Racconti Piccanti
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Il coinquilino che dorme

Il coinquilino che dorme

23 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Luca, ho ventotto anni e vivo in un piccolo appartamento di periferia con Matteo, un mio amico dai tempi dell’università. Condividiamo questa casa da quasi due anni: io lavoro come grafico freelance e passo gran parte del tempo davanti al computer, lui è operaio in un cantiere e torna a casa spesso sporco di polvere e con l’odore di sudore che gli impregna i vestiti. Non è esattamente il tipo con cui immaginavo di convivere, ma l’affitto è basso e, in qualche modo, abbiamo trovato un nostro equilibrio. O almeno, così credevo fino a stasera.

È sabato, e come capita spesso nel weekend, abbiamo passato la serata a bere birre sul divano. Niente di speciale: una partita in tv, qualche commento scemo, e le lattine che si accumulano sul tavolino. Matteo è un tipo diretto, schietto, uno di quelli che non si fa problemi a dire quello che pensa. Ha i capelli corti, la barba di qualche giorno e un fisico robusto, da chi solleva pesi per lavoro. Io, invece, sono più mingherlino, con gli occhiali e una timidezza che non sono mai riuscito a scrollarmi di dosso. Non gli ho mai detto che sono gay, ma credo che lo sospetti. Non ne parliamo, però. È una di quelle cose che lasciamo sospese, come se fosse più comodo per entrambi.

Stasera, dopo la quinta birra, Matteo si è sdraiato sul divano, allungando le gambe e appoggiando i piedi nudi sul tavolino. “Cazzo, sono distrutto,” ha detto, sbadigliando, mentre si grattava la pancia sotto la maglietta. I suoi piedi sono grandi, con le dita lunghe e un po’ di peli scuri che spuntano sopra. Non so perché, ma non riuscivo a smettere di guardarli. È una cosa che mi capita da un po’, una fissazione che non riesco a spiegare nemmeno a me stesso. Non è solo curiosità, è qualcosa di più profondo, un misto di attrazione e imbarazzo. Ogni volta che li vedo, mi sale un nodo in gola, un pensiero che mi fa sudare le mani.

“Vai a letto, no? Hai la faccia da morto,” gli ho detto, cercando di sembrare normale mentre mi alzavo per prendere un’altra birra in cucina. Lui ha borbottato qualcosa, tipo “Sì, tra un attimo,” ma quando sono tornato aveva già gli occhi chiusi, la testa appoggiata sullo schienale del divano. Russava leggermente, un suono profondo e regolare. Mi sono fermato a guardarlo per un attimo, con la lattina fredda tra le mani. I suoi piedi erano ancora lì, sul tavolino, a pochi passi da me. Non so cosa mi sia preso. Forse l’alcol, forse la stanchezza, forse il fatto che non riuscivo a togliermeli dalla testa da settimane.

Mi sono seduto piano sulla poltrona accanto al divano, con il cuore che mi batteva forte. Non riuscivo a distogliere lo sguardo. I suoi piedi erano proprio davanti a me, con la pelle ruvida sui talloni e un vago odore che arrivava fino a qui, un misto di sudore e di terra. Mi sono detto che non dovevo, che era una cosa stupida, che se mi avesse visto sarebbe finita male. Ma più ci pensavo, più sentivo quella voglia crescer-mi dentro, come una specie di prurito che non riuscivo a ignorare. Mi sono chinato in avanti, piano, senza fare rumore. Il cuore mi martellava nel petto, le mani mi tremavano. Mi sono avvicinato ancora, fino a che il suo piede non è stato a pochi centimetri dal mio viso. Ho inspirato piano, chiudendo gli occhi. L’odore era forte, pungente, ma in qualche modo mi faceva girare la testa, come se stessi perdendo il controllo.

E poi, all’improvviso, ho sentito un movimento. Ho aperto gli occhi di scatto e l’ho visto: Matteo era sveglio, con la testa girata verso di me e un’espressione tra l’incredulo e il divertito. Il panico mi ha travolto come un’onda. Mi sono tirato indietro, balbettando qualcosa, ma non usciva niente di sensato. “Ma che cazzo stai facendo, Luca?” ha detto, con la voce ancora un po’ impastata dal sonno. Non era arrabbiato, però, o almeno non sembrava. C’era una specie di ghigno sul suo viso, come se stesse per scoppiare a ridere.

“Io… io non… scusa, non so che mi è preso,” ho balbettato, con la faccia che mi bruciava dalla vergogna. Volevo sparire, scavarmi una fossa lì sul posto. Lui si è tirato su, appoggiando i gomiti sulle ginocchia, e mi ha guardato dritto negli occhi. “Cazzo, sei proprio un pervertito,” ha detto, ridendo. La sua risata era forte, quasi cattiva, ma non c’era rabbia. Era come se trovasse la cosa assurda, ma allo stesso tempo divertente. “Ti piacciono i miei piedi, eh? Ma guarda un po’.”

Ho abbassato lo sguardo, incapace di rispondere. Mi sentivo nudo, esposto, come se mi avesse appena aperto in due e visto tutto quello che cercavo di nascondere. “Non fare quella faccia da cucciolo bastonato,” ha continuato, con quel tono strafottente che usa quando vuole prendermi in giro. “Se ti piacciono così tanto, perché non fai qualcosa di utile? Massaggiameli, dai. Dopo una giornata in cantiere sono distrutto.”

Non capivo se stesse scherzando o se facesse sul serio. Lo guardavo, con il cuore che ancora mi scoppiava nel petto, cercando di leggere la sua espressione. “Muoviti, no? Non farmi pentire di non averti preso a calci,” ha aggiunto, spingendo un piede verso di me. Ho esitato, ma poi ho posato le mani sul suo piede, con le dita che tremavano. La pelle era calda, ruvida, e l’odore era ancora più forte ora che lo toccavo. Ho iniziato a massaggiare, con movimenti lenti, incerti, mentre lui si appoggiava indietro sul divano, guardandomi con quel sorriso storto. “Più forte, cazzo, non sono una principessa,” ha detto, e io ho obbedito, stringendo di più.

“Non ti vergogni nemmeno un po’, vero?” ha continuato, con un tono che era un misto di scherno e curiosità. “Ti eccita, lo vedo. Guarda come ti sudano le mani.” Non risposi, non ce la facevo. Mi sentivo umiliato, ma allo stesso tempo c’era una parte di me che non voleva smettere. Ogni parola che diceva mi bruciava, ma mi spingeva anche ad andare avanti. “Se ti piace così tanto l’odore, perché non lo assaggi?” ha detto all’improvviso, con un ghigno. Mi sono bloccato, guardandolo. “Dai, non fare il timido adesso. Succhia le dita, pervertito. Voglio vedere quanto ti piace l’odore da maschio.”

Le sue parole erano come uno schiaffo, ma invece di farmi ritrarre, mi hanno fatto qualcosa dentro. Mi sono chinato di nuovo, con il viso vicino al suo piede, e ho passato la lingua su una delle dita. Il sapore era salato, intenso, e l’odore mi riempiva le narici. Ho chiuso gli occhi, con la testa che girava, mentre lui rideva sopra di me. “Cazzo, sei proprio malato,” ha detto, ma nella sua voce c’era una specie di eccitazione, come se lo stesse divertendo davvero. Ho continuato, succhiando piano, sentendo ogni ruga della pelle, ogni pelo sotto la lingua. Lui ha gemuto leggermente, un suono profondo, e ho alzato lo sguardo. Si era slacciato i jeans e aveva la mano dentro i boxer, che si muoveva piano. “Guarda come ti eccita,” ha detto, con un tono basso, quasi ringhiante. “Non smettere, dai, continua.”

Ero in trance, completamente perso. Il suo piede nella mia bocca, l’odore che mi avvolgeva, le sue parole che mi umiliavano e mi spingevano a fare di più. Ho passato la lingua tra le dita, succhiando con più forza, mentre lui si toccava sopra di me. “Sei proprio una troietta, lo sai?” ha detto, ridendo piano. “Ti piace il sapore del mio sudore, eh? Dimmi che ti piace.” Ho annuito, con la bocca ancora piena, incapace di parlare. “Dillo, cazzo,” ha insistito, e io ho borbottato un “Sì, mi piace,” con la voce soffocata, sentendomi ancora più umiliato, ma anche più eccitato.

Dopo un po’, ha tirato indietro il piede e si è alzato a sedere, con i jeans aperti e i boxer abbassati quel tanto che bastava. Il suo membro era lì, duro, con la pelle lucida di sudore. Mi ha guardato con un’espressione che non lasciava spazio a dubbi. “Vieni qua,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Mi sono avvicinato, in ginocchio davanti a lui, con le mani che mi tremavano. “Prendilo in bocca, dai. Se ti piace il mio odore, vedrai che ti piace anche questo.” Non ho esitato, non potevo. L’ho preso tra le labbra, sentendo il calore e il sapore salato, mentre lui mi metteva una mano sulla testa, guidandomi con movimenti lenti ma decisi.

“Bravo, così,” ha mormorato, con la voce roca. “Succhia bene, cazzo, fammi vedere quanto lo vuoi.” Le sue parole mi colpivano come pugni, ma non riuscivo a smettere. Muovevo la bocca su e giù, sentendo il suo respiro diventare più pesante, i suoi gemiti più frequenti. L’odore del suo corpo, un misto di sudore e pelle, mi riempiva i sensi. Ogni tanto mi spingeva più in fondo, facendomi quasi soffocare, e rideva piano quando tossivo. “Non ce la fai, eh? Eppure ti piace, lo vedo,” diceva, con quel tono che mi faceva sentire piccolo, ma allo stesso tempo mi spingeva a continuare.

Dopo un po’, mi ha tirato indietro per i capelli, guardandomi con gli occhi socchiusi. “Girati,” ha detto, e io ho obbedito senza pensarci due volte. Mi sono messo a quattro zampe sul pavimento, con il cuore che mi scoppiava nel petto. Ho sentito il rumore dei suoi jeans che cadevano a terra, poi le sue mani ruvide che mi abbassavano i pantaloni. Non ha detto niente, solo un grugnito mentre si posizionava dietro di me. Ho sentito la pressione, poi il dolore, e ho stretto i denti, cercando di respirare. “Rilassati, cazzo,” ha detto, con la voce bassa, e piano piano ha iniziato a muoversi, con spinte lente ma profonde.

Il ritmo è aumentato, e ogni movimento era accompagnato dal rumore dei nostri corpi che si scontravano, dal suo respiro affannoso e dai miei gemiti soffocati. Mi teneva per i fianchi, stringendo forte, e ogni tanto mi dava uno schiaffo sul fianco, ridendo piano. “Ti piace, eh? Lo so che ti piace,” diceva, e io non riuscivo a rispondere, perso tra il dolore e il piacere che mi attraversavano. Il pavimento sotto di me era freddo, ma il suo corpo era caldo, pesante, e il suo odore mi avvolgeva completamente. “Dimmi che lo vuoi,” ha ringhiato, spingendo più forte, e io ho ansimato un “Sì, lo voglio,” con la voce spezzata.

Siamo andati avanti per un tempo che non saprei dire, con lui che alternava momenti lenti, quasi tortuosi, a spinte più rapide, brutali. Alla fine, ha emesso un gemito lungo, profondo, e ho sentito il calore dentro di me. Si è fermato, ansimando, poi si è tirato indietro, lasciandomi lì, tremante, sul pavimento. Mi sono girato a guardarlo, con il fiato corto, mentre si tirava su i boxer e si appoggiava al divano, con un’espressione soddisfatta. “Cazzo, sei proprio strano, ma devo dire che non è stato male,” ha detto, con un mezzo sorriso. Io non ho risposto, ancora frastornato, con il corpo che pulsava e la testa piena di pensieri confusi. Lui ha preso un’altra birra dal tavolino, l’ha aperta e ha bevuto un sorso lungo, come se niente fosse successo.

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