Racconti Piccanti
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Da coinquilino a puttanella (parte 4)

Da coinquilino a puttanella (parte 4)

13 Marzo 2026·13 min di lettura

Qualche sera dopo, Marco uscì di nuovo. Stavolta non con gli amici del calcetto, ma con una ragazza che aveva conosciuto su Tinder. Aveva passato il pomeriggio a prepararsi: doccia lunga, barba curata, la camicia nera che gli stava da dio, jeans scuri che tiravano sulle cosce. Alberto lo aveva guardato uscire con un nodo in gola, sapendo già che sarebbe rimasto sveglio a fissare il soffitto.

Invece Marco rientrò dopo meno di un’ora.

La porta sbatté forte. Passi pesanti, inciampanti. Alberto era sul divano con il portatile sulle ginocchia, fingeva di studiare. Alzò gli occhi e vide Marco: capelli scompigliati, occhi lucidi, guance arrossate dall’alcol e dalla rabbia.

«Buca» ringhiò Marco buttando le chiavi sul tavolo. «Mi ha scritto cinque minuti fa: “scusa, mi sono addormentata”. Addormentata un cazzo. Mi ha lasciato lì come un pirla.»

Alberto chiuse il portatile. «Mi dispiace… vuoi che ti prepari qualcosa? Una tisana, un tè con limone… domani hai lezione presto, se bevi ancora domani sei finito.»

Marco rise, una risata amara e ubriaca. «Tisana? No, grazie, mamma.» Aprì il frigo, prese una birra Moretti ghiacciata, la stappò con i denti e ne buttò giù metà in un sorso solo. Si lasciò cadere sul divano accanto ad Alberto, le gambe larghe, la bottiglia appoggiata sulla coscia.

Rimasero in silenzio per un po’. Marco fissava il vuoto, beveva a piccoli sorsi ora, più calmo. Poi si alzò di scatto, barcollando appena.

«Voglio vedere un film» disse.

Andò in camera sua, tornò con una chiavetta USB nera. La infilò nella porta HDMI del televisore, prese il telecomando e si risedette. Alberto lo guardava confuso.

«Che film è?» chiese.

Marco sogghignò, un sorriso storto, pericoloso. «Rilassati, Ale. Non preoccuparti.»

Premette play.

Lo schermo si illuminò. Non era un film. Era un porno. HD, professionale. Una ragazza giovane, capelli castani lunghi, viso da lolita, forse vent’anni. Era a quattro zampe su un letto bianco, nuda, il culo in alto. Dietro di lei un uomo nero, muscoloso, con un cazzo enorme – nero lucido, venoso, lungo almeno 25 centimetri – che entrava e usciva da lei con spinte lente e profonde. La ragazza gemeva forte, la voce rotta, il corpo che tremava a ogni affondo. La telecamera zoommava sul punto di penetrazione: l’ano dilatato che si apriva intorno a quella bestia, il contrasto di colori, il luccichio del lubrificante.

Alberto spalancò la bocca. «Marco… che cazzo stai facendo?»

Marco non rispose subito. Si slacciò la cintura, abbassò i jeans e i boxer fino alle caviglie in un unico gesto. Il suo cazzo saltò fuori, già semi-eretto, pesante contro la coscia. Lo prese in mano, lo accarezzò piano, guardandolo ingrossarsi sotto le sue dita. Diventò enorme in pochi secondi: 23 centimetri abbondanti, vena gonfia, glande viola scuro e lucido di pre-eiaculazione.

Alberto era ipnotizzato. Non riusciva a staccare gli occhi. Il cuore gli martellava nelle orecchie, il respiro corto.

Marco lo guardò di sbieco, con quel sorriso ubriaco e dominante. «Vieni qua. Toccalo.»

Alberto deglutì. «Marco…»

«Dai. Toccalo e basta.» La voce era bassa, rauca. Non una richiesta. Un invito che non ammetteva rifiuti.

Alberto si spostò sul divano, si sedette di fianco a lui. La vicinanza era elettrica: l’odore di birra, sudore, colonia. Il calore del corpo di Marco.

Marco scosse la testa. «No. A terra. Tra le mie gambe.»

Alberto esitò solo un secondo. Poi scivolò giù, si inginocchiò sul tappeto tra le cosce larghe di Marco. Era a livello perfetto: il cazzo enorme puntato verso di lui, pulsante, vivo.

Marco gli prese la mano, la guidò sull’asta. Alberto la strinse. Era calda, dura, la pelle vellutata che scorreva sotto le dita. Pesante. Troppo pesante.

«Segalo» disse Marco, la voce calma ma autoritaria. «Piano. Così.»

Gli mostrò il movimento: su e giù, lento, con una leggera torsione al glande. Alberto obbedì, ipnotizzato. Sentiva il battito del cuore di Marco sotto la pelle, vedeva il glande gonfiarsi ancora di più a ogni carezza. Marco emise un gemito basso, appoggiò la testa allo schienale, gli occhi semichiusi sul porno che continuava a scorrere: la ragazza ora urlava, il cazzo nero la riempiva completamente.

«Bravo… proprio così… più stretto sotto… sì, cazzo…»

Alberto era in trance. Il suo sesso duro premeva dolorosamente contro i pantaloncini. Non pensava più. Esisteva solo quella mano che scivolava su e giù, il respiro di Marco che si faceva più pesante, i commenti mormorati tra un gemito e l’altro.

«Guarda come la spacca… guarda quel culo che si apre… cazzo, quanto vorrei sfondarti così…»

Alberto tremò. Marco lo fermò di colpo, afferrandogli il polso.

«Basta.»

Si chinò in avanti, lo guardò dritto negli occhi. Il tono cambiò: non più ubriaco e giocoso. Dominante. Freddo.

«Vai in camera tua. Prendi il dildo. Quello rosso. Portamelo.»

Alberto sbatté le palpebre, come se si fosse svegliato. «Marco…»

«Ora.» La voce era un ordine secco. «Non farmelo ripetere, Ale. Obbedisci.»

Alberto rimase inginocchiato per un secondo eterno. Poi si alzò, le gambe molli, il viso in fiamme.

Andò in camera sua.

Aprì la scatola sotto il letto.

Prese il dildo rosso fuoco.

Tornò in soggiorno con le mani che tremavano.

Marco era ancora lì, cazzo duro in mano, porno che continuava a girare, sguardo fisso su di lui.

Sorrise piano.

«Bravo ragazzo.»

Alberto tornò in soggiorno con il dildo rosso stretto tra le dita tremanti. Il cuore gli scoppiava nel petto, il respiro corto e irregolare. Sotto i pantaloni della tuta grigia l’erezione era evidente, un rigonfiamento duro che premeva contro la stoffa morbida, impossibile da nascondere. Marco era ancora seduto sul divano, le gambe larghe, il cazzo eretto che puntava verso l’alto come una minaccia viva, il porno che continuava a scorrere sullo schermo con gemiti lontani e ritmici.

Marco lo guardò arrivare, gli occhi socchiusi, un sorriso lento e predatorio sulle labbra.

«Bravo. Ora spogliati.»

La voce era bassa, calma, ma non ammetteva repliche.

Alberto posò il dildo sul tavolino con mani incerte. Si tolse la felpa oversize, lasciandola cadere a terra. Poi la maglietta, rivelando il petto magro, i capezzoli già turgidi per l’eccitazione e il freddo improvviso. Si abbassò i pantaloni della tuta fino alle caviglie, li scalciò via insieme ai calzini. Rimase in mutande bianche semplici, aderenti, con il sesso che tendeva la stoffa in avanti e una macchia umida già visibile all’altezza del glande.

Esitò. Le braccia incrociate sul petto, lo sguardo basso, le guance in fiamme.

Marco inclinò la testa. «Tutto.»

Alberto deglutì. «Marco…»

Marco si alzò in piedi con un movimento fluido. Era nudo ora: si era tolto anche la maglietta mentre Alberto era andato a prendere il dildo. Alto, imponente, il petto largo, i muscoli definiti ma naturali, il cazzo che oscillava pesante tra le gambe. Si avvicinò, torreggiando su Alberto. Con un gesto rapido gli agganciò l’elastico delle mutande con due dita e le strattonò verso il basso, facendole scendere fino alle ginocchia.

«Tutto, ho detto. Anche i calzini. Nudo. Come una puttanella.»

Alberto si chinò per toglierli, imbarazzato, il viso vicinissimo al sesso di Marco. Quando si rialzò era completamente nudo: pelle chiara, sesso duro che rimbalzava contro il basso ventre, culo rotondo e pallido, gambe sottili che tremavano leggermente.

Marco lo osservò per un lungo secondo, poi allungò una mano. Gli sfiorò il petto, pizzicò un capezzolo facendolo gemere. Scivolò giù, lungo l’addome, prese in mano il sesso di Alberto e lo strinse piano, valutandolo.

«Piccolo e carino» mormorò. «Proprio come te.»

Poi afferrò il dildo dal tavolino. Lo tenne per la base, lo avvicinò al viso di Alberto per farglielo vedere da vicino. Alberto tremò.

Marco girò intorno a lui, lo prese per i fianchi e lo spinse verso il muro. «Piegati. Mani al muro. Culo in fuori.»

Alberto obbedì, le mani appoggiate al muro freddo, la schiena inarcata, il culo offerto. Marco si chinò dietro di lui, gli aprì le natiche con le mani grandi. Sputò direttamente sul buchino stretto, un filo di saliva che colò lento. Prese il dildo, lo strofinò tra le chiappe, lubrificandolo con lo sputo e con il pre-eiaculato che colava dal suo stesso cazzo.

Alberto ansimò. «Piano… ti prego, Marco… fa male…»

Marco gli diede una sculacciata forte, secca, che echeggiò nella stanza. Alberto sobbalzò, il culo che si arrossava subito.

«Zitto.»

Poi premette la punta contro l’apertura. Spinse piano. Alberto strinse i denti, gemette forte quando la testa entrò. Marco continuò, lento ma inesorabile, centimetro dopo centimetro. Il dildo rosso scompariva dentro di lui, le vene in rilievo che dilatavano i muscoli.

«Cazzo… guarda come si apre questo culo» mormorò Marco, la voce roca. «Si allarga per bene… bravo, proprio così…»

Fece qualche movimento dentro e fuori, brevi affondi, lasciando che Alberto si abituasse. Poi, con un colpo deciso, glielo spinse tutto dentro fino alla base. Alberto urlò piano, le gambe che cedevano, il corpo che tremava.

Marco lo lasciò lì, conficcato fino in fondo. Il dildo rosso sporgeva appena dalla base larga.

«In ginocchio. Ora.»

Alberto si girò lentamente, le ginocchia che toccarono il tappeto. Il dildo dentro di lui lo faceva sentire pieno, esposto, vulnerabile. Alzò lo sguardo: il cazzo di Marco era lì, a pochi centimetri dal viso, enorme, pulsante, lucido.

Marco lo prese in mano, lo sventolò piano davanti alle labbra di Alberto. Alberto aprì la bocca d’istinto, la lingua che usciva per lambirlo.

Marco si ritrasse ridendo. «Non ancora.»

Alberto lo guardò implorante.

«Chiedimelo.»

Alberto deglutì, la voce rotta. «Marco… per favore… dammelo in bocca…»

Marco si ritrasse ancora di qualche centimetro. «Più forte. Dimmi quanto lo vuoi.»

«Ti prego… voglio succhiartelo… fammi prendere il tuo cazzo…»

Marco rise di nuovo, crudele e divertito. Continuò così per un minuto buono: Alberto con la bocca spalancata, la lingua fuori, che cercava di avvicinarsi; Marco che si allontanava appena, tenendolo per i capelli con una mano, umiliandolo con quel gioco lento e crudele.

Poi, di colpo, glielo infilò in bocca.

Alberto spalancò gli occhi. La bocca si riempì subito: il glande grosso, salato, che premeva contro il palato. Riuscì a prenderne solo una metà scarsa prima che la gola si chiudesse. Provò a spingere, ma i conati arrivarono subito. Lacrime gli salirono agli occhi, saliva che colava dagli angoli della bocca.

Marco incrociò le braccia sul petto, lo guardò dall’alto.

«Puoi fare di meglio, frocio. Dai. Prendilo tutto. Mostrami quanto sei bravo.»

Alberto provò. Spinse la testa in avanti, soffocando i conati, le lacrime che gli rigavano il viso. Sbavava copiosamente, il mento bagnato, il naso che colava. Cercava di rilassare la gola, di respirare dal naso, ma era troppo grosso. Ogni tentativo finiva con un colpo di tosse, un gemito strozzato.

Marco non si mosse. Rimase lì, braccia incrociate, cazzo mezzo dentro la bocca di Alberto, a guardarlo lottare.

«Bravissimo» disse piano, con un ghigno. «Continua.»

Alberto gemette intorno all’asta, gli occhi imploranti alzati verso Marco.

Il porno sullo sfondo continuava a girare, ma nessuno dei due lo guardava più.

Marco rimase immobile per qualche secondo, le braccia incrociate, a guardare Alberto che lottava con il suo cazzo in bocca. Le lacrime gli rigavano il viso, la saliva colava in fili densi dal mento, i conati lo scuotevano ogni volta che provava a spingere di più. Ma non si fermava. Continuava a succhiare, goffo, disperato, con la lingua che lambiva la vena gonfia, le labbra tese intorno all’asta troppo grossa.

Marco emise un gemito basso, soddisfatto. «Bravo… continua così… succhia forte, frocio…»

Alberto obbedì, succhiando con più forza, la gola che si contraeva inutilmente. Marco gli infilò le dita tra i capelli, lo tenne fermo per qualche secondo con la bocca piena, poi lo lasciò andare.

«Alzati» ordinò.

Alberto si tirò su in ginocchio, barcollando, il viso bagnato, le labbra gonfie e rosse. Il dildo rosso era ancora conficcato nel suo culo, ogni movimento lo faceva sentire pieno, esposto.

Marco indicò il divano con un cenno del mento. «Mettiti a pecora. Pancia sul divano, culo in fuori. Subito.»

Alberto obbedì senza una parola. Si chinò sul divano, le ginocchia sul tappeto, la pancia e il petto appoggiati ai cuscini. Il culo sollevato, le natiche aperte dal dildo che sporgeva osceno. Tremava tutto.

Marco si inginocchiò dietro di lui. Con una mano afferrò la base del dildo rosso e lo tirò fuori lentamente, centimetro dopo centimetro. Alberto gemette forte quando la testa uscì con un suono umido, lasciando il buco spalancato, rosso, pulsante. Marco lo guardò, sorrise.

«Guarda come è rimasto aperto… pronto per me.»

Si sputò sul palmo, si lubrificò il cazzo con saliva abbondante, lo prese in mano e lo puntò contro l’apertura dilatata.

Senza preavviso, spinse.

Di colpo. Secco. Tutto dentro.

Alberto urlò, un urlo acuto e rotto che riempì la stanza. Il dolore fu immediato, bruciante, come se venisse squarciato. Il cazzo di Marco era più grosso del dildo, più caldo, più vivo: lo riempiva completamente, la base schiacciata contro le natiche.

Marco gli tappò la bocca con una mano grande, soffocando il grido. «Zitto. Rilassati.»

Con l’altra mano gli accarezzò i capelli, un gesto quasi tenero in contrasto con la brutalità di poco prima. La voce si fece più bassa, dolce, ipnotica.

«Respira, Ale… piano… abituati… è dentro tutto, senti quanto è grosso? Rilassati… goditelo… è tuo adesso…»

Alberto ansimava contro il palmo di Marco, le lacrime che continuavano a scendere. Il dolore era ancora lì, ma cominciava a mescolarsi a qualcos’altro: una pressione profonda, piena, che gli faceva tremare le gambe. Marco rimase fermo per qualche secondo, lasciandolo adattarsi, poi si afferrò alle sue spalle con entrambe le mani.

E iniziò a scoparlo.

Ogni affondo era lento, brutale, deciso. Usciva quasi tutto, poi rientrava fino in fondo con un colpo secco che faceva sbattere i testicoli contro le natiche di Alberto. Ritmo implacabile, profondo, possessivo.

Alberto gemette contro la mano di Marco. All’inizio erano suoni di dolore, strozzati, ma gradualmente cambiarono. Il bruciore si trasformò in calore, in piacere intenso, elettrico. Il suo cazzo, che era rimasto duro fino a quel momento, iniziò ad ammosciarsi lentamente – non per mancanza di eccitazione, ma per l’intensità di quello che provava dentro. Pre-eiaculato gocciolava copioso sul tappeto, formando una pozza piccola e lucida sotto di lui.

Marco si chinò in avanti, il petto contro la schiena di Alberto, la bocca vicino al suo orecchio. Iniziò a sussurrare, ogni parola un colpo più profondo del cazzo.

«Non vedevo l’ora di sfondarti, lo sai? Dal primo giorno che ti ho visto con quella felpa rosa e quei calzini a cuoricini… ho capito che saresti finito a pecora per me.»

Un affondo più forte. Alberto gemette alto.

«Sei la mia puttanella adesso… il mio buco da riempire quando voglio… ti piace, vero? Senti come ti apro… come ti riempio…»

Alberto spinse il culo indietro d’istinto, cercando di più. Le parole di Marco gli entravano nella testa come veleno dolce, lo umiliavano, lo eccitavano, lo facevano impazzire.

«Dimmi che sei la mia troia… dillo…»

Alberto singhiozzò, la voce rotta. «Sono… sono la tua troia…»

Marco rise piano contro il suo collo, accelerò appena il ritmo. «Bravo… spingi indietro… prendilo tutto… sei fatto per questo… per il mio cazzo grosso…»

Ogni affondo era accompagnato da una parola sporca, da un insulto affettuoso, da una promessa crudele. Alberto era perso: il culo che si apriva e si chiudeva intorno all’asta, il piacere che saliva a ondate, il cervello fritto dalle porcate sussurrate all’orecchio.

Marco si irrigidì all’improvviso. Le mani strinsero le spalle di Alberto fino a far male.

«Sto per venire… ti riempio tutto… senti la sborra calda…»

Un ultimo affondo profondo, brutale. Marco gemette forte, il corpo che tremava. Alberto sentì tutto: il cazzo che pulsava dentro di lui, getti caldi e potenti che lo inondavano, brucianti, densi. La sborra di Marco lo riempì fino in fondo, traboccò un po’ intorno alla base quando Marco spinse ancora una volta, lento, per svuotarsi completamente.

Marco rimase dentro per qualche secondo, ansimando contro la nuca di Alberto. Poi si ritrasse piano, lasciando il buco spalancato e colante di sborra bianca che colava lenta lungo le cosce di Alberto.

Alberto rimase piegato sul divano, tremante, il respiro corto, il culo che pulsava, pieno e vuoto allo stesso tempo.

Marco si alzò, si pulì il cazzo con la maglietta buttata a terra. Lo guardò dall’alto, con un sorriso soddisfatto.

«Bravo, nano. Hai preso tutto.»

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