Racconti Piccanti
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La vicina del piano di sopra

La vicina del piano di sopra

12 Marzo 2026·7 min di lettura

Marisa viveva al terzo piano di un condominio vecchio ma dignitoso, in un quartiere di periferia dove tutti si conoscevano ma nessuno si impicciava troppo. A 49 anni, divorziata da un decennio, aveva un corpo che sembrava scolpito da un artista con una fissa per le curve esagerate: tette enormi, che a malapena entravano nelle magliette aderenti, e un culo da urlo, sempre fasciato da leggings leopardati o gonne di jeans minuscole che indossava in casa come se fosse una pornostar degli anni ’80. Fuori, però, era un’altra storia: si copriva con maglioni larghi e pantaloni anonimi, timida al limite del patologico con gli estranei. Ma dentro, dietro quelle porte chiuse, bruciava di una fame che non riusciva a spegnere, un desiderio che la teneva sveglia la notte, a rigirarsi nel letto con pensieri che non confessava nemmeno a se stessa.

Kevin, invece, era il classico studente universitario squattrinato che abitava al quarto piano. Vent’anni, magro ma con una bellezza quasi irritante: zigomi alti, occhi verdi che sembravano usciti da un filtro di Instagram, capelli castani sempre spettinati ad arte. Però aveva un difetto: quando incrociava Marisa sulle scale, balbettava come un idiota. “B-buongiorno, signora,” biascicava, abbassando lo sguardo, mentre lei rispondeva con un sorriso timido e un “Ciao” appena sussurrato. Ma entrambi sentivano quella tensione, quell’elettricità che si accendeva ogni volta che i loro occhi si incrociavano per un secondo di troppo. Lui si chiedeva come facesse una donna così a sembrare contemporaneamente una bomba sexy e una suora spaventata. Lei, beh, cercava di non pensarci, ma il suo corpo la tradiva ogni volta che lo vedeva.

Una sera, verso le undici, mentre Kevin stava tornando a casa con una busta di spesa mezza vuota, Marisa lo intercettò sul pianerottolo. Indossava una vestaglia di raso rossa, che le arrivava appena sopra le cosce, e i capelli corvini erano sciolti sulle spalle. “Kevin, scusa se ti disturbo,” disse, con quella voce bassa che sembrava sempre un po’ tremante. “Ho sentito un rumore strano in camera, tipo un cigolio o non so. Puoi dare un’occhiata? Sono un po’ preoccupata.” Lui, rosso in faccia, annuì senza pensare. “S-sì, certo, signora. Entro un attimo.”

Dentro casa, l’odore di vaniglia di una candela da due soldi pizzicava il naso. Marisa lo guidò verso la camera da letto, le sue curve che ondeggiavano sotto la vestaglia mentre camminava. Kevin cercava di guardare il pavimento, ma era impossibile non notare come quella stoffa sottile le aderisse al corpo. “Ecco, è da qui,” disse lei, indicando un angolo della stanza vicino al letto. “Magari è solo il parquet, ma voglio essere sicura.” Lui si chinò per ascoltare, sentendo il cuore battergli nelle orecchie. Non c’era nessun rumore, ovviamente. Però c’era lei, a un metro da lui, che lo guardava con un’espressione che non riusciva a decifrare. “Forse se ti togli la giacca senti meglio,” suggerì lei, con un tono che sembrava innocentemente pratico. Kevin, confuso ma obbediente, se la tolse. “E magari anche la maglietta, sai, per non fare rumore con i tessuti,” aggiunse lei, con un sorrisetto che sembrava quasi un gioco. Lui, ormai in trance, obbedì, mostrando un torso magro ma definito, con qualche pelo scuro sul petto.

Marisa si morse il labbro, i suoi pensieri un casino di vergogna e desiderio. Non avrebbe dovuto, lo sapeva. Era il figlio di qualcuno, Cristo santo. Però quella fame dentro di lei, quella che la divorava da anni, stava vincendo. “Sai, magari mi sbaglio sul rumore,” disse, cambiando improvvisamente tono. Si sedette sul bordo del letto, la vestaglia che si apriva appena a mostrare un accenno di reggiseno nero di pizzo. “Forse sono solo nervosa. Siediti un attimo con me.” Kevin, con le guance in fiamme, si sedette, rigido come un palo. Lei gli posò una mano sulla spalla, leggera ma decisa. “Rilassati, non mordo,” sussurrò, con una risatina che sembrava quasi una provocazione. Lui deglutì rumorosamente, il contatto della sua pelle che gli mandava scosse lungo la schiena.

La tensione si fece densa, quasi palpabile. Lei gli accarezzò piano la nuca, le dita che giocavano con i suoi capelli. Lui non si mosse, paralizzato ma con il respiro sempre più corto. “Sei carino quando balbetti, lo sai?” disse lei, con un tono ironico ma caldo. Poi, senza dargli il tempo di rispondere, si avvicinò e gli sfiorò il collo con le labbra, un bacio leggerissimo che però gli fece quasi sfuggire un gemito. Marisa si tirò indietro, guardandolo negli occhi. “Se vuoi che mi fermo, dimmelo ora,” mormorò, seria. Ma lui scosse la testa, incapace di parlare. Dentro di lei, quella fame animale si scatenò del tutto.

Marisa si alzò dal letto e lasciò cadere la vestaglia a terra, mostrando il corpo che sembrava uscito da un film hard vintage: tette che quasi esplodevano dal reggiseno, fianchi larghi, cosce piene. Kevin rimase a bocca aperta, il cervello in corto circuito. Lei si avvicinò, gli prese le mani e le posò sui suoi fianchi. “Toccami,” ordinò, con una sicurezza che non aveva mai mostrato fuori da quelle pareti. Lui obbedì, le mani che esploravano la sua pelle morbida, mentre lei gli si sedeva in grembo, premendo contro di lui. Sentiva la sua erezione attraverso i jeans, e questo le strappò un sorriso soddisfatto. Lo baciò, un bacio profondo, con la lingua che cercava la sua, mentre le mani di lui le stringevano il culo con una forza che non si aspettava da un ragazzo così magro.

Poi Marisa si alzò, si tolse il reggiseno lasciando libero quel seno pesante, i capezzoli scuri già duri. Si chinò per slacciargli i jeans, liberando il suo cazzo già pronto, duro e pulsante. “Non male, ragazzo,” disse con una risata, dandogli una carezza leggera che lo fece sobbalzare. Lo prese in mano, accarezzandolo piano, mentre lui chiudeva gli occhi, sopraffatto. “Aspetta, non ancora,” gli disse, fermandosi. Si tolse anche gli slip, mostrando tutto, poi si mise a quattro zampe sul letto, il culo in aria, perfettamente tondo e invitante. “Vieni qui,” gli ordinò. Kevin, con le gambe che gli tremavano, si avvicinò. “Leccami il culo,” disse lei senza mezzi termini, mentre con una mano prendeva un dildo enorme dal cassetto del comodino. Lui esitò un attimo, ma poi si chinò, la lingua che sfiorava quella pelle liscia, mentre lei si infilava il giocattolo dentro con un gemito profondo, muovendolo con ritmo. “Sì, così, bravo,” ansimava, mentre Kevin si perdeva in quel sapore, in quell’odore intenso e inebriante, sentendo il suo stesso desiderio montare a un livello insostenibile.

Dopo minuti che sembrarono ore, lei si girò, lo spinse sul letto e gli salì sopra, a cavalcioni. I suoi seni gli sfioravano il viso mentre si abbassava su di lui, prendendolo dentro con un movimento lento ma deciso. “Cazzo, sei stretto,” mormorò lui, finalmente trovando la voce. Lei rise, muovendosi su e giù, le mani appoggiate al suo petto per tenersi in equilibrio. Il letto cigolava sotto di loro, un ritmo costante che si mescolava ai loro respiri affannosi e ai gemiti di lei, sempre più forti. “Ti piace, eh?” gli chiese, con un sorriso malizioso, mentre accelerava, il suo culo che sbatteva contro le sue cosce con un suono secco. Lui annuiva, incapace di fare altro, le mani che le stringevano i fianchi mentre sentiva l’orgasmo avvicinarsi. Lei si chinò a baciarlo, i seni che gli premevano contro il petto, i capezzoli che sfregavano sulla sua pelle sudata. L’odore del loro sesso riempiva la stanza, un misto di sudore e desiderio che li avvolgeva.

“Non ancora,” gli disse, rallentando di colpo, prolungando il tormento. Poi si alzò, si mise sdraiata sulla schiena e gli fece cenno di avvicinarsi. “Voglio che mi vieni sulle tette,” disse, con un tono che non ammetteva repliche. Kevin, ormai al limite, si mise in ginocchio sopra di lei, masturbandosi mentre lei lo guardava con un’espressione di pura lussuria, toccandosi tra le gambe con una mano. Quando finalmente esplose, con un gemito roco, il suo seme le colpì il seno, scivolando sulla pelle lucida di sudore. Lei rise piano, passandosi una mano sul petto, spalmando tutto con un gesto lento e provocatorio. “Bravo, ragazzo,” mormorò, guardandolo con un sorriso stanco ma soddisfatto.

Kevin si lasciò cadere accanto a lei, il respiro ancora irregolare, il corpo svuotato ma appagato. Marisa si girò su un fianco, guardandolo senza dire niente, solo con quel sorrisetto che sembrava dire tutto. Non c’era bisogno di parole, non in quel momento. La stanza era silenziosa, a parte il loro respiro che piano piano tornava normale.

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