Racconti Piccanti
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La confessione che cambiò tutto (parte 3)

La confessione che cambiò tutto (parte 3)

12 Marzo 2026·4 min di lettura

Giovanni uscì dalla farmacia con un sacchetto di carta anonimo stretto in mano. Dentro c’erano due confezioni da dodici di Durex Invisible Extra Sensibili – la più sottile, la più cara. Aveva scelto il banco più lontano dalla cassa, aveva pagato in contanti, evitando lo sguardo della farmacista che comunque sembrava non curarsene affatto. Mentre camminava verso casa, il sacchetto gli sembrava pesare come piombo. Ogni passo era un misto di vergogna e di un’eccitazione sorda che gli stringeva lo stomaco.

Passando davanti alla sua libreria preferita – quella piccola e disordinata in via Garibaldi, con i libri usati che odorano di muffa e di tabacco vecchio – decise di entrare. Aveva bisogno di distrarsi, di respirare aria che non sapesse di lattice e di umiliazione. Si infilò tra gli scaffali di narrativa italiana, prese in mano un vecchio Calvino, lo sfogliò senza leggerlo davvero. Il telefono vibrò nella tasca.

Numero sconosciuto.

Aprì il messaggio.

“Ciao Giovanni. Sono Fabio. È stato bello scoparmi la tua mogliettina ieri. Ha la figa che si stringe quando le dico che sei un cuckold da quattro soldi. Ecco con cosa l’ho sbattuta un po’ di volte.”

Seguiva una foto.

Giovanni la aprì con le mani che tremavano. Sullo schermo apparve un cazzo eretto, fotografato in controluce contro una tenda bianca. Era grosso, venoso, circonciso, la cappella lucida e gonfia. Fabio aveva scritto sotto, con precisione crudele:

“23 cm circa. Misurati con il righello. Dille di ringraziarmi quando la riempio di nuovo.”

Giovanni sentì il sangue affluire tutto in basso. Il cazzo gli si indurì all’istante, dolorosamente, premendo contro i jeans. Si guardò intorno: la libreria era quasi vuota, solo una vecchietta al reparto gialli e il libraio che sistemava riviste in fondo. Si appoggiò allo scaffale, chiuse gli occhi un secondo, cercando di respirare. L’immagine gli bruciava nella mente. 23 cm. Lui ne aveva 13 scarsi in erezione piena. La differenza era mostruosa, ridicola, perfetta.

Tornò a casa in fretta, quasi correndo. Appena entrato chiuse la porta, posò il sacchetto sul mobiletto dell’ingresso e si chiuse in bagno senza dire una parola. Katia era in cucina, la sentì canticchiare qualcosa, ma non importava.

Si abbassò i pantaloni, si sedette sul bordo della vasca. Prese in mano il telefono, riaprì la foto. Zoomò sul cazzo di Fabio. Si masturbò veloce, rabbioso, pensando a Katia piegata in quel bagno del bar, a quel coso che entrava e usciva da lei, a come doveva aver gridato piano contro la mano di lui. Venute in meno di un minuto, schizzando sul pavimento. Si pulì con la carta igienica, tirò l’acqua, si lavò le mani. Tremava ancora.

Quando uscì dal bagno Katia era in corridoio, appoggiata allo stipite della porta della camera, braccia incrociate, un sorriso obliquo sulle labbra.

«Hai fatto in fretta.»

Giovanni arrossì violentemente.

«Io…»

«Zitto.» Lei fece un passo avanti. «So del messaggio. Fabio me l’ha mandato prima ancora che tu uscissi dalla farmacia. Mi ha scritto: “Ho appena umiliato tuo marito. Gli ho mandato una foto del mio cazzo. Scommetto che si sta segando in bagno come un disperato”. Aveva ragione, vero?»

Giovanni abbassò lo sguardo.

«Sì.»

Katia rise piano, una risata bassa e crudele.

«Bravo. Almeno sei onesto.»

Gli tese la mano aperta.

«La carta di credito. Subito.»

Giovanni tirò fuori il portafoglio dalla tasca posteriore, estrasse la Visa Platinum – quella con il plafond alto che usavano per le spese grosse – e gliela porse. Le dita gli tremavano ancora.

Katia la prese, la rigirò tra le dita come se fosse un giocattolo.

«Spogliati. Tutto. Nudo. E poi gattona fino al salotto.»

Lui obbedì senza una parola. Si tolse la camicia, i jeans, i boxer, le calze. Rimase nudo in mezzo al corridoio, il cazzo mezzo duro che oscillava a ogni movimento. Si mise carponi, le ginocchia sul parquet freddo, e seguì Katia gattonando fino alla scrivania dove c’era il portatile.

Lei si sedette sulla sedia girevole, aprì Booking.com, iniziò a cercare. Giovanni si fermò ai suoi piedi, in attesa.

Katia posò i talloni nudi sulla schiena di lui, usando la sua spina dorsale come poggiapiedi. Il peso era leggero, ma simbolico. Lui sentiva il calore delle piante contro la pelle, il leggero sudore che si era accumulato durante la giornata.

«Vediamo… un bell’hotel a quattro stelle, centro storico, letto king size, vasca idromassaggio. Domani sera. Per due.»

Digitava veloce. Giovanni respirava piano, il cuore che martellava.

Katia si fermò un attimo, inclinò la testa, lo guardò dall’alto in basso.

«Sai una cosa?» disse, quasi tra sé. «E se venissi anche tu?»

Giovanni alzò gli occhi, sorpreso.

«Io…?»

«Shhh.» Lei gli premette il tallone sulla nuca, schiacciandogli la faccia contro il pavimento per un secondo. «Non sto chiedendo il tuo parere. Sto pensando ad alta voce. Magari ti faccio venire in macchina, parcheggiata fuori dall’hotel. O magari ti faccio aspettare in corridoio mentre io e Fabio ci divertiamo. Oppure… ti faccio entrare nella stanza dopo. Nudo. Con un cartello al collo che dice “Cuckold – Non disturbare”.»

Rise di nuovo, una risata breve e tagliente.

«Vedremo. Intanto finisco di prenotare.»

Cliccò “Conferma prenotazione”. Pagò con la carta di Giovanni. Poi chiuse il portatile, si stiracchiò, lasciò i piedi sulla schiena di lui ancora per qualche secondo.

«Domani pomeriggio vai a prendere la chiave elettronica alla reception. Dirai che sei il marito della signora Katia Rossi. E porterai i preservativi. Tutti e ventiquattro. Chiaro?»

Giovanni annuì contro il parquet.

«Sì, amore.»

Katia si alzò, gli diede un colpetto leggero sulla guancia con il piede.

«Bravo cagnolino. Ora vai a prepararmi la cena. Nudo. Voglio guardarti cucinare mentre penso a come ti useremo domani.»

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