Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

L’esperimento che mi ha trasformato (parte 2)

L’esperimento che mi ha trasformato (parte 2)

24 Marzo 2026·9 min di lettura

Non ho dormito bene stanotte. Continuo a ripensare a ieri, a quella cazzo di telecamera che ci fissava mentre massaggiavo i piedi a Giorgio. E al suo sguardo. Non so come descriverlo, ma non era il solito sguardo da amico che mi fa una battuta e via. Era… diverso. Più pesante. Mi ha fatto sentire nudo anche dopo che mi sono rivestito. E non so se sono più incazzato con lui o con me stesso per aver provato qualcosa che non capisco.

Sono seduto sul divano, con una tazza di caffè in mano, quando Giorgio entra in salotto. Ha i capelli spettinati, gli occhiali un po’ storti, e una maglietta sgualcita che sembra non cambi da tre giorni. Mi guarda e fa un sorrisetto, di quelli che mi fanno venir voglia di tirargli un pugno. “Allora, Max, pronto per un altro round di pedicure?” dice, buttandosi vicino a me. La sua gamba sfiora la mia, e io mi sposto di scatto, versando un po’ di caffè sul pavimento.

“Ma vaffanculo, Giorgio. Non fare lo stronzo,” gli rispondo, secco, asciugandomi la mano sui jeans. Lui ride, ma non è la solita risata. C’è qualcosa sotto, come se stesse testando fino a dove può spingersi. “Dai, non fare il permaloso. Ieri ti sei divertito, no? Ti ho visto, sai. Non c’era solo imbarazzo,” aggiunge, abbassando la voce e fissandomi dritto negli occhi.

Sento le guance che si scaldano. “Ma che cazzo stai dicendo? Era una stronzata per i soldi, e lo sai. Non tirare fuori robe strane,” ribatto, alzandomi per mettere la tazza nel lavandino. Però, cazzo, lo so che ha ragione. E lui lo sa che io lo so. Non dico niente, ma il silenzio tra noi pesa come un macigno. La telecamera è lì, con la sua luce rossa che non si spegne mai, e mi chiedo se chi ci guarda dall’altra parte stia ridendo di noi.

I giorni successivi sono un incubo. Giorgio non mi insulta direttamente, ma ogni due per tre tira fuori battutine allusive. Tipo ieri, mentre mangiavamo una pizza: “Max, sicuro che non vuoi massaggiarmi di nuovo? Sai, i piedi mi fanno ancora male.” O stamattina, quando sono uscito dalla doccia con l’asciugamano in vita: “Attento a non far cadere niente, eh. Non voglio distrarmi.” Io faccio finta di niente, rispondo con un “vaffanculo” o una risata forzata, ma dentro di me mi sto rodendo. Non so se è più il fastidio o il fatto che quelle battute mi fanno effetto in un modo che non voglio ammettere.

È il quarto giorno da quando abbiamo iniziato questa stronzata, e siamo nel salotto, come al solito. Io sono seduto sul divano, con una birra in mano, a fissare il ripetitore nero sul tavolo. Giorgio è dall’altra parte della stanza, appoggiato al muro, che giochicchia col telefono. La tensione si taglia con il coltello. Stiamo aspettando. Lo sappiamo entrambi che prima o poi la voce tornerà a parlare. E infatti, proprio mentre sto per aprire bocca per dire qualcosa, il ripetitore crepita.

“Nuova sessione. Massimiliano, spogliati. Completamente. Ora. Giorgio, darai istruzioni a Massimiliano. Lui dovrà obbedire. Iniziate,” dice la voce robotica, fredda e implacabile come sempre.

Mi blocco. La birra mi resta a metà strada verso la bocca. Giorgio alza lo sguardo dal telefono e mi fissa, con un’espressione che è un misto di sorpresa e… non lo so, divertimento? “Cazzo, sul serio?” dico, posando la bottiglia sul tavolo con un po’ troppa forza. “Non possiamo saltare ‘sta roba? Dai, Giorgio, diciamogli di no.”

Lui si stringe nelle spalle, con quel sorrisetto del cazzo che mi fa salire il sangue al cervello. “Il contratto, Max. I soldi. E poi, non fare storie. Tanto chi ci vede?” Usa la mia frase, ma il tono è più duro, come se mi stesse sfidando. Mi alzo, incazzato, ma so che non ho scelta. Millecinquecento euro a settimana. Non posso permettermi di mollare. Mi sfilo la maglietta, poi i jeans, e infine i boxer, buttando tutto in un mucchio sul pavimento. La pelle mi pizzica per l’aria fresca, e sento il suo sguardo su di me, che mi brucia. Sono nudo, davanti a lui, con la telecamera che registra ogni cazzo di movimento.

“Ok, e ora?” chiedo, con la voce che trema un po’ per l’imbarazzo. Giorgio si avvicina, incrociando le braccia. Mi guarda dall’alto in basso, e io mi sforzo di non coprirmi con le mani. “Ora fai quello che ti dico. Siediti sul divano. E massaggiami i piedi, come l’altra volta,” ordina, togliendosi le scarpe e sedendosi vicino a me.

“Ma che cazzo, Giorgio? Siamo amici, non è normale ‘sta roba. Smettiamola con queste stronzate,” protesto, sedendomi comunque, con le mani che stringono i bordi del divano. Lui appoggia i piedi sulle mie cosce, e l’odore di sudore mi arriva dritto al naso, forte e pungente. “Smettila di fare il moralista, Max. È per i soldi. E poi, l’altra volta non ti è dispiaciuto, no? Si vedeva. Ti piaceva,” dice, con un tono basso, quasi provocatorio.

Sento il sangue che mi sale alla testa, ma anche da un’altra parte. “Non dire cazzate. Non mi piace un bel niente,” ringhio, ma prendo comunque uno dei suoi piedi tra le mani. La pelle è calda, ruvida sotto i pollici, e mentre inizio a premere, sento il mio corpo che reagisce, di nuovo, come un idiota. Lui se ne accorge, e il suo sorrisetto si allarga. “Vedi? Non mi sbagliavo. Dai, continua. Fai il bravo,” mi provoca, appoggiandosi indietro con le mani dietro la testa.

Stringo i denti, ma continuo. Ogni movimento delle mie mani sembra amplificare il calore che sento dentro. Il divano scricchiola sotto di noi, e il silenzio è rotto solo dal suono dei nostri respiri. La telecamera è lì, a due metri, con quella luce rossa che sembra perforarmi. Non so quanto tempo passi, ma ogni secondo è un’agonia. Sto per dirgli di smetterla, di lasciar perdere tutto, quando la voce robotica interrompe di nuovo.

“Nuova istruzione. Giorgio, prendi un oggetto dalla cucina. Usalo per penetrare Massimiliano. Avvicinatevi alla telecamera. Iniziate ora.”

Il mondo si ferma. Sento il cuore che mi martella nel petto, e per un attimo penso di aver capito male. Giorgio scoppia a ridere, una risata nervosa, e si alza dal divano. “Ma che cazzo? Sul serio? Non sanno più cosa inventarsi,” dice, passandosi una mano tra i capelli. Io lo guardo, con il panico che mi sale in gola. “Giorgio, no. Basta. Smettiamola con ‘sta merda. Rinunciamo ai soldi. Non voglio arrivare a questo,” lo supplico, con la voce che si incrina.

Lui si gira verso di me, e il suo sguardo si indurisce. “Max, smettila. I soldi mi servono. Ci servono. Non fare il drammatico. È un gioco, prendila con leggerezza e obbedisci. Non è la fine del mondo,” dice, con un tono che non ammette repliche. Si dirige verso la cucina, e io resto lì, nudo sul divano, con le mani che tremano. Sento il rumore del frigo che si apre, poi si chiude. Torna con un cetriolo in mano, grosso, spesso, di un verde scuro. Lo tiene come se fosse un’arma, e io sento lo stomaco che si stringe.

“Non fare lo stronzo, Giorgio. Non con quello,” dico, con la voce bassa, quasi un sussurro. Lui si avvicina, e la voce robotica ripete: “Avvicinatevi alla telecamera. Ora.” Giorgio mi fa un cenno con la testa. “Alzati. Andiamo lì davanti. Facciamo quello che dicono e finiamo ‘sta roba,” ordina, indicando il punto davanti al treppiede.

Mi alzo, con le gambe che sembrano di gelatina. Ci posizioniamo davanti alla telecamera, a un metro dalla lente. Sento il suo respiro dietro di me, e l’odore del cetriolo, fresco e terroso, mi arriva al naso. “Girati, Max. Metti le mani sul tavolo e piega un po’ le gambe,” dice, con un tono che cerca di essere neutro ma tradisce una certa tensione. Obbedisco, anche se ogni fibra del mio corpo urla di scappare. Appoggio le mani sul tavolo, il legno freddo sotto i palmi, e mi piego in avanti. Sento l’aria sulla pelle, e il mio cuore batte così forte che sembra voler uscire dal petto.

“Rilassati, ok? Non voglio farti male,” dice Giorgio, e sento la sua mano sulla mia schiena, un tocco leggero ma fermo. Poi, la punta del cetriolo, fredda e dura, preme contro di me. Stringo i denti, e un gemito di disagio mi sfugge dalle labbra. “Cazzo, piano,” ansimo, con il sudore che mi cola lungo la fronte. Lui spinge lentamente, e il bruciore è immediato, acuto, come se qualcosa mi stesse spaccando. Ma non si ferma. “Respira, Max. Non fare il coglione, rilassati,” mi dice, con la voce tesa.

Continua a spingere, piano ma senza esitazione. Il bruciore si trasforma in qualcosa di diverso, un misto di dolore e… non lo so, qualcosa che non voglio ammettere. Sento il mio corpo che si adatta, che cede, e un gemito mi sfugge di nuovo, ma non è solo di disagio. È più profondo, gutturale. Giorgio si ferma per un attimo, sorpreso. “Cazzo, Max, ti piace davvero? Non ci credo,” dice, con un tono che è un misto di incredulità e scherno. Riprende a muoversi, aumentando il ritmo, e io non riesco a rispondere. La sensazione mi travolge, e ogni spinta mi fa tremare le gambe.

“Non credevo fossi così frocio, sai?” aggiunge, con la voce più dura, mentre continua. Le sue parole mi colpiscono, ma non ho la forza di ribattere. Il tavolo scricchiola sotto le mie mani, e il suono dei nostri respiri, pesanti e irregolari, riempie la stanza. Sento l’odore del mio sudore, mischiato a quello del suo, e il freddo del cetriolo che si scalda a contatto con il mio corpo. Ogni movimento è amplificato, ogni sensazione mi brucia nella testa.

Non so quanto tempo passi. Minuti, forse. Ma il ritmo cresce, e io non riesco a controllarmi. I gemiti mi escono senza che possa fermarli, e sento il calore che si accumula, che sale, fino a un punto che non posso ignorare. “Cazzo, Giorgio, sto per…” Non finisco la frase. Schizzo, senza nemmeno toccarmi, un fiotto caldo che mi fa tremare tutto il corpo. Mi accascio sul tavolo, con il fiato corto, le mani che scivolano sul legno.

Giorgio si ferma, tira fuori il cetriolo e lo lascia cadere a terra con un tonfo. Lo sento ansimare dietro di me. “Porca puttana, Max. Non ci credo,” mormora, passandosi una mano tra i capelli. Sto per rispondergli, per dirgli qualsiasi cosa, quando la voce robotica torna a farsi sentire, interrompendo tutto.

“Sessione terminata. Potete fermarvi. Ulteriori istruzioni verranno fornite domani.”

Resto lì, appoggiato al tavolo, con il corpo che trema ancora per gli strascichi di quello che è appena successo. Sento Giorgio che si allontana di qualche passo, ma non mi giro a guardarlo. La telecamera è lì, con quella luce rossa che non si spegne mai, e io mi chiedo fino a che punto siamo disposti a spingerci per quei cazzo di soldi. Domani. Cosa diavolo ci faranno fare domani?

Lascia un commento