Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Il bacio della buonanotte

Il bacio della buonanotte

24 Marzo 2026·11 min di lettura

Mi chiamo Laura, ho trentotto anni e, almeno in superficie, sono la moglie perfetta. Di giorno lavoro come responsabile marketing in un’azienda di medie dimensioni, porto a casa uno stipendio rispettabile, organizzo cene per gli amici di mio marito Marco e sorrido sempre, anche quando non ne ho voglia. La mia vita è un quadro dipinto con colori pastello: ordinato, prevedibile, impeccabile. Ma sotto quella patina c’è un’altra me, una che nessuno conosce. Nemmeno Marco. Soprattutto Marco.

Da sei mesi ho un account segreto su un’app di incontri. Non è stato un impulso improvviso, ma una crepa che si è allargata piano piano. La noia, il desiderio di sentirmi viva, di essere vista in un modo che Marco non riesce più a fare. All’inizio era solo curiosità: qualche messaggio, qualche foto, niente di concreto. Poi ho iniziato a chattare con un uomo che si fa chiamare “Davide_77”. Non so il suo vero nome, non so quasi niente di lui, tranne che sembra sapere tutto di me.

I suoi messaggi sono arrivati come gocce che scavano la pietra. “So che oggi eri in riunione con quel tailleur blu, Laura. Ti ho immaginata con le gambe accavallate sotto la scrivania, mentre pensavi a me.” Come faceva a sapere del tailleur? Oppure: “Hai detto a tuo marito che andavi in palestra, ma sei rimasta in macchina a scrivermi, vero?” Ogni parola era un piccolo tradimento, un graffio che mi faceva sentire nuda, esposta. E, dio mio, mi piaceva da impazzire. Non riuscivo a smettere. Ogni volta che vedevo una notifica sul telefono, il cuore mi schizzava in gola. Era come se mi conoscesse meglio di chiunque altro, come se vedesse quella parte di me che tenevo sepolta.

Dopo settimane di messaggi, abbiamo deciso di incontrarci. Un parcheggio sotterraneo, di quelli deserti sotto un centro commerciale chiuso da anni. Un posto dove nessuno mi riconoscerebbe. Mi sono preparata con cura, anche se non avrei dovuto: un trucco leggero, un vestito semplice nero che aderisce al corpo, tacchi che cliccano sul cemento. Ero nervosa, ma il nervosismo si mescolava a un’eccitazione che non provavo da anni. Quando sono scesa dalla macchina, l’aria fredda mi ha pizzicato la pelle. L’odore di benzina e umidità mi ha colpito le narici. Poi l’ho visto, appoggiato a una colonna, con una giacca di pelle e un sorriso che sembrava già sapere tutto.

“Sei venuta,” ha detto, con una voce bassa, quasi roca. Non era una domanda.

“Non potevo non farlo,” ho risposto, cercando di sembrare sicura. Ma la mia voce tremava un po’. Lui si è avvicinato, i suoi passi riecheggiavano nel silenzio. Era più alto di quanto immaginassi, con spalle larghe e un’ombra di barba che gli induriva il viso. Mi ha guardato negli occhi per un momento, poi ha abbassato lo sguardo sul mio corpo, senza fretta, come se mi stesse studiando.

“Ti tremano le mani, Laura. Sei spaventata o eccitata?” ha chiesto, con un tono che sembrava divertito.

“Entrambe le cose,” ho ammesso, e ho sentito il calore salirmi alle guance. Non so perché gli ho detto la verità. Forse perché con lui non aveva senso mentire.

“Bene. Mi piace quando una donna come te si sente fuori posto. Sai, perfetta per tutti, ma con me…” Ha fatto una pausa, avvicinandosi ancora. Il suo respiro caldo mi ha sfiorato il viso. “Con me sei solo una che ha bisogno di qualcosa che non può avere a casa.”

Le sue parole mi hanno colpito come uno schiaffo, ma non nel modo in cui dovrebbero. Mi sono sentita umiliata, sì, ma anche viva. Ho abbassato lo sguardo, incapace di sostenerlo. Lui ha riso piano, un suono profondo che mi ha fatto rabbrividire.

“Guardami,” ha ordinato. Ho alzato gli occhi, e lui ha sorriso di nuovo. “Oggi tradirai tuo marito con la stessa bocca con cui gli dai il bacio della buonanotte. E ti piacerà, vero?”

Non ho risposto subito. Il cuore mi martellava nel petto, e sentivo il sangue pulsarmi nelle tempie. Ma poi ho annuito, un movimento quasi impercettibile. Lui ha fatto un passo indietro, indicando il pavimento con un gesto secco.

“In ginocchio, Laura.”

Ho esitato solo un secondo, poi mi sono inginocchiata. Il cemento era freddo e duro sotto di me, e il vestito si è sollevato un po’ sulle cosce. Sentivo l’odore del suo dopobarba, un misto di legno e spezie, mescolato a quello più acre del parcheggio. Lui mi guardava dall’alto, con un’espressione che non era né gentile né crudele, solo… sicura. Ha slacciato la cintura con un movimento lento, il suono del metallo che scattava era l’unica cosa che si sentiva oltre al mio respiro accelerato.

“Lo vuoi, vero?” ha chiesto, mentre abbassava la zip. La sua voce era calma, ma c’era una tensione sotto, come se stesse trattenendo qualcosa.

“Sì,” ho detto, quasi in un sussurro. La vergogna mi bruciava dentro, ma era proprio quella vergogna a farmi sentire così viva. Ogni fibra del mio corpo gridava di smettere, di tornare a casa, ma non potevo. Non volevo.

“Allora chiedimelo. Dillo chiaramente,” ha insistito, fermandosi con la mano sulla zip.

Ho deglutito a fatica, la gola secca. “Voglio… voglio farlo. Per favore.”

“Brava ragazza,” ha detto, con un tono che era quasi una carezza. Ha finito di abbassare i pantaloni, e ho visto il rigonfiamento nei suoi boxer neri. Era evidente, grosso, e il pensiero di quello che stavo per fare mi ha fatto tremare. Ha tirato fuori il membro, già duro, e me l’ha avvicinato al viso. Era spesso, con vene che spiccavano sulla superficie, e l’odore forte, maschile, mi ha colpito subito. Non era solo eccitazione, era una sorta di potere che esercitava su di me senza nemmeno toccarmi.

“Aprila,” ha detto, indicando la mia bocca con un cenno. Ho obbedito, socchiudendo le labbra, e lui ci ha appoggiato la punta, calda e umida. Il sapore leggermente salato mi ha invaso la lingua, e ho sentito un gemito sfuggirmi senza volerlo. Lui ha riso di nuovo, un suono basso e gutturale.

“Piano, Laura. Abbiamo tempo. Fammi vedere quanto sei brava con quella bocca che usi per dire ‘buonanotte, amore’ a tuo marito.”

Ho iniziato a muovermi, lentamente all’inizio, prendendo solo la punta, sentendo la sua consistenza liscia contro la lingua. Le sue mani si sono posate sulla mia testa, non per forzarmi, ma per guidarmi. I suoi dita affondavano nei miei capelli, tirando appena, e ogni piccolo movimento mi faceva sentire più sua, più lontana dalla Laura che tutti conoscevano. Ho alzato lo sguardo verso di lui, i suoi occhi erano socchiusi, la bocca leggermente aperta, e quel controllo che mostrava sembrava vacillare.

“Più profondo,” ha ordinato, spingendo appena i fianchi in avanti. Ho cercato di rilassarmi, prendendolo di più, sentendo la pressione contro il palato, il calore che mi riempiva. Il suono dei miei movimenti, umidi e irregolari, riecheggiava nel parcheggio. Ogni tanto dovevo fermarmi per riprendere fiato, e lui mi lasciava fare, ma solo per un momento.

“Non fermarti. Non ti ho detto di smettere,” ha detto, con una nota di impazienza nella voce. Ho annuito, anche se era difficile con lui dentro di me, e ho ripreso, più veloce, più decisa. Il sapore, l’odore, la sensazione di essere completamente alla sua mercé mi stavano mandando fuori di testa. Sentivo il mio corpo reagire, un calore che si accumulava tra le gambe, anche se lui non mi aveva ancora toccata lì.

“Guardati,” ha detto a un certo punto, con un tono che era quasi di scherno. “La moglie perfetta, in ginocchio in un parcheggio di merda, con il mio cazzo in bocca. Ti piace essere così, vero? Dillo.”

Ho provato a parlare, ma con lui dentro di me era impossibile. Ho emesso solo un suono soffocato, e lui ha riso. “Non importa. Lo so già. Lo sento da come lo stai succhiando.”

Ha continuato a parlare, parole dure, dirette, che mi colpivano come piccole scariche. Ogni frase era un altro strato di vergogna, ma anche di piacere. Mi ha guidata con le mani, spingendomi a prendere di più, fino a che non ho sentito le lacrime agli angoli degli occhi, non per il disagio, ma per l’intensità di tutto. Quando si è tirato indietro, ansimando leggermente, ho sentito un senso di vuoto. Mi ha guardato, il petto che si alzava e abbassava, poi ha detto: “Alzati. Non ho finito con te.”

Mi sono alzata, le gambe tremanti, il vestito ormai stropicciato. Lui mi ha spinta contro il muro, il cemento ruvido contro la schiena attraverso il tessuto sottile. Ha alzato una mano per stringermi il mento, costringendomi a guardarlo negli occhi. “Hai fatto bene finora. Ma ora voglio tutto il resto. Togliti quel vestito.”

Ho obbedito senza pensarci, abbassando le spalline e lasciando che il tessuto scivolasse a terra. Ero in piedi davanti a lui, in reggiseno e mutandine nere, i tacchi ancora ai piedi. Il freddo del parcheggio mi ha fatto venire la pelle d’oca, ma il suo sguardo mi scaldava. Ha passato una mano sul mio corpo, partendo dal collo, scendendo sul seno, stringendo un capezzolo attraverso il tessuto del reggiseno. Ho sussultato, e lui ha sorriso.

“Sei già bagnata, vero? Non serve che me lo dici, lo so già,” ha detto, mentre la sua mano scivolava più in basso, sotto l’elastico delle mutandine. Le sue dita hanno trovato il mio punto più sensibile, e ho dovuto mordermi il labbro per non gemere troppo forte. Era vero, ero fradicia, e lui lo sapeva. Ha iniziato a muovere le dita, con una precisione che mi ha fatto quasi cedere le gambe. Ogni movimento era calcolato, e io mi sentivo come un giocattolo nelle sue mani.

“Dimmi come ti senti,” ha detto, senza smettere di toccarmi. La sua voce era un ringhio basso, vicino al mio orecchio.

“Mi sento… persa,” ho ansimato, incapace di trovare parole migliori. “Mi piace… troppo.”

“Brava. È proprio quello che voglio sentire,” ha risposto, prima di baciarmi con forza. La sua bocca era esigente, la lingua che invadeva la mia, mentre le sue dita continuavano a lavorare. Sentivo il sapore del suo respiro, un misto di menta e qualcosa di più selvaggio, e il contrasto con la durezza del muro dietro di me mi faceva girare la testa.

Poi si è fermato, tirando via la mano e lasciandomi ansimante. Ha abbassato i pantaloni del tutto, liberandosi completamente, e mi ha guardata con un’intensità che mi ha fatto rabbrividire. “Girati. Mani al muro.”

Ho fatto come diceva, appoggiando i palmi contro il cemento freddo, il cuore che mi martellava nel petto. Ha tirato giù le mie mutandine con un movimento secco, lasciandole cadere alle caviglie. Sentivo l’aria fredda sulla pelle nuda, e poi la sua mano che mi accarezzava i fianchi, scendendo fino alle natiche. Ha dato un piccolo schiaffo, non forte, ma abbastanza da farmi sobbalzare.

“Piegati di più,” ha ordinato, e io ho obbedito, sentendomi esposta, vulnerabile. Ho sentito il calore del suo corpo dietro di me, poi la pressione del suo membro contro di me, duro e insistente. Ha spinto piano all’inizio, dandomi il tempo di abituarmi, ma la sensazione di pienezza era quasi insostenibile. Era grosso, e ogni centimetro sembrava riempirmi completamente. Ho lasciato sfuggire un gemito, e lui si è fermato.

“Ti fa male o ti piace?” ha chiesto, con una nota di curiosità nella voce.

“Mi piace,” ho detto, quasi senza fiato. “Non fermarti.”

“Non avevo intenzione di farlo,” ha risposto, e ha iniziato a muoversi, lento ma deciso. Ogni spinta era profonda, e sentivo ogni dettaglio: il calore, la pressione, il suono dei nostri corpi che si incontravano. Le sue mani erano sui miei fianchi, stringendo forte, lasciando probabilmente segni sulla pelle. L’odore del suo sudore, mescolato a quello del parcheggio, mi riempiva le narici, e il suono dei suoi respiri pesanti vicino al mio orecchio mi faceva impazzire.

“Sei stretta, Laura. Troppo stretta per una che dovrebbe essere solo la mogliettina perfetta,” ha detto, con una risata bassa. “Tuo marito non sa cosa si perde.”

Le sue parole erano un altro colpo, un altro strato di vergogna che si mescolava al piacere. Ho chiuso gli occhi, lasciando che tutto mi travolgesse: il ritmo delle sue spinte, che si faceva sempre più veloce, il calore che si accumulava dentro di me, le sue mani che scivolavano sul mio corpo, stringendo e accarezzando. A un certo punto, una delle sue mani è scesa davanti, trovando di nuovo quel punto sensibile tra le mie gambe, e ha iniziato a stimolarlo con movimenti circolari. Era troppo, troppo intenso. Ho sentito le gambe tremare, il respiro che mi si mozzava in gola.

“Ci sei quasi, vero?” ha detto, senza rallentare. “Lo sento. Lasciati andare.”

Non ho potuto fare altro. L’orgasmo mi ha colpita come un’onda, facendomi gridare, anche se ho provato a soffocare il suono. Il mio corpo si è contratto attorno a lui, e ho sentito le sue spinte diventare più irregolari, più disperate. Ha emesso un gemito profondo, quasi un ringhio, e ho sentito il calore del suo rilascio dentro di me, un ultimo atto di possesso. Siamo rimasti così per un momento, ansimanti, appoggiati al muro, mentre il mondo sembrava tornare lentamente a fuoco.

Quando si è tirato indietro, mi sono girata, le gambe ancora deboli. Lui si è sistemato i pantaloni con movimenti rapidi, poi mi ha guardata. Non c’era tenerezza nei suoi occhi, ma nemmeno disprezzo. Solo una sorta di soddisfazione.

“Ti è piaciuto essere ciò che non dovresti essere, vero?” ha chiesto, con un mezzo sorriso.

Ho annuito, incapace di parlare. Mi sono rivestita in silenzio, sentendo il tessuto del vestito contro la pelle ancora sensibile. Lui mi ha guardata per un ultimo momento, poi ha detto: “Ci rivedremo, Laura. E lo sai anche tu.”

Non ho risposto. Sono tornata alla mia macchina, il rumore dei tacchi che riecheggiava nel parcheggio. Quando sono salita a bordo, ho guardato nello specchietto retrovisore. Il mio viso era arrossato, i capelli spettinati, il trucco leggermente sbavato. Sembravo un’altra persona. E forse, per la prima volta, lo ero davvero.

Lascia un commento