La confessione che cambiò tutto (parte 5)
Giovanni salì le scale di servizio dell’hotel con il vassoio di cartone in mano. La Pasticceria del Duomo era stata velocissima: bignè alla crema, cannoli siciliani ripieni di ricotta dolce, profiteroles al cioccolato, un paio di sfogliatelle ancora calde. Il profumo dolciastro gli dava la nausea, mescolato all’adrenalina che gli stringeva la gola.
Arrivò al quarto piano, corridoio illuminato da luci al neon fredde. Trovò la porta della 412. Appena si avvicinò sentì i rumori: colpi ritmici, secchi, il letto che sbatteva contro il muro, i gemiti di Katia – acuti, spezzati, quasi urlati – e la voce bassa e roca di Fabio che ringhiava qualcosa di osceno.
Giovanni posò il vassoio per terra, si chinò e appoggiò l’orecchio alla porta. Ascoltò. Ogni affondo sembrava arrivare dritto nello stomaco. Katia gridava «più forte, cazzo, sfondami», Fabio rispondeva con grugniti animaleschi. Il suono della carne bagnata era inequivocabile.
Bussò tre volte, piano.
Niente. Continuarono.
Passò una coppia giovane – venticinque anni al massimo, mano nella mano – che usciva da un’altra stanza. Lo videro lì in piedi, con il vassoio ai piedi, l’orecchio contro la porta. La ragazza ridacchiò, il ragazzo gli diede un’occhiata di compatimento misto a scherno e mormorò qualcosa tipo «povero cristo». Sparirono in ascensore ridendo ancora.
Giovanni arrossì fino alle orecchie. Sentì il cazzo pulsare contro i boxer nonostante tutto. O forse proprio per quello.
Aspettò altri dieci minuti buoni, contando i secondi tra un gemito e l’altro. Poi bussò di nuovo, più forte.
La porta si aprì di scatto.
Katia era lì, capelli scompigliati, rossetto sbavato, il corpetto di pelle slacciato quel tanto da far uscire un seno. Sudata, ansimante, incazzata.
«Che cazzo bussi così forte? Ti avevo detto di aspettare!»
Giovanni abbassò lo sguardo.
«Scusa… sono passati venti minuti…»
Lei lo afferrò per la camicia, lo tirò dentro e chiuse la porta con un calcio. Fabio era sdraiato sul letto king size, nudo, il cazzo ancora lucido e semi-eretto che gli ricadeva sulla coscia. Rideva piano, guardandoli senza dire una parola.
«Spogliati» ordinò Katia. «Subito. Tutto.»
Giovanni obbedì in silenzio. Camicia, pantaloni, boxer, calze. Rimase nudo in mezzo alla stanza, il cazzo piccolo e duro che puntava verso l’alto in modo patetico.
Katia frugò nella borsa che aveva posato sulla poltrona. Tirò fuori una gabbietta di plastica trasparente – modello Holy Trainer, misura S – con il lucchetto già aperto.
«Mettila.»
Giovanni la prese con mani tremanti. Si infilò l’anello alla base, poi la gabbia sul pene. Katia si avvicinò, gli chiuse il lucchetto con uno scatto secco. Fabio scoppiò a ridere forte, si tirò su sui gomiti.
«Cazzo, Katia… gliel’hai messa davvero? Sembra un giocattolino.»
Katia sorrise senza guardarlo.
Fabio si alzò dal letto, si avvicinò nudo a Giovanni. Gli diede un colpetto leggero sulla gabbietta con due dita. Il pene di Giovanni era già bagnato di pre-eiaculato, un filo trasparente che colava dalla fessura.
Fabio ritrasse la mano schifato, la guardò.
«Che schifo… mi hai unto.»
Senza preavviso diede una sberla secca sulla guancia di Giovanni. Non fortissima, ma abbastanza da fargli girare la testa.
Katia rise, una risata cristallina e crudele.
«A quattro zampe. Subito.»
Giovanni si mise carponi sul tappeto. Katia prese il vassoio di pasticcini, lo aprì con calma cerimoniosa e lo posò per terra, proprio davanti alla faccia di lui. Crema che colava, cioccolato che si scioglieva leggermente.
Poi si voltò verso Fabio, che era rimasto in piedi, ancora divertito ma un po’ incerto.
«Calpestali.»
Fabio inarcò un sopracciglio.
«Cosa?»
«Calpesta i pasticcini. Schiacciali sotto il piede. Voglio vedere la crema che schizza ovunque.»
Fabio esitò un secondo, guardò il vassoio, poi Katia. Lei prese un bicchiere di spumante dal minibar – lo aveva già aperto prima – e glielo porse.
«Bevi. Divertiti. È per questo che sei qui, no?»
Fabio prese il bicchiere, buttò giù un sorso lungo. Poi posò il piede nudo sul vassoio. Premette. La sfogliatella si schiacciò con un suono molle, la crema schizzò di lato, finì sul tappeto e sulle dita di Giovanni. Schiacciò di nuovo: bignè esploso, cannolo sbriciolato. Rideva, ma ora rideva di gusto, come se avesse appena scoperto un gioco nuovo.
Katia si chinò verso Giovanni.
«Ora lecca il piede di Fabio. Ripuliscilo. Tutto. La crema, il cioccolato, la ricotta… tutto quello che ha attaccato.»
Giovanni alzò gli occhi, implorante.
«Katia… per favore…»
Lei non rispose con le parole. Gli diede un calcio secco nelle palle, con la punta del tacco. Non fortissimo da fargli perdere i sensi, ma abbastanza da fargli mancare il fiato e piegare la schiena.
Giovanni gemette, si chinò in avanti e posò la lingua sul piede di Fabio.
Grande, calloso, ancora caldo di sesso. Sapore di crema pasticcera, cioccolato amaro, sudore, un vago sentore di lattice dei preservativi usati prima. Leccò lentamente, dalla pianta all’arco, tra le dita. Fabio rise di nuovo, stavolta con una nota di disgusto misto a eccitazione.
«Cazzo… questo è malato.»
Ma non ritirò il piede.
Katia si sedette sul bordo del letto, bevve un sorso di spumante, guardò la scena con gli occhi che brillavano.
«Bravo, cucciolo. Continua. Non smettere finché non è pulito.»
Giovanni leccava, umiliato fino alle lacrime, il cazzo che premeva inutilmente contro la plastica della gabbietta, il sapore dolce e salato che gli riempiva la bocca.
