Un caffè troppo caldo
Sono Alessia, ho 55 anni, e quel giorno volevo solo fare una sorpresa a mio figlio. Vive in un’altra città per l’università, condivide un appartamento con un altro ragazzo e non lo vedo da mesi. Così, un sabato mattina, ho preso il treno presto, con una torta fatta in casa nella borsa e un sorriso stampato in faccia. Arrivo davanti alla loro porta, un po’ emozionata, suono il campanello. Silenzio. Suono ancora. Finalmente sento dei passi strascicati e la porta si apre.
Non è mio figlio. È un ragazzo, sui 23 anni, capelli bagnati e un accappatoio blu mal chiuso. Puzza un po’ di alcol, come se avesse fatto baldoria fino a tardi. Ha un fisico scolpito, da palestra, e un tatuaggio di un dragone che gli parte dalla caviglia e gli avvolge tutto il polpaccio. Un piercing al naso brilla sotto la luce del corridoio. Mi guarda con occhi stanchi ma curiosi. “Ciao, tu chi sei?” dice, con una voce roca. Io balbetto, un po’ in imbarazzo: “Sono la mamma di Luca, ero di passaggio e… lui c’è?”. Lui si gratta la testa, fa un mezzo sorriso. “No, Luca è fuori, è andato da un prof o roba del genere. Io sono Massimo, il coinquilino. Entra, dai, non stare sulla porta.”
Vorrei dire di no, tornare più tardi, ma lui insiste, apre la porta del tutto e io, non so perché, entro. L’appartamento è un casino, bottiglie vuote sul tavolo, puzza di fumo. Massimo va in cucina, sempre con quell’accappatoio che gli scivola un po’ sulle spalle, mostrando i muscoli tesi. “Ti faccio un caffè, siediti,” dice. Io resto in piedi, stringo la borsa con la torta, mi sento fuori posto. Lui si muove lento, ogni tanto mi lancia uno sguardo che non capisco, un misto tra curiosità e qualcosa di più profondo, più pesante. Sento il cuore battere un po’ più forte, ma mi dico che è solo disagio.
Siamo lì, in cucina, il caffè gorgoglia nella moka. Massimo si appoggia al bancone, l’accappatoio si apre appena e vedo un po’ di più del suo petto. Non riesco a non guardare, e lui lo nota. Sorride, un sorrisetto furbo. “Che c’è, ti piace il tatuaggio?” dice, indicando la gamba. Io arrossisco, scuoto la testa, “No, no, è solo… particolare.” Lui ride, si avvicina di un passo. “Particolare, eh? Anche tu sei particolare, sai? Non sembri la classica mamma.” Io non so cosa rispondere, mi sento in trappola. Provo a cambiare discorso, chiedo di mio figlio, ma Massimo continua a guardarmi in un modo che mi fa sudare. Ogni tanto mi sfiora il braccio mentre mi porge il caffè, un tocco leggero, ma che mi brucia la pelle. Dentro di me c’è un casino, una parte vuole andarsene, un’altra è curiosa, attratta da questo ragazzo che potrebbe essere mio figlio ma che mi guarda come se fossi una preda.
Alla fine prendo il telefono, chiamo Luca per avere una scusa e filarmela. Risponde, ma mi dice che è ancora con il professore e che sarà occupato tutto il pomeriggio. Riattacco, delusa, e Massimo, che ha sentito tutto, si avvicina ancora di più. “Rilassati, Alessia. Non c’è fretta. Stai un po’ qui con me,” dice, con quella voce bassa, quasi un sussurro. Io apro la bocca per protestare, ma lui è già vicino, troppo vicino. Mi bacia. Un bacio improvviso, duro, che mi spiazza. Provo a tirarmi indietro, ma le sue mani sono già sui miei fianchi, mi tengono ferma. E, cazzo, una parte di me non vuole davvero scappare.
Le sue labbra sono calde, sanno di caffè e di qualcosa di più forte, forse vodka della sera prima. Mi spinge contro il bancone, le sue mani scivolano sotto la mia maglia, sulla pelle nuda della schiena. Io respiro forte, il cuore mi martella nel petto. Lui mi morde il labbro inferiore, non con violenza, ma con decisione, e io sento un calore che mi sale dal basso. I vestiti iniziano a dare fastidio. Mi slaccia il bottone dei jeans con una mano, mentre con l’altra mi stringe un seno sopra il reggiseno. Io gli tocco le spalle, i muscoli duri sotto le dita, e l’accappatoio scivola via un po’ di più. Sento l’odore della sua pelle appena lavata, misto a un leggero sudore. La sua lingua mi esplora la bocca, fa rumore, un suono bagnato che mi eccita ancora di più. Gli tiro via la cintura dell’accappatoio, lui non ha niente sotto, ed eccolo lì, già duro, che mi preme contro la coscia.
Ci spostiamo, lui mi guida verso il salotto, c’è una poltrona vecchia e consumata. Si siede, nudo, le gambe aperte, il cazzo in bella vista, e mi guarda con un ghigno. “Vieni qui,” dice. Io mi tolgo la maglia, i jeans, resto in mutande e reggiseno, poi anche quelli cadono sul pavimento. Mi metto in ginocchio davanti a lui, il cuore che mi scoppia. Gli guardo le gambe, quel tatuaggio del dragone che mi ipnotizza, e poi prendo il suo cazzo in mano. È caldo, duro, la pelle liscia. Inizio a muovere la mano su e giù, piano, mentre lui mi guarda e respira più forte. Poi mi chino, lo prendo in bocca. Il sapore è salato, un po’ amaro, ma mi piace. Succhio, prima lento, poi più forte, mentre con le mani gli tocco le cosce, i piedi. Lui alza un piede, me lo porta vicino al viso. “Lecca,” dice, con un tono che non ammette repliche. Io esito un attimo, ma poi lo faccio. Gli lecco il piede, dalla pianta alle dita, succhio ogni dito come se fossi in trance, come una cagna in calore. Lui geme, si gode tutto, e io sento la mia figa bagnarsi sempre di più.
A un certo punto si alza, mi prende per i capelli, non con violenza ma con forza. “Apri la bocca,” ordina, e io obbedisco. Inizia a scoparmi la bocca, spingendo dentro e fuori, il ritmo che aumenta. Sento il suo cazzo che mi riempie, la saliva che mi cola sul mento, i suoi gemiti ruvidi. Poi mi tira su, mi fa mettere a quattro zampe sul pavimento, il culo in aria. Davanti a noi c’è uno specchio appoggiato al muro. Mi vedo, nuda, con i capelli arruffati, e lui dietro, imponente, con quel fisico da palestra e il tatuaggio che sembra vivo. Mi prende per i capelli, mi tiene la testa alzata perché guardi nello specchio. “Guardati, Alessia, guarda come ti scopo,” dice. Poi lo sento entrare, il suo cazzo che mi apre la figa, piano ma deciso. Spinge, e io gemo, un suono che non riesco a trattenere. È grosso, mi riempie tutta, e ogni spinta è un colpo che mi fa tremare. Mi sbatte così, con un ritmo costante, forte, per mezz’ora abbondante. Non si ferma mai, e io gocciolo, sento il bagnato che mi cola lungo le cosce. I nostri corpi sbattono, la carne fa rumore, uno schiaffo umido che riempie la stanza. L’odore di sesso e sudore è ovunque, i suoi grugniti e i miei gemiti si mischiano. “Ti piace, eh? Dimmi che ti piace,” ringhia. Io ansimando rispondo: “Sì, cazzo, mi piace.”
Alla fine esce, mi fa girare, sono ancora in ginocchio. “Apri la bocca,” dice di nuovo, e io lo faccio, anche se non sono sicura di volerlo. Mi viene in faccia, caldo, appiccicoso, una parte mi finisce sulle labbra, sul mento. Io resto lì, un po’ stordita, mentre lui si pulisce con una mano e respira forte. Poi va a prendere un asciugamano, me lo porge. “Vai a farti una doccia, se vuoi,” dice, con un tono più calmo. Io lo prendo, mi alzo, ancora nuda e con le gambe che tremano. Lui si rimette l’accappatoio e sparisce nella sua stanza senza dire altro.
Mi guardo un attimo nello specchio, il viso ancora sporco, i capelli un disastro. Ma dentro di me c’è solo una sensazione di calore, di soddisfazione. È stato intenso, crudo, esattamente quello che non mi aspettavo ma che, in fondo, volevo. Vado verso il bagno, senza rimpianti, senza pensieri. Solo con il ricordo di quel fuoco che mi ha bruciato dentro.
