Fare la troia nel garage del vicino ventenne
Mi chiamo Laura, ho 46 anni, separata da tre anni dopo un matrimonio che è andato a puttane per noia e litigi stupidi. Vivo in un condominio anonimo in periferia, uno di quei posti con scale strette, ascensori che puzzano di sigarette e garage interrati pieni di roba ammucchiata. Lavoro in un ufficio di contabilità, otto ore al giorno a fissare fogli Excel, e la sera torno a casa, mi verso un bicchiere di vino e guardo Netflix per non pensare a quanto mi sento sola. Il sesso? Da quando mio marito se n’è andato, un paio di scopate anonime con tipi conosciuti su app, ma niente che mi facesse bagnare davvero. Mi sentivo vecchia, invisibile, con le tette che iniziano a cedere e le rughe intorno agli occhi che mi fanno odiare lo specchio.
La vicina del piano di sopra si chiama Anna, una donna sulla cinquantina, single, lavora come infermiera turnista. Ha un figlio, Matteo, 20 anni. L’ho visto crescere da quando si sono trasferiti qui cinque anni fa: da adolescente magro e timido a un ragazzo alto un metro e ottanta, muscoli definiti dalla palestra, capelli castani un po’ lunghi e un sorriso da bastardo che ti fa venire i brividi. Ogni tanto lo incontro in cortile o in ascensore, e mi saluta con un “ciao Laura” che sembra sempre un po’ troppo intimo. All’inizio pensavo fosse solo educato, ma poi ho iniziato a notare come mi guardava: gli occhi che scivolavano sul mio culo quando mi chinavo a raccogliere la posta, o sulle tette quando indossavo una maglietta scollata. Mi sentivo lusingata, cazzo, una donna della mia età che attira un ventenne. Ma era solo un pensiero fugace, una fantasia stupida per masturbarmi sotto la doccia.
È iniziato tutto un pomeriggio di fine giugno, caldo da morire, l’aria appiccicosa che ti si attacca alla pelle. Ero in giardino a stendere i panni, sudata fradicia, con una canottiera bianca che mi si incollava alle tette senza reggiseno – tanto chi mi vedeva? – e pantaloncini corti di cotone che mi entravano nel culo. Matteo è sceso con un sacco della spazzatura, si è fermato alla ringhiera e mi ha squadrata da capo a piedi senza vergogna. “Cazzo Laura, sembri uscita da un porno con quel sudore addosso”, ha detto ridendo, ma con gli occhi seri. Ho arrossito come una cretina, ho balbettato qualcosa tipo “ma va’, fai lo scemo”, ma dentro sentivo un calore partire dalla pancia e scendere tra le gambe. Quella sera mi sono toccata pensando a lui, immaginando le sue mani giovani che mi strappavano i vestiti. Mi sentivo patetica, una MILF disperata che fantastica sul figlio della vicina, ma non riuscivo a smettere.
Il giorno dopo l’ho incontrato in ascensore. Eravamo soli, l’aria calda e stantia. Mi ha salutata con un bacio sulla guancia, ma la bocca si è fermata un secondo di troppo vicino all’orecchio. “Hai un profumo buono, Laura. Mi fai venire idee”, ha sussurrato. Ho sentito il cuore battere forte, le guance in fiamme. “Matteo, non dire cazzate, potresti essere mio figlio”, ho risposto cercando di ridere, ma la voce mi è uscita tremula. Lui ha sorriso, mi ha sfiorato il braccio con le dita e ha detto: “Appunto, è quello il bello”. Sono uscita dall’ascensore con le gambe molli, bagnata sotto le mutandine. Quella notte ho sognato di lui, mi sono svegliata sudata e frustrata. Volevo resistere, mi dicevo che era sbagliato, che Anna era un’amica, che ero troppo vecchia per queste stronzate. Ma la curiosità mi rodeva: e se? E se mi facesse sentire di nuovo donna?
Ha continuato per giorni. Mi mandava messaggi – aveva preso il mio numero da Anna per “emergenze condominiali” – cose tipo “Penso a te mentre mi sego, Laura. Immagino la tua bocca sul mio cazzo”. Io leggevo e cancellavo, ma rispondevo sempre: prima con “smettila, sei matto”, poi con “dimmi di più”. Mi sentivo in colpa, ma eccitata da morire. Una mattina l’ho beccato in cortile, mi ha spinta contro il muro dietro i bidoni, mi ha baciato il collo e mi ha infilato una mano sotto la gonna, sfiorando la fica attraverso le mutandine. “Sei bagnata, troia”, ha detto piano. Ho gemuto, ho provato a spingerlo via ma le mani mi tremavano. “Non qui, ci vedono”, ho sussurrato. Lui ha riso e se n’è andato, lasciandomi lì con il fiato corto e un senso di vergogna che mi bagnava ancora di più.
Dopo una settimana di questo tira e molla mi ha invitata nel garage: “Vieni giù a vedere la moto che sto sistemando, porta una birra”. Sono scesa con il cuore in gola, dicendomi che era solo per chiacchierare, ma sapendo che era una bugia. Il garage era buio, puzzava di benzina, olio e polvere. Matteo era lì in jeans e maglietta sporca, il cazzo già visible sotto i pantaloni. Ha chiuso la saracinesca manuale con un clang metallico, mi ha preso la birra dalla mano e mi ha spinta contro il muro freddo. “Finalmente soli, Laura”, ha detto, e mi ha baciata. Lingua in bocca subito, aggressiva, mani che mi stringevano i fianchi così forte da farmi male. Ho risposto al bacio, le mani nei suoi capelli, strusciandomi contro di lui come una gatta in calore. Mi sentivo umiliata dalla mia stessa voglia, ma non riuscivo a fermarmi.
Quelle prime volte nel garage erano rubate, veloci ma intense. Mi succhiava i capezzoli fino a farli pulsare, mi infilava le dita nella fica mentre io gli segavo il cazzo duro e venoso. Mi diceva “sei la mia puttana matura, Laura, lo sai che ti voglio sfondare”. Io annuivo, gemendo, con la testa piena di dubbi: e se Anna lo scopre? E se mi usa e basta? Ma l’eccitazione vinceva sempre. Ogni volta tornavo su con le mutandine bagnate, il rossore in faccia, promettendomi che era l’ultima.
Poi è arrivata quella sera. Mi ha scritto: “Scendi alle 23, indossa le mutandine nere che ti ho detto di comprarti. Fidati”. Sono scesa tremando, con un vestitino leggero, le mutandine nuove che mi facevano sentire ridicola – una quarantenne che si veste da troia per un ragazzino. Ho aperto la porta del garage, e c’era lui con un altro: Alex, il suo migliore amico, stesso fisico atletico, capelli rasati, un ghigno identico. Il cuore mi è sprofondato nello stomaco. “Che cazzo, Matteo?”, ho sussurrato, cercando di aprire la porta, ma lui l’ha bloccata. “Rilassati, Laura. Alex sa tutto, e vuole assaggiare la nostra MILF preferita”. Mi sentivo morire di imbarazzo, le guance in fiamme, volevo scappare ma le gambe non si muovevano. Dentro di me pensavo: sono una stupida, mi ha fregata, ma una parte malata era eccitata dall’idea di essere usata così, come una puttana da due ventenni.
Mi hanno circondata. Matteo mi ha preso per i capelli, mi ha baciata forte, lingua che mi invadeva la bocca mentre Alex mi alzava il vestito da dietro, mi palpava il culo. “Cazzo, ha un culo da urlo per la sua età”, ha detto Alex. Mi sentivo esposta, umiliata, ma la fica mi tradiva, bagnata da morire. Matteo mi ha slacciato il reggiseno, mi ha succhiato le tette con morsi leggeri, mentre Alex mi infilava una mano nelle mutandine, dita che scivolavano nella fessura umida. “Senti come è fradicia, questa troia”, ha riso. Ho gemuto, odiandomi per quanto mi piaceva.
Mi hanno fatta inginocchiare sul cemento sporco e freddo. Matteo si è slacciato i jeans, ha tirato fuori il cazzo duro, venoso, con la cappella già lucida. “Succhia, puttana”, ha detto spingendomelo in bocca. L’ho preso, lingua che girava intorno, saliva che colava sul mento mentre succhiavo forte. Alex si è messo di fianco, cazzo fuori anche lui, più grosso, e me l’ha strusciato sulla guancia. “A turno, Laura, fai la brava”. Ho alternato, bocca piena, gola che bruciava, lacrime agli occhi per lo sforzo. Mi sentivo la peggiore delle troie, inginocchiata in un garage a succhiare due cazzi giovani, ma l’imbarazzo mi eccitava ancora di più, come una scarica elettrica.
Poi mi hanno alzata, spinta sul cofano della vecchia auto parcheggiata lì. Matteo mi ha strappato le mutandine con un gesto secco, il tessuto che si rompeva mi ha fatto arrossire di nuovo. Alex mi ha spalancato le gambe, mi ha leccato la fica con lingua piatta, succhiando il clito mentre Matteo mi teneva ferma per le braccia. “Guardala, si dimena come una cagna in calore”, ha detto Matteo. Io gemivo, il corpo che tradiva la mente, piena di vergogna per quanto ero bagnata.
Matteo mi è entrato dentro da dietro, mentre ero piegata sul cofano. Il cazzo scivolava facile nella fica lubrificata, spingendo profondo, ritmo lento all’inizio per farmi sentire ogni centimetro. “Senti come ti allargo, vecchia troia”, ha grugnito. Alex si è messo davanti, mi ha infilato il cazzo in bocca, scopandomi la gola con spinte coordinate: quando Matteo entrava, Alex usciva, e viceversa. Si sentiva il rumore bagnato della fica, i gemiti soffocati, lo schiocco della carne. Il cemento sotto i piedi era freddo, l’aria puzzava di sudore e sesso.
Abbiamo cambiato posizione: mi hanno girata sulla schiena sul cofano, gambe spalancate, caviglie tenute alte da Alex. Matteo mi ha scopata forte, pollice che girava sul clito, facendomi tremare. Alex mi ha messo il cazzo tra le tette, me le ha strette intorno e ha pompato, glande che sfiorava le labbra ogni volta. Leccavo la cappella salata, umiliata dal mio stesso desiderio. “Dimmi che sei la nostra puttana, Laura”, ha ordinato Matteo. Ho balbettato “sì… sono la vostra puttana”, con la voce rotta, sentendomi piccola e sporca, ma vicina all’orgasmo.
Sono venuta urlando, la fica che si contraeva spasmi intorno al cazzo di Matteo, schizzi che bagnavano il cofano. Loro non hanno rallentato. Matteo ha aumentato il ritmo, ha grugnito “prendi tutto, troia” e mi ha riempito dentro, sperma caldo che colava fuori. Alex mi ha preso la testa, mi ha scopato la bocca ancora qualche spinta e poi mi ha sborrato in faccia: schizzi appiccicosi sul naso, guance, labbra, nei capelli. Ho ingoiato quello che potevo, il resto mi colava sul collo, sul petto. Mi sentivo una maschera di umiliazione, usata e gettata lì, ma soddisfatta in un modo perverso.
Ci siamo accasciati, io ancora sul cofano, gambe aperte, fica gonfia e gocciolante, faccia impiastricciata. Respiri pesanti, silenzio rotto solo dal ronzio della lampadina. Matteo mi ha dato una pacca sul culo bagnato e ha detto: “Brava, Laura. La prossima volta ti facciamo il culo, e magari chiamiamo un altro amico”. Alex ha riso, raccogliendo le mutandine strappate come trofeo.
Sono risalita a casa con le gambe che tremavano, sperma che mi colava tra le cosce, il viso appiccicoso che mi bruciava di vergogna. Ma sotto, un’eccitazione residua che mi faceva sorridere allo specchio. Non era finita, lo sapevo. Mi avevano presa, e io volevo di più.
