Obbedire a mio cugino (parte 3)
Dopo quella sera con Carmelo nella stanza di Elena, qualcosa dentro di me si era definitivamente spezzato. Le sue parole («puttanella da quattro soldi», «ti verrebbe da ridere») mi tornavano in mente di continuo, soprattutto di notte. Mi svegliavo con il cazzo duro e il cuore che batteva forte per la vergogna. Davide lo aveva capito benissimo. Negli ultimi giorni era diventato ancora più subdolo: mi chiedeva le cose con voce dolce, mi sfiorava la schiena quando passavo, mi chiamava «bravo» ogni volta che obbedivo. Io continuavo a dirgli di no all’inizio – «no, Davide, basta», «non mi va» – ma finivo sempre per cedere. E ogni volta mi sentivo un po’ più debole, un po’ più suo.
Quel pomeriggio l’erba era particolarmente forte. Ne avevamo fumate quattro di fila. Dopo l’ultima tirata la testa mi girava lenta, le gambe erano molli e la realtà sembrava scivolare via. Davide mi prese per mano senza dire niente e mi portò di nuovo nella camera di Elena. Aprì il cassetto e tirò fuori il perizoma rosso di pizzo e le calze a rete rosse che avevo guardato troppo a lungo l’altro giorno.
«Metti queste.»
Esitai, il cuore che mi martellava nel petto.
«Davide… no. L’altra volta è stato già umiliante. Carmelo mi ha visto. Ho ancora paura.»
Lui si avvicinò, mi posò le mani sulle spalle nude e mi guardò dritto negli occhi con quel sorriso calmo, rassicurante e manipolatore insieme.
«Marco, è solo un gioco tra noi. Non c’è niente di male. Hai visto quanto ti stava bene l’altra volta? Eri bellissimo. E poi lo so che ti è piaciuto. Ti si è alzato subito. Fidati di me. È solo per divertirci un po’. Nessuno lo saprà mai.»
Rimasi fermo ancora qualche secondo, combattuto tra la vergogna e quella curiosità calda che mi cresceva dentro. Alla fine le mani mi tradirono. Presi il perizoma rosso. Lo infilai lentamente. Il filo sottile mi entrò tra le natiche e premette proprio sul buco del culo, facendomi rabbrividire. Il davanti era ridottissimo: il mio cazzo mezzo duro sporgeva quasi completamente fuori, la cappella già lucida di liquido. Poi presi le calze a rete rosse. Le srotolai sulle gambe una alla volta. La rete mi stringeva le cosce, mi faceva sentire nudo, vulnerabile, esposto.
Quando finii, Davide fece un passo indietro e mi guardò a lungo, in silenzio.
«Cazzo… girati.»
Obbedii. Sentivo il perizoma che mi segava il culo, le calze che frusciavano piano.
«Adesso muovi il culo. Fammi vedere come sculetti.»
Arrossii fino alle orecchie, ma iniziai a ondeggiare i fianchi goffamente. Il cazzo mi dondolava duro davanti, una goccia trasparente che colava lungo la cappella.
«Più lento. Come una spogliarellista da quattro soldi in un bordello. Brava, Elena.»
Quel nome mi colpì di nuovo come uno schiaffo. Ogni volta che lo diceva sentivo una scarica di vergogna mista a eccitazione. Il cazzo mi pulsava dolorosamente.
Davide si sedette sul bordo del letto, gli occhi accesi.
«Adesso giochiamo a nascondino. Tu ti nascondi. Io conto fino a cento. Se ti trovo… ti inculo.»
Lo disse con una naturalezza che mi fece gelare.
«Dai, non scherzare…»
«Sono serissimo, Marco. Se ti trovo ti scopo nel culo. Vuoi giocare o no?»
Esitai. La paura mi stringeva lo stomaco, ma sotto c’era qualcosa di più forte: una curiosità malata, un desiderio che non volevo ammettere. Alla fine annuii debolmente.
Corsi fuori dalla stanza di Elena e andai nella camera grande degli zii. Mi infilai sotto il letto matrimoniale, schiacciandomi contro il pavimento freddo. Il perizoma mi segava il buco, le calze a rete mi stringevano le gambe. Il cuore mi batteva così forte che lo sentivo nelle orecchie. Ero terrorizzato. Ma il cazzo era durissimo, schiacciato contro la pancia.
Sentii Davide che iniziava a contare ad alta voce dal corridoio.
«Uno… due… tre…»
La voce si avvicinava lentamente. Ogni numero mi faceva contrarre lo stomaco. Immaginavo i suoi passi, il suo corpo che si muoveva per la casa. Quando arrivò a cinquanta il silenzio divenne totale. Poi sentii i passi entrare nella camera degli zii. Il parquet cigolò. Il letto sopra di me si abbassò leggermente quando lui ci salì sopra. Il cuore mi esplodeva.
Un secondo dopo una mano forte mi afferrò la caviglia sinistra e mi trascinò fuori con un solo strattone deciso.
Urlai per la sorpresa. Venni fuori da sotto il letto come un animale braccato, carponi sul pavimento. Alzai gli occhi.
Davide era completamente nudo.
Il suo cazzo era durissimo, puntato verso di me. Grosso, venoso, lungo e spesso, la cappella gonfia e lucida di liquido preseminale. Le palle pesanti pendevano sotto. Era pronto. Veramente pronto. Non stava scherzando.
Il panico mi invase.
«Davide… no… aspetta… non farlo davvero!»
Cercai di indietreggiare sul pavimento, ma lui mi afferrò per le caviglie e mi tirò verso di sé.
«Ti prego… non sono pronto… fa male… non voglio!»
La voce mi usciva tremante, supplichevole. Ma il mio cazzo, traditore, era ancora durissimo, che pulsava e gocciolava sul pavimento. Davide se ne accorse subito.
«Guarda come ce l’hai duro, Elena. Lo vuoi anche tu. Lo vedo.»
Mi girò sulla pancia con facilità, mi mise a quattro zampe. Mi abbassò il perizoma rosso solo quel poco che bastava, lasciando il filo infilato tra le natiche. Sentii la cappella calda e bagnata premere contro il mio buco vergine. Spingeva.
«Davide, ti prego! Fermati! Fa troppo male!»
Urlai quando la cappella forzò l’anello stretto. Il dolore fu lancinante, come se mi stesse spaccando in due. Le lacrime mi salirono agli occhi. Lui continuò a spingere piano ma senza fermarsi, centimetro dopo centimetro. Sentivo ogni vena del suo cazzo che mi apriva, che mi sfondava. Le pareti del culo bruciavano, si tendevano al massimo intorno alla sua asta grossa.
«Aaaah! Cazzo… Davide… tiralo fuori… ti supplico…»
Lui arrivò fino in fondo, le palle che toccavano il mio culo. Rimase fermo un secondo, respirando pesante contro il mio orecchio.
«Cazzo che culo stretto… sei proprio vergine, Elena…»
Poi iniziò a muoversi. Prima piano, lunghi affondi che mi facevano sentire ogni millimetro. Poi sempre più forte. I colpi diventavano violenti, secchi. Il suono della pelle che sbatteva riempiva la stanza: slap… slap… slap… slap. Ogni spinta mi mandava una fitta di dolore acuto mista a un piacere profondo, caldo, che mi saliva dalla prostata e mi riempiva la pancia.
«Ah… ah… fa male… ma… cazzo… non fermarti…»
Non capivo più niente. Supplicavo di fermarsi e un secondo dopo supplicavo il contrario. Il dolore si stava trasformando in qualcosa di liquido, di intenso, di insopportabile e bellissimo insieme. Davide mi afferrò i fianchi con forza, mi tirava verso di sé ad ogni affondo, scopandomi come un animale.
«Prendi il cazzo del tuo cugino, puttana. Prendilo tutto fino in fondo.»
Mi scopava selvaggiamente sul pavimento freddo. Le calze a rete mi segnavano le ginocchia. Il perizoma rosso mi segava il cazzo duro, che sbatteva contro la pancia a ogni colpo. Sudavamo tantissimo. L’odore di erba, sudore e sesso era denso. I miei gemiti diventavano sempre più acuti, sempre più femminili.
«Più forte… ti prego… inculami…»
Davide accelerò ancora, mi sbatteva con violenza.
«Dimmi che sei la mia puttana. Dillo!»
«Sono… sono la tua puttana…»
Lui ringhiò come una bestia, spinse fino in fondo con tre colpi violentissimi e venne. Sentii gli schizzi caldi, potenti, che mi riempivano il culo: fiotto dopo fiotto, densi e bollenti. Il suo cazzo pulsava dentro di me mentre sborrava tantissimo.
Quando uscì, il buco rimase aperto, pulsante. Un rivolo di sborra bianca mista a un filo di sangue colò fuori e mi scese lungo la coscia.
Il suo cazzo era sporco: lucido di sborra, di muco e di un velo rosso.
«In ginocchio.»
Obbedii senza pensare, ancora in estasi e dolore. Mi mise il cazzo in bocca. Sapeva forte di culo, di sborra salata, di sudore. Lo pulii con la lingua, succhiando ogni goccia, leccando sotto la cappella, lungo le vene, fino alle palle. Davide mi teneva la testa con una mano, accarezzandomi i capelli con l’altra.
«Brava puttanella… hai preso tutto. Sei stata bravissima.»
Mi sentivo distrutto, il culo che bruciava e pulsava vuoto, la bocca piena del sapore del suo sperma. Ma dentro di me era successo qualcosa di definitivo.
Ero diventato la puttana di Davide.
E mentre leccavo l’ultimo residuo dal suo cazzo ancora mezzo duro, capii che non volevo più tornare indietro. Mai più.
