a me.
«Bevi, Mattia. Devi idratarti. Bevi tanto.»
Ho bevuto. Poi un altro bicchiere. E un altro ancora. Riccardo insisteva con calma, riempiendo di nuovo ogni volta che il bicchiere si svuotava. I ragazzi bevevano senza fare domande: l’acqua era fresca, il caldo della sauna li aveva disidratati. In mezz’ora ne abbiamo bevuti almeno tre bicchieri ciascuno.
L’atmosfera era tranquilla, quasi sonnolenta. Guardavamo un film leggero in tv, io seduto nudo sul divano tra Marco e Alex, con i piedi di Luca poggiati sulle mie cosce. Ogni tanto qualcuno mi ordinava di leccargli le dita dei piedi con calma, senza fretta. Niente di aggressivo. Solo quel ritmo lento che ormai conoscevo.
Ma dentro di me sentivo crescere una strana tensione. Riccardo aveva uno sguardo diverso: attento, calcolatore, come se stesse preparando qualcosa. Non diceva niente, ma ogni volta che qualcuno finiva l’acqua lui riempiva subito. Il mistero aleggiava nell’aria. Nessuno parlava di pisciare, eppure dopo un’ora abbondante era chiaro che tutti iniziavano a sentire il bisogno.
Marco si è mosso sul divano, accavallando le gambe. Luca ha cambiato posizione un paio di volte. Alex ha stretto le cosce. Nico ha sospirato piano. Riccardo invece sembrava perfettamente a suo agio.
Alla fine ha spento la tv e ha guardato tutti con quel suo sorriso calmo.
«Mattia, vieni qui in ginocchio al centro della stanza.»
Mi sono messo in posizione. Le telecamere rosse ci fissavano da ogni angolo.
Riccardo si è seduto di fronte a me su una poltrona, rilassato, e ha iniziato l’intervista con voce bassa e profonda, quasi ipnotica.
«Mattia, hai bevuto tanta acqua oggi, vero?»
«Sì…»
«Anche i ragazzi hanno bevuto tanto. Ormai siamo tutti pieni. Dimmi una cosa: fino a che punto ti spingeresti per questo lavoro? Fino a che punto saresti disposto a umiliarti per guadagnare quei tremila euro… e magari anche di più?»
Ho sentito il cuore accelerare. La domanda era vaga, ma il tono di Riccardo la rendeva pesante. Ho deglutito.
«Non lo so… fino a dove serve, credo.»
Lui ha sorriso lentamente, inclinando la testa.
«Bravo. Risposta onesta. Adesso ti spiego cosa succede. Tu resterai in ginocchio. I ragazzi si metteranno in fila davanti a te. Uno alla volta, ti pisceranno in bocca. Tu dovrai ingoiare tutto. Se sprechi anche solo una goccia, perderai cento euro per ogni schizzo sprecato. Capito?»
Il silenzio è calato nella stanza. I ragazzi si sono scambiati sguardi sorpresi, poi eccitati. Nessuno se l’aspettava, ma nessuno ha protestato. L’alcol e le ore di dominio li avevano resi ricettivi.
Riccardo ha continuato, la voce sempre calma e teatrale:
«Sarà lento. Uno alla volta. Tu aprirai la bocca e terrai gli occhi aperti. Voglio vederti mentre capisci cosa stai diventando. Pronto?»
Ho annuito, la gola secca nonostante tutta l’acqua bevuta.
«Parla.»
«Sì… sono pronto.»
Riccardo ha fatto un cenno. «Iniziamo da Alex, il più giovane.»
Alex si è alzato per primo, un po’ imbarazzato ma con un sorrisetto nervoso. Si è messo davanti a me, ha tirato fuori il cazzo ancora morbido e l’ha puntato verso la mia bocca aperta.
«Pronto?» ha chiesto Riccardo.
Alex ha annuito. Dopo qualche secondo un getto caldo, forte, ha iniziato a uscirmi direttamente in bocca. Il sapore era salato, intenso, quasi metallico. Ho cercato di ingoiare subito, ma il flusso era continuo. Alcuni rivoli mi sono colati sul mento e sul petto. Alex ha riso piano, un po’ incredulo.
«Cazzo… sta bevendo davvero.»
Riccardo ha commentato con voce bassa: «Bravissimo, Mattia. Ingoia. Senti il sapore del piscio di un ragazzo di ventidue anni. È questo che sei disposto a fare per i soldi… e perché ti eccita.»
Il getto è finito. Avevo ingoiato la maggior parte, ma un po’ era finito sul pavimento. Riccardo ha contato freddamente: «Due schizzi sprecati. Duecento euro in meno.»
Alex si è rimesso seduto, rosso in faccia ma visibilmente eccitato.
Poi è toccato a Marco. Lui era più disinibito. Si è messo davanti a me con le gambe larghe.
«Apri bene, leccapiedi.»
Il suo getto era più forte, più abbondante. Ho aperto la bocca il più possibile, cercando di ingoiare a ritmo. Il piscio mi riempiva la bocca, caldo, continuo. Ne ho mandato giù tanto, ma inevitabilmente un po’ mi colava dagli angoli delle labbra sul petto e sulle cosce. Marco rideva.
«Guardate che faccia da urinale umano. Ventisette anni e beve piscio come se fosse birra.»
Riccardo: «Ingoia di più, Mattia. Concentrati. Questo è il tuo nuovo livello. Senti quanto sei basso adesso?»
Quando Marco ha finito, Riccardo ha contato altri tre schizzi sprecati.
Nico è stato più lento, più controllato. Il suo getto era costante, quasi gentile. Mi guardava negli occhi mentre pisciava. Ho ingoiato meglio questa volta, ma comunque qualche goccia è caduta.
Luca è stato l’ultimo dei quattro. Il suo piscio era forte e aveva un sapore più marcato. Mi ha tenuto la testa con una mano mentre pisciava, costringendomi a tenere la bocca spalancata.
«Bevi, troia. Bevi tutto il piscio di un uomo vero.»
Ho ingoiato quanto potevo. Le lacrime mi scendevano sulle guance per lo sforzo e per l’umiliazione psicologica profonda. Il sapore mi riempiva la gola, lo stomaco era pieno e caldo.
Alla fine è toccato a Riccardo. Si è messo davanti a me per ultimo, il cazzo già mezzo duro.
«Adesso guarda me, Mattia. Occhi aperti.»
Il suo getto è arrivato lento, controllato. Mi ha pisciato direttamente sulla lingua, poi ha riempito la bocca. Ho ingoiato a fatica, ma con più impegno di prima. Solo poche gocce sono cadute.
Quando ha finito, Riccardo mi ha asciugato il mento con il pollice.
«Hai sprecato in totale otto schizzi. Ottocento euro in meno. Quindi il compenso finale sarà duemiladuecento euro… se ti comporti bene per il resto del weekend.»
Si è chinato leggermente verso di me, la voce bassa solo per le mie orecchie, ma abbastanza forte perché le telecamere registrassero:
«Hai appena bevuto il piscio di cinque uomini. E il tuo cazzo è di nuovo duro. Non mentire a te stesso, Mattia. Questa è la tua natura.»
Sono rimasto in ginocchio, il petto e le cosce bagnati di piscio, lo stomaco pesante, il sapore salato che mi impregnava la bocca.
I ragazzi mi guardavano in silenzio, un misto di eccitazione, sorpresa e crudele soddisfazione.
Il weekend aveva appena raggiunto un nuovo livello di intensità psicologica.
E mancavano ancora più di ventiquattr’ore.
