Racconti Piccanti
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La pedicure proibita

La pedicure proibita

12 Marzo 2026·5 min di lettura

Il treno regionale delle 23:17 era un carro bestiame su rotaie. Puzza di sudore, sedili appiccicosi e pendolari con la faccia da zombie che si trascinavano verso casa. Marco, 48 anni, era incastrato in uno scompartimento semi-chiuso, con la giacca sgualcita e la cravatta allentata. Un dirigente di medio livello, stressato da riunioni infinite e capi rompipalle, cercava solo un po’ di pace in quel viaggio di un’ora. Aveva i capelli brizzolati, un po’ di pancetta e occhiaie profonde che gridavano “ho bisogno di dormire”. Ma non dormiva. Non quella sera. Di fronte a lui, seduta con una noncuranza che sembrava una provocazione, c’era Lara.

Lara, 21 anni, studentessa universitaria, aveva l’aria di chi non segue regole. Jeans strappati, maglietta nera aderente che lasciava intravedere l’ombelico, capelli castani mossi e un sorrisetto da stronzetta che diceva “so cosa vuoi e ti farò soffrire”. Era ribelle, di quelle che rispondono male ai professori e fanno impazzire gli uomini solo con uno sguardo. E poi c’erano i suoi piedi. Perfetti, curati, con unghie smaltate di un rosso acceso che sembravano urlare “guardami”. Marco li aveva notati subito, anche se cercava di non fissare troppo. Era il suo punto debole, una fissazione che teneva nascosta a tutti: piedi giovani, profumati, ben fatti. E quelli di Lara erano un dannato capolavoro.

Il treno era stracolmo, ma nello scompartimento c’erano solo loro due e un tizio che russava due sedili più in là. Lara lo guardava, con quegli occhi da gatta che sembravano scavargli dentro. Marco sudava, non per il caldo. Sentiva il cuore battere più forte, mentre cercava di concentrarsi sul telefono, fingendo di leggere un’email. Lei si mosse, lenta, e con un gesto teatrale si tolse le sneakers sudate. L’odore, un mix di pelle calda e giornata lunga, lo colpì come uno schiaffo. Marco deglutì, tentando di non guardare, ma i suoi occhi traditori scesero giù. Lei appoggiò i piedi scalzi sul bordo del sedile, proprio davanti a lui, e poi, con un movimento che sembrava calcolato, li fece scivolare sotto il tavolino, posandoli direttamente sul suo grembo.

“Ops,” disse lei, con un tono che non aveva nulla di accidentale. La voce era bassa, divertita, quasi un sussurro. Marco la fissò, rosso in faccia, incapace di dire una parola. Sentiva il calore di quei piedi attraverso i pantaloni, il contatto lo mandava fuori di testa. “Ti dà fastidio?” chiese Lara, inclinando la testa con un’espressione innocente che era tutto tranne che sincera. Lui scosse la testa, troppo in fretta. “N-no, tranquilla,” balbettò, e lei rise piano, una risata che lo fece sentire piccolo.

Il treno sobbalzava, i pendolari passavano nel corridoio a pochi centimetri, ma Lara non sembrava preoccuparsene. Si sporse appena in avanti, i gomiti sul tavolino, e gli sussurrò: “Inizia a leccare piano, non farti vedere… o urlo.” Marco sgranò gli occhi, il sangue gli andò alla testa. Pensò di aver capito male, ma il sorrisetto di lei confermava tutto. Era un ordine, non una richiesta. Il suo primo istinto fu di tirarsi indietro, di dire qualcosa tipo “sei pazza?”, ma il desiderio lo inchiodava lì. Era una cosa che sognava da anni, un’ossessione che lo consumava in silenzio. E ora c’era lei, che lo guardava come se fosse un giocattolo.

Con il cuore che gli martellava nel petto, Marco si chinò, fingendo di raccogliere qualcosa da terra. La sua faccia era a pochi centimetri dai piedi di Lara, che li aveva mossi appena per facilitargli il compito. La pelle era liscia, calda, leggermente umida di sudore. Inspirò, e l’odore lo travolse: forte, reale, inebriante. Esitò un istante, ma poi la sua lingua sfiorò la pianta del piede sinistro, un tocco leggero, quasi timoroso. Lara emise un piccolo sospiro, divertita. “Bravo,” sussurrò, “ma fai piano, eh. Non voglio che quel ciccione là in fondo si svegli.”

Marco continuò, la lingua più sicura ora, scivolando lungo la curva del piede. Il sapore era salato, intenso, e lo faceva tremare. Lei lo osservava, godendosi ogni suo movimento, e quando lui provò a succhiare l’alluce, lo fermò con un colpetto del tallone sulla sua bocca. “Zitto, non gemere,” sibilò. “E fai meglio. Lingua più piatta… succhia meglio l’alluce… bravo, schifoso vecchietto.” Quelle parole lo umiliavano, ma allo stesso tempo lo eccitavano da morire. Obbedì, succhiando con più decisione, mentre il treno dondolava e il rumore delle rotaie copriva i suoni leggeri che faceva.

Lara si rilassò contro lo schienale, una mano a giocherellare con una ciocca di capelli, l’altra appoggiata sul tavolino. Ogni tanto gli premeva il tallone sulla bocca per zittirlo, soprattutto quando un pendolare passava nel corridoio. Marco era un fascio di nervi, terrorizzato all’idea che qualcuno lo vedesse, ma incapace di fermarsi. Le succhiò ogni dito, uno per uno, con una dedizione quasi religiosa. Il mignolo, l’anulare, il medio, l’indice, e poi di nuovo l’alluce, che lei sembrava amare particolarmente. “Mmm, così,” mormorava Lara, “lecca tra le dita ora, dai.” E lui lo faceva, sentendo la pelle morbida sotto la lingua, il sudore che gli bagnava le labbra.

La tensione era insostenibile, ma Lara non sembrava avere fretta. Si godeva il controllo, lo sguardo di Marco che ogni tanto cercava il suo, come a chiedere permesso. Lei sorrideva, cattiva, e spostava i piedi per dargli accesso a punti diversi. “La pianta, ora,” ordinava sottovoce, e lui eseguiva, leccando con movimenti lunghi e lenti, mentre il suo respiro si faceva più pesante. L’odore, il sapore, il calore – tutto lo mandava in tilt. E lei lo sapeva. “Sei proprio patetico,” gli sussurrò a un certo punto, ridendo piano. “Ti piace così tanto, eh? Un vecchio sporcaccione sul treno.”

Marco non rispose, non poteva. La sua faccia era bagnata di saliva e sudore, i capelli appiccicati alla fronte. Il treno rallentò, un annuncio gracchiò dagli altoparlanti: stavano arrivando in stazione, una di quelle grandi, affollate anche a quell’ora. Lara non si mosse di un millimetro. Anzi, con un gesto deciso, gli infilò tutte le dita del piede destro in bocca, spingendo fino a fargli quasi soffocare. “Tieni la bocca piena, vecchio,” gli disse, con quel tono ironico che lo distruggeva. Lui succhiò, incapace di resistere, mentre il treno si fermava e le porte si aprivano. La stazione era un caos di voci, passi, gente che saliva e scendeva. Marco sentiva il cuore esplodergli nel petto, ma continuava, la bocca piena, la lingua che si muoveva tra le dita di lei.

Lara lo fissava, soddisfatta, mentre ritirava lentamente il piede, lasciandogli la faccia umida e rossa. Si rimise le sneakers con calma, come se nulla fosse, e gli lanciò un ultimo sguardo divertito. “Buona notte, vecchietto,” disse piano, alzandosi per scendere. Marco rimase lì, seduto, con il respiro affannoso e la testa che gli girava. Non disse nulla, non ce n’era bisogno. Sapeva che avrebbe ripensato a quella sera per settimane, mesi, forse anni. E, in fondo, non gli importava di nient’altro.

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