Racconti Piccanti
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Buco da palestra (parte 2)

Buco da palestra (parte 2)

25 Marzo 2026·9 min di lettura

Non ho dormito bene, stanotte. Ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo quella stanza, il neon che ronzava, il materasso logoro, e soprattutto Marco, con quella voce calma che mi ordinava cosa fare. Mi sono girato e rigirato nel letto, con il plug ancora dentro, come lui aveva voluto. Non ho avuto il coraggio di toglierlo, non dopo la minaccia di ieri. Ogni movimento mi ricordava la sua presenza, quel disagio costante, quella sensazione di pienezza che mi faceva sentire vulnerabile anche nella privacy della mia stanza. Eppure, nonostante la vergogna che mi bruciava dentro, c’era anche qualcos’altro, un’eccitazione malata che non riuscivo a spegnere. Mi odiavo per questo, ma non potevo farci niente.

Quando sono uscito di casa per andare in palestra, avevo lo stomaco annodato. Ho camminato con passi incerti, sentendo il plug premere a ogni passo, un promemoria di ciò che mi aspettava. Mi sono infilato un paio di pantaloni larghi e una felpa, come se potessi nascondere quello che portavo dentro di me, come se qualcuno per strada potesse intuire il mio segreto solo guardandomi. Ho abbassato lo sguardo, evitando gli occhi dei passanti, con il cuore che batteva forte. Non volevo tornare in palestra, non dopo ieri, ma non avevo scelta. Marco mi aveva fatto capire che non c’era spazio per esitazioni, che se non mi fossi presentato, avrebbe trovato un modo per punirmi. E io, patetico com’ero, non potevo sopportare l’idea di essere escluso, di perdere quell’attenzione, per quanto umiliante fosse.

La palestra era come sempre, un misto di odori acri e rumori di pesi che sbattevano. Marco era già lì, vicino alla porta del retrobottega, con le braccia incrociate e quello sguardo freddo che sembrava perforarmi. Non ha detto niente quando mi ha visto, ha solo fatto un cenno con la testa, indicando la porta. Ho deglutito a fatica, stringendo la borsa contro il petto come uno scudo, e l’ho seguito. Il rumore della chiave che girava nella serratura mi ha fatto rabbrividire, un suono che ormai associavo a qualcosa di inevitabile.

“Spogliati,” ha detto subito, senza nemmeno guardarmi, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. La sua voce era piatta, ma aveva quel tono autoritario che non lasciava spazio a discussioni. Ho obbedito, con le mani che tremavano mentre mi toglievo i vestiti, uno per uno, piegandoli con cura solo per guadagnare tempo. Il freddo della stanza mi ha fatto venire la pelle d’oca, e la luce del neon rendeva tutto ancora più squallido: il materasso sul pavimento, il divano sfondato nell’angolo, l’odore di chiuso che mi prendeva alla gola. Ero nudo, di nuovo, con il plug medio che avevo indossato da casa che mi ricordava costantemente la mia posizione. Mi sono coperto istintivamente con le mani, anche se sapevo che era inutile.

Marco mi ha guardato per un lungo momento, dalla testa ai piedi, con un’espressione che non riuscivo a decifrare. Poi ha parlato, con quella calma che mi faceva sempre sentire piccolo. “Hai fatto come ti ho detto. Bene. Ma oggi andiamo oltre. Ti voglio a quattro zampe, sul materasso. Subito.”

Il cuore mi è salito in gola. Non volevo farlo, non volevo umiliarmi ancora di più, ma il suo tono non ammetteva rifiuti. Ho esitato solo un istante, poi mi sono inginocchiato sul materasso, con la testa bassa e le guance in fiamme. Il tessuto ruvido sotto di me mi graffiava le ginocchia, e ogni movimento amplificava la sensazione del plug dentro di me. Mi sono messo a quattro zampe, come un animale, sentendomi ridicolo, esposto, con il respiro corto per la vergogna. Non riuscivo a guardarlo, tenevo gli occhi fissi sul pavimento, ma sentivo il suo sguardo su di me, pesante come un macigno.

“Non muoverti,” ha detto, e ho sentito i suoi passi avvicinarsi. Ha preso qualcosa dalla borsa che teneva vicino al divano, e quando ho alzato lo sguardo per un attimo, ho visto un altro plug, più grande di quello che avevo dentro, lucido e nero, con una base ancora più larga. Il mio stomaco si è contorto. Non potevo, non ce l’avrei fatta. Ma prima che potessi dire una parola, Marco si è inginocchiato dietro di me, con una calma metodica che mi terrorizzava.

“Rilassati,” ha detto, ma non c’era traccia di gentilezza nella sua voce. Era un ordine, puro e semplice. Ho sentito le sue mani sulle mie natiche, fredde e ferme, che mi aprivano con una precisione quasi clinica. Ho stretto i denti, con il volto in fiamme, mentre lui estraeva lentamente il plug che avevo dentro. Il sollievo momentaneo è durato solo un istante, perché subito dopo ho sentito la pressione del nuovo plug, più grande, più invadente, che premeva contro di me. Ho lasciato sfuggire un gemito, un suono patetico che non sono riuscito a trattenere, e ho abbassato la testa ancora di più, come se potessi sparire.

“Non fare storie,” ha detto Marco, con un tono che aveva una sfumatura di scherno. “Lo prendi, perché sei solo un buco. Nient’altro. Quindi stai zitto e lasciami fare.” Le sue parole mi hanno colpito come pugni, ma non ho avuto il coraggio di protestare. Ha continuato a spingere, lentamente, con una pazienza che sembrava quasi crudele, enfatizzando ogni movimento, ogni centimetro che si faceva strada dentro di me. Il bruciore era intenso, un disagio che mi faceva stringere i denti e ansimare, ma lui non si fermava. “Guarda come si apre,” ha detto, con una voce che sembrava quasi soddisfatta. “Lo stai prendendo bene. Sei fatto per questo.”

Volevo gridare che non era vero, che non volevo essere lì, ma non ci riuscivo. La vergogna mi soffocava, e quel calore traditore tra le gambe tornava a farsi sentire, anche se cercavo di ignorarlo. Quando finalmente il plug è stato inserito del tutto, con la base larga che premeva contro di me, ero un disastro. Sudavo, tremavo, e ogni respiro era un misto di dolore e qualcosa che non volevo ammettere. Marco si è alzato, pulendosi le mani come se niente fosse, e mi ha guardato dall’alto in basso. “Alzati. Ti alleni, ora. Voglio vedere come ti muovi con quello dentro.”

Stavo per obbedire, con le gambe che tremavano, quando la porta del retrobottega si è aperta all’improvviso. Mi sono irrigidito, con il cuore che batteva all’impazzata, mentre due figure entravano nella stanza. Li ho riconosciuti subito: Fabio e Simone, due habitué della palestra. Fabio era grosso, con mani callose da muratore e un corpo massiccio coperto di peli, mentre Simone era magro, con uno sguardo cattivo e un sorrisetto beffardo che mi faceva venir voglia di sparire. Entrambi mi hanno fissato, e io mi sono istintivamente rannicchiato su me stesso, cercando di coprirmi, anche se era inutile.

“Che abbiamo qui?” ha detto Simone, con una risata secca che mi ha fatto rabbrividire. “Marco ci aveva raccontato, ma vederlo con i miei occhi è un’altra cosa.” Si è avvicinato di un passo, con le mani in tasca, mentre Fabio rimaneva in disparte, osservando con un’espressione che non riuscivo a decifrare.

“Ragazzi, vi presento il nostro amico Luca,” ha detto Marco, con un tono calmo ma carico di autorità. “Sta facendo un allenamento speciale. Vero, Luca? Diglielo.”

Ho abbassato lo sguardo, con la gola secca. “S-sì,” ho balbettato, con la voce così bassa che quasi non si sentiva. La vergogna mi bruciava la pelle, e il plug dentro di me sembrava pesare il doppio sotto i loro occhi. Non riuscivo a guardarli, ma sentivo i loro sguardi su di me, che mi studiavano, che mi giudicavano.

“Guardalo,” ha detto Simone, con quella voce tagliente che sembrava fatta apposta per ferire. “Sta persino arrossendo. Che patetico. E quel coso che ha dentro? Si vede che gli piace, guarda come trema.” Ha riso di nuovo, e ogni parola era come una coltellata. Fabio non ha detto molto, ma il suo silenzio era quasi peggio, come se stesse solo aspettando il momento giusto per intervenire.

“Su, non state lì impalati,” ha detto Marco, con un cenno della mano. “Luca, cominciamo. Squat, dieci ripetizioni. E non voglio sentire lamentele.” Ho annuito, con la testa che girava, e mi sono messo in posizione, nudo davanti a loro, con il plug che mi ricordava a ogni movimento quanto fossi vulnerabile. Ogni squat era un’agonia, non tanto per lo sforzo, ma per la sensazione di essere osservato, per il bruciore e la pienezza che mi facevano sfuggire gemiti che cercavo disperatamente di soffocare.

“Non trattenerti,” ha detto Simone, con quel sorrisetto che non spariva mai. “Fai pure quei versi da cagnolino. È divertente. Vero, Fabio?” Fabio ha grugnito qualcosa di incomprensibile, ma non ha distolto lo sguardo, e io mi sentivo sempre più piccolo, sempre più umiliato. Marco, nel frattempo, mi correggeva la postura con tocchi fermi, clinici, sulle spalle e sulla schiena, come se fossi solo un oggetto da sistemare. “Tieni il culo in fuori,” diceva, con quella voce calma che mi faceva rabbrividire. “Fammi vedere come si muove quel buco. Lo vedono tutti quanto è aperto, no?”

Le sue parole, unite ai commenti di Simone, mi stavano distruggendo. Eppure, nonostante tutto, il mio corpo traditore reagiva. Sentivo quel calore crescere tra le gambe, e non potevo farci niente. Più cercavo di ignorarlo, più diventava evidente, e loro lo notavano, ovviamente. “Guarda un po’,” ha detto Simone, indicando con un cenno del mento. “Gli piace pure. Che schifo. Sei proprio una nullità, eh?”

“È solo un buco,” ha aggiunto Marco, con quella frase che ormai mi perseguitava. “Non è niente di più. E a lui sta bene così. Vero, Luca?” Ho annuito, con le guance in fiamme e gli occhi bassi, incapace di rispondere a parole. Non potevo negarlo, non davanti a loro, non con il mio corpo che mi tradiva così sfacciatamente.

Gli esercizi sono andati avanti per quella che sembrava un’eternità. Flessioni, plank, altri squat, con il plug che mi tormentava a ogni movimento, con i loro occhi su di me, con i loro commenti che mi colpivano come frustate. Ero un disastro, sudato, tremante, con il respiro affannoso e la testa piena di pensieri che non riuscivo a controllare. La vergogna mi soffocava, ma c’era anche quell’eccitazione umiliante, che cresceva nonostante tutto, che mi faceva odiare me stesso ancora di più.

Quando finalmente Marco ha detto che avevamo finito, ero distrutto. Mi ha guardato per un lungo momento, con quegli occhi freddi che sembravano leggermi dentro. “Ricordati,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche, “se non fai quello che dico, se provi a ribellarti, ti porto fuori, nella sala principale, nudo, con quel coso dentro, davanti a tutti. Hai capito?” Ho annuito, con il cuore che batteva all’impazzata al solo pensiero. Non potevo immaginare una cosa del genere, essere esposto così, davanti a sconosciuti, ma sapevo che lui era serio, che non bluffava.

“Puoi rivestirti,” ha aggiunto, voltandosi verso Fabio e Simone come se niente fosse. “Per oggi abbiamo finito. Ma domani ti voglio qui, stesso orario. E tieni quello dentro, non osare toglierlo.” Ho annuito di nuovo, con gesti veloci e maldestri mentre mi rivestivo, sentendo ancora i loro sguardi su di me. Quando finalmente sono stato coperto, ho abbassato lo sguardo, evitando i loro occhi, e mi sono diretto verso la porta con le gambe che tremavano.

Uscire dalla palestra è stato come emergere da un incubo, ma il plug dentro di me, più grande, più invadente, mi ricordava che non era finita. Ogni passo era un disagio, un promemoria di quello che avevo subito, di quello che ero diventato in quella stanza. Mi sentivo sporco, umiliato, distrutto, ma c’era anche quella confusione bruciante, quel piacere malato che non riuscivo a ignorare. Mentre camminavo verso casa, con la testa bassa e il cuore pesante, una domanda mi tormentava: cosa sarebbe successo domani? E, soprattutto, perché una parte di me, nonostante tutto, voleva scoprirlo?

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