Al telefono col cornuto mentre scopo
Sono Sara, ho 29 anni, e sì, sono sposata da poco con Andrea. Lo amo, davvero, ma cazzo, non riesco a tenere le gambe chiuse. È un problema, lo so, ma stasera non ci penso. Sono nell’ufficio dopo l’orario di chiusura, con le luci soffuse e l’odore di carta e caffè ancora nell’aria. Le scrivanie sono vuote, le sedie accatastate, e io sono qui con Nicolò, il mio collega. Lui ha 34 anni, un fisico da palestra che si vede pure sotto la camicia, e un sorrisetto che mi fa bagnare solo a guardarlo. Lo desidero da mesi, e stasera ci stiamo.
Ho il telefono in mano, Andrea dall’altra parte. Gliel’ho detto chiaro e tondo: “Sto per farmi scopare da un altro, e tu starai zitto ad ascoltare.” Lui non ha protestato, il porco. Lo so che gli piace, che si eccita a sentirsi umiliato. Me l’ha confessato una volta, e ora lo uso contro di lui. È a casa, chiuso in quella cazzo di gabbietta che gli ho messo, e non può fare niente se non toccarsi sopra il metallo e soffrire. Mi eccita da morire saperlo così.
Nicolò mi guarda, appoggiato alla scrivania, con le braccia incrociate. “Allora, Sara, ci stai o no?” dice, con quella voce profonda che mi fa tremare. Io lo guardo, il cuore mi batte forte. So che è sbagliato, ma il desiderio è più forte di tutto. Mi avvicino piano, i tacchi che risuonano sul pavimento. Gli metto una mano sul petto, sento i muscoli duri sotto la camicia. “Cazzo, sì che ci sto,” gli dico, e lui sorride. Mi tira a sé, la sua mano mi stringe il fianco, e io sento il calore del suo corpo. Andrea, al telefono, respira pesante. “Che succede, Sara?” mi chiede con voce tremante. “Lo sto toccando, Andre. È duro dappertutto, non come te,” gli dico, e lo sento gemere piano.
Nicolò mi bacia il collo, le sue labbra sono calde, ruvide. Io inclino la testa, gli lascio spazio, e un brivido mi corre lungo la schiena. “Ti piace, eh?” mi sussurra all’orecchio, e io annuisco, con il fiato corto. Le sue mani scendono, mi afferrano il culo sotto la gonna. Stringe forte, e io gemo piano. “Andrea, mi sta toccando il culo. Lo stringe come se fosse suo,” dico al telefono, e Andrea ansima. “Dimmi di più,” mi prega, e io rido, cattiva. “Aspetta e vedrai.”
Nicolò mi sfila la camicetta, bottoni che saltano uno a uno. Mi ritrovo col reggiseno nero davanti a lui, i capezzoli già duri che premono contro il tessuto. Lui li guarda, si lecca le labbra, poi ci passa sopra le dita, pizzicandoli piano attraverso la stoffa. “Cazzo, che tette,” dice, e io mi mordo il labbro. Mi slaccia il reggiseno, lo lascia cadere a terra, e si china a succhiarmi un capezzolo. La sua lingua è calda, ruvida, e io inarco la schiena, stringendogli la testa con le mani. “Andrea, mi sta succhiando le tette. Le lecca come se fossi un dolce, e io sto impazzendo,” gli dico, e lo sento quasi piagnucolare.
Poi Nicolò si inginocchia. Mi tira su la gonna fino alla vita, scoprendo le mutandine nere di pizzo. “Sei già fradicia,” dice, passandoci sopra un dito. Io tremo, le gambe mi cedono quasi. Me le sfila piano, lasciandole cadere sul pavimento, e mi guarda la fica, rasata, lucida di voglia. “Cazzo, che bella,” mormora, e poi ci affonda la faccia. La sua lingua mi lecca lenta, partendo dal basso, fino al clitoride, dove si ferma a succhiare piano. Io gemo forte, mi appoggio alla scrivania per non cadere. “Andrea, mi sta leccando. La sua lingua è dentro di me, mi fa impazzire. Non ce la faccio più,” dico, e Andrea respira sempre più veloce, disperato.
Dopo un po’, Nicolò si alza. Si slaccia i pantaloni, li lascia cadere insieme ai boxer, e io vedo il suo cazzo. È grosso, più di quanto immaginassi, duro come il marmo, con le vene in rilievo. “Cazzo, Andrea, il suo cazzo è enorme. È almeno il doppio del tuo, e non vedo l’ora di averlo dentro,” gli dico, e lo sento gemere di dolore e piacere. Nicolò mi sorride, si mette un preservativo con calma, poi mi gira di spalle. Mi spinge contro la scrivania, il legno freddo contro la pancia. Mi piega in avanti, mi allarga le gambe con un calcio leggero, e io sento la sua punta premere contro di me. “Pronto?” mi chiede, e io annuisco, ansimando.
Entra piano, centimetro dopo centimetro. Lo sento che mi allarga, che mi riempie, e fa un po’ male, ma è un male che mi piace. “Cazzo, è dentro, Andrea. Mi sta spaccando, è troppo grosso, ma lo voglio tutto,” dico, con la voce spezzata. Nicolò inizia a muoversi, prima lento, poi più forte. Ogni spinta mi sbatte contro la scrivania, il legno che scricchiola, i nostri corpi che sbattono insieme con un rumore umido. “Ti piace, eh, troietta?” mi dice Nicolò, dandomi uno schiaffo sul culo. Io urlo, “Sì, cazzo, mi piace da morire!” Andrea, al telefono, ansima come un cane. “Ti sta scopando forte?” mi chiede, e io rido. “Forte? Mi sta distruggendo, e io sto venendo, cazzo!”
L’odore del sesso riempie l’aria, un misto di sudore e umori. Nicolò mi tira i capelli, mi fa inarcare la schiena mentre mi scopa, e io sento l’orgasmo montare. Mi tremano le gambe, stringo i bordi della scrivania, e quando vengo urlo così forte che quasi mi strozzo. Lui non si ferma, continua a spingere, grugnendo come un animale. “Sto per venire,” dice infine, e con un ultimo affondo si svuota dentro il preservativo, il suo cazzo che pulsa dentro di me. Restiamo così per un attimo, ansimando, poi lui esce piano e io mi rialzo, le gambe molli.
“Andrea, è finita. Mi ha scopata come mai prima, e sono ancora bagnata,” gli dico, con la voce roca. Lui non risponde, lo sento solo respirare, probabilmente distrutto. Io e Nicolò ci rivestiamo in silenzio, un po’ imbarazzati ma soddisfatti. “Ci vediamo domani,” mi dice lui con un ghigno, prima di andarsene. Io prendo la borsa, spengo il telefono senza salutare Andrea, e esco dall’ufficio con un sorriso. Non mi sento in colpa, non mi sento niente. Solo appagata, e pronta a rifarlo.
