Racconti Piccanti
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Caramelle e guai

Caramelle e guai

28 Marzo 2026·8 min di lettura

Nel supermercato di quartiere, tra gli scaffali di detersivi e pacchi di pasta scontati, Lorenzo, un ragazzo di ventisette anni con una camminata un po’ rigida e un sorrisetto malizioso stampato in faccia, si aggirava con l’aria di chi sta architettando qualcosa di stupido. Non era la prima volta che faceva una cazzata del genere, ma ogni volta gli dava una scarica di adrenalina che lo faceva sentire vivo. Era un tipo magro, con i capelli mossi castani e un viso da bravo ragazzo che nascondeva un carattere da stronzo provocatore. E poi, c’era il suo piccolo segreto: un plug anale nero, ben lubrificato, che portava con sé quasi ogni giorno, nascosto sotto i jeans aderenti. Gli piaceva quella sensazione di pienezza, quel misto di disagio e piacere che lo accompagnava mentre faceva cose banali come scegliere il latte o spingere il carrello. Era una sorta di gioco privato, una sfida a sé stesso, una cosa che lo faceva sentire un po’ ribelle, un po’ porco.

Quel giorno, però, Lorenzo aveva deciso di alzare l’asticella. Passando davanti allo scaffale delle caramelle, aveva notato un pacchetto di gelatine alla frutta, di quelle economiche, che costavano tipo un euro. “Ma chi se ne frega,” aveva pensato, ridacchiando tra sé e sé. Con un movimento rapido, quasi teatrale, aveva infilato il pacchetto nella tasca interna della giacca. Non aveva nemmeno bisogno di quelle caramelle, non gli piacevano neanche. Era solo il gesto, il brivido di fare una stronzata del genere a ventisette anni, come un adolescente idiota. Si sentiva un genio del crimine, un coglione patentato, e la cosa lo divertiva da morire.

Mentre si avvicinava alle casse con il carrello mezzo vuoto, una voce profonda e rauca lo fermò di botto. “Ehi, tu! Fermo là, guagliò!” Lorenzo si girò, e il cuore gli salì in gola. Davanti a lui c’era una guardia giurata, un ragazzo sulla ventina, massimo ventiquattro anni, con un fisico da palestra che sembrava voler esplodere sotto la divisa attillata. Era alto, con le spalle larghe, bicipiti gonfi e un tatuaggio di un teschio che spuntava dal colletto della camicia. Aveva i capelli rasati ai lati, una barba curata e un accento napoletano così marcato che sembrava uscito da un film di Gomorra. “Che c’hai nella tasca, eh? Pensi che so’ cieco?” disse, incrociando le braccia e guardandolo con un ghigno che era metà accusa e metà presa per il culo.

Lorenzo cercò di fare il finto tonto, ma non era mai stato un grande attore. “N-niente, giuro, solo il telefono,” balbettò, portandosi una mano alla tasca per tirare fuori il cellulare. Ma la guardia non era nata ieri. Con un gesto rapido, gli bloccò il polso e gli intimò di svuotare le tasche. “Mo’ vediamo, guagliò. Fai ‘o bravo e non me fa’ incazzà.” Lorenzo, con la faccia che gli andava a fuoco, tirò fuori il pacchetto di caramelle e lo posò sul carrello come se fosse una bomba pronta a esplodere. La guardia scoppiò in una risata grassa, scuotendo la testa. “Ma che cazzo, sul serio? Rubi ‘e caramelle alla tua età? Ma che problemi tieni, frate’?”

Lorenzo avrebbe voluto sprofondare. Si sentiva un cretino, un bambino beccato con le mani nella marmellata. “Era uno scherzo, giuro, le pagavo,” provò a giustificarsi, ma la guardia non lo ascoltava nemmeno. “Mo’ vieni cu’ mme, ce parlammo in privato. Non voglio fa’ ‘na scenata qua davanti a tutti.” Lo afferrò per un braccio e lo trascinò verso una stanzetta sul retro del supermercato, un ufficio minuscolo con una scrivania, una sedia e un monitor di sorveglianza. Lorenzo cercava di mantenere la calma, ma il plug che aveva dentro iniziava a dargli fastidio con ogni passo, e il pensiero di cosa potesse succedere lo faceva sudare freddo.

Una volta dentro, la guardia chiuse la porta a chiave e si appoggiò alla scrivania, guardandolo dall’alto in basso. “Spogliati,” disse secco, senza mezzi termini. Lorenzo sgranò gli occhi. “C-cosa? Ma sei serio?” La guardia, che sul cartellino portava scritto “Gennaro”, lo fissò con un sorrisetto beffardo. “Sì, so’ serissimo. Devo controllà che non tieni niente altro rubato. Forza, non me fa’ ripetè.” Lorenzo esitò, ma capì che non aveva scelta. Con mani tremanti, si tolse la giacca, poi la maglietta, e infine, con un imbarazzo che gli bruciava la pelle, abbassò i jeans. Gennaro lo guardava con un’espressione che passava dall’incredulità al divertimento più sfacciato. Quando vide il plug anale spuntare tra le chiappe di Lorenzo, non riuscì a trattenersi e scoppiò in una risata così forte che sembrava dovesse soffocare. “Ma che cazzo è ‘sto coso? Ce vai in giro cu’ ‘sto giocattolo nel culo? Ma sei proprio ‘nu malato, guagliò!”

Lorenzo avrebbe voluto morire lì, in quel momento. “Non sono affari tuoi,” borbottò, cercando di tirarsi su i pantaloni, ma Gennaro lo fermò con un gesto della mano. “No, no, resta accussì. Mo’ me diverto.” Prese il walkie-talkie dalla cintura e parlò con un tono complice. “Ehi, Salvatore, vieni un attimo qua in ufficio. Devi vedè ‘na cosa, non ce crererai mai.” Lorenzo sentì il sangue gelarsi nelle vene. Un altro? Ma che cazzo stava succedendo? Dopo un paio di minuti, la porta si aprì e entrò un altro tizio, un collega di Gennaro, sulla trentina, meno muscoloso ma con un’aria da stronzo che non prometteva niente di buono. Anche lui aveva un accento napoletano, e quando vide Lorenzo mezzo nudo con il plug bene in vista, si mise a ridere come un matto. “Ma che cazzo, Genna’, ma dove l’hai trovato ‘sto pervertito?”

Gennaro incrociò le braccia e fece un cenno verso Lorenzo. “Ha rubato ‘e caramelle, ma guarda che tiene nascosto. Mo’ ce facimm’ du’ risate.” Poi, rivolgendosi a Lorenzo con un tono che non ammetteva repliche, aggiunse: “Facci vedè come te lo giochi, dai. Tira fuori ‘sto coso e rimettilo dentro, che voglio vedè se sei bravo.” Lorenzo lo guardò con gli occhi sgranati, il cuore che gli batteva a mille. “Ma che cazzo dici? Non ci penso nemmeno!” Gennaro si avvicinò, torreggiando su di lui, e gli parlò a un palmo dal naso. “Guagliò, non me fa’ incazzà. O fai come dico, o te porto dritto dritto dai carabinieri. Scegli.”

Lorenzo, con la gola secca e le mani che gli tremavano, capì che non aveva scampo. Con un misto di vergogna e rabbia, si chinò leggermente, afferrò la base del plug e lo estrasse piano, sentendo ogni centimetro scivolare fuori con un rumore umido che lo fece arrossire ancora di più. Gennaro e Salvatore si guardavano, ridendo e facendo battute sporche. “Ma guarda ‘sto qua, è proprio ‘nu professionista!” disse Salvatore, dandosi una pacca sulla coscia. “Rimettilo dentro, forza, facce vedè!” aggiunse Gennaro, con un ghigno che era pura provocazione. Lorenzo, con il viso in fiamme, fece come gli era stato detto, spingendo il plug di nuovo dentro con un movimento lento e imbarazzato, mentre i due lo fissavano come se fosse uno spettacolo da circo. Ogni spinta gli bruciava di umiliazione, ma, cazzo, non poteva negare che una parte di lui, quella più incasinata, ci trovava pure un brivido perverso.

Dopo un paio di minuti di questo teatrino, Gennaro si stufò di guardare e basta. “Basta cu’ ‘sto gioco, mo’ ce pensiamo noi,” disse, slacciandosi la cintura con una calma che faceva paura. Salvatore annuì, come se fosse la cosa più normale del mondo, e si avvicinò a Lorenzo, spingendolo con una mano a piegarsi sulla scrivania. “Statti fermo, guagliò, che mo’ te dammo ‘na lezione comme si deve.” Lorenzo provò a protestare, ma la voce gli uscì come un sussurro strozzato. Gennaro gli tolse il plug con un gesto deciso, buttandolo sulla scrivania come fosse robaccia, e poi si posizionò dietro di lui, abbassandosi i pantaloni quel tanto che bastava. “Mo’ vedi come se fa’ sul serio,” gli disse, con un tono che era un misto di scherno e desiderio.

Quello che seguì fu un turbine di sensazioni che Lorenzo non avrebbe mai dimenticato, nemmeno volendo. Gennaro era un animale, ogni spinta era forte, decisa, quasi brutale, e il suo accento napoletano che gli sussurrava porcate all’orecchio lo mandava fuori di testa. “Ti piace, eh, guagliò? Rubi ‘e caramelle e poi te fai chiavà accussì?” Lorenzo non rispondeva, stringeva i denti e si aggrappava al bordo della scrivania, sentendo il corpo adattarsi a quel ritmo selvaggio. Il bruciore iniziale lasciava spazio a un piacere sporco, intenso, che lo faceva ansimare nonostante tutto. Gennaro non durò molto, ma quando finì, con un grugnito soddisfatto, si tirò indietro e diede una pacca sul culo di Lorenzo, ridendo. “Mo’ tocca a Salva’, preparati.”

Salvatore prese il posto di Gennaro senza perdere tempo, e se il primo era stato un toro, questo era più metodico, quasi chirurgico. Le sue mani gli stringevano i fianchi con una forza che lasciava il segno, e ogni movimento era calcolato per farlo impazzire. Lorenzo, ormai perso in quel misto di umiliazione e godimento, si lasciava andare, i gemiti che gli sfuggivano dalla bocca erano incontrollabili. “Ma guarda ‘sto qua, ce piace proprio!” commentò Salvatore, con una risata roca, mentre continuava a spingere senza sosta. Gennaro, seduto sulla sedia a guardare, si accendeva una sigaretta e buttava lì battute da spogliatoio. “Ma chi l’avrebbe mai detto, ‘sto guagliò è ‘na puttana fatta e finita!”

Il tempo sembrava dilatarsi, ogni secondo era un’eternità di sudore, ansiti e insulti scherzosi. Salvatore ci mise più di Gennaro, e quando finalmente si fermò, Lorenzo era un disastro, le gambe che gli tremavano e il fiato corto. Si sentiva usato, ma cazzo, non poteva negare che una parte di lui aveva goduto come mai prima. Gennaro si alzò, gli diede un’ultima pacca sulla schiena e gli disse: “Mo’ te puoi rivestì, ma la prossima volta che rubi, te faccio arrestà sul serio. E lascia stare ‘sti giocattolini, che qua tenimm’ tutt’ cosa nostra.” Salvatore rise, aggiungendo: “E portace ‘e caramelle pure a noi, stronzo!”

Lorenzo, con la dignità a pezzi, si rivestì in silenzio, sentendo ancora l’eco di quello che era appena successo. Prese il pacchetto di gelatine dalla scrivania, lo lanciò verso Gennaro con un gesto stizzito e uscì dalla stanza senza dire una parola. Fuori, il supermercato era ancora pieno di gente ignara, e lui camminava piano, con il corpo che gli ricordava ogni singolo istante di quella follia. Non sapeva se sarebbe mai tornato in quel posto, ma una cosa era certa: quella cazzata delle caramelle gli era costata cara, ma in un modo che non avrebbe mai immaginato.

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