L’esperimento che mi ha trasformato (parte 3)
Sono passati tre giorni dalla scorsa sessione e l’aria nell’appartamento è diventata irrespirabile, non tanto per l’odore di chiuso o per le bottiglie di birra vuote sparse sul tavolo, quanto per il silenzio. Giorgio non mi parla. Non che ci sia molto da dire, ma il modo in cui mi guarda – o meglio, in cui evita di guardarmi – mi fa sentire una merda. Quando sono in salotto, lui si chiude in camera. Quando esco dal bagno, lui passa oltre senza un cenno, come se fossi un mobile. E poi ci sono gli ordini. “Lava i piatti, Max.” “Prendi il detersivo, che è finito.” “Cucina qualcosa, non ho tempo.” Tono secco, come se fosse il mio capo. E io, non so perché, obbedisco. Non ho il coraggio di guardarlo negli occhi. Non dopo l’ultima volta, non dopo quello che abbiamo fatto su quel divano del cazzo, con la telecamera che ci fissava e la voce che ci diceva dove mettere le mani.
Mi ritrovo a strofinare una padella incrostata mentre lui è seduto al tavolo, con il suo portatile aperto, gli occhiali che gli scivolano sul naso. Non dice nulla, ma sento il peso del suo sguardo ogni tanto, un’occhiata veloce prima di tornare allo schermo. È come se mi stesse studiando, come se stesse decidendo qualcosa. Non so cosa. Non so nemmeno se voglio saperlo. Tutto quello che voglio è che questa settimana finisca, che i soldi arrivino sul conto e che possiamo dimenticarci di tutto. Ma so che non succederà. Non con quella telecamera appesa al muro, con il suo led rosso che lampeggia giorno e notte.
È pomeriggio tardi quando succede. Sto piegando dei vestiti sul divano – un compito idiota che Giorgio mi ha rifilato – quando il ripetitore sul tavolo si accende. Un ronzio basso, poi quella voce robotica, fredda come un coltello sulla pelle: “Massimiliano, spogliati. Completamente. Ora.”
Alzo lo sguardo verso Giorgio, che è fermo sulla soglia della cucina con una tazza di caffè in mano. I suoi occhi si socchiudono, ma non dice nulla. Mi irrigidisco. “Che cazzo vuoi dire?” mormoro, più a me stesso che alla voce. Ma quella non risponde, ovviamente. Aspetta. E Giorgio mi fissa, in silenzio, con un’espressione che non riesco a decifrare.
“Massimiliano,” riprende la voce, scandendo ogni parola, “spogliati e inginocchiati davanti a Giorgio. Supplicalo. Digli che vuoi che ti prenda. Usate parole chiare.”
Sento un nodo allo stomaco, un misto di rabbia e imbarazzo che mi brucia dentro. “Col cazzo,” sbotto, alzandomi di scatto. La maglietta che stavo piegando mi cade di mano. “Non ci sto. Non faccio ‘ste stronzate.”
Giorgio appoggia la tazza sul tavolo, lento, quasi calcolato. “Max,” dice, con quella voce calma che usa quando vuole sembrare ragionevole, “abbiamo firmato un contratto. Lo sai cosa succede se molliamo. Niente soldi. E siamo nella merda. Tutti e due.”
“Non me ne frega un cazzo del contratto,” ringhio, ma la mia voce trema un po’. Lo so che ha ragione. Lo so che senza quei soldi non pago l’affitto, non pago la retta dell’università, non pago niente. Ma questo? Questo è troppo. “Non faccio il pagliaccio per ‘sta voce del cazzo. Non mi metto in ginocchio a pregarti come un idiota.”
Lui incrocia le braccia, appoggiandosi allo stipite della porta. “Non sto dicendo che devi piacerti,” dice, con un tono che sembra quasi divertito. “Sto dicendo che devi farlo. Punto. Tanto chi ci vede?”
Quella frase. La dico sempre io per sdrammatizzare, ma sentirla da lui, in questo momento, mi fa venir voglia di spaccargli la faccia. Stringo i pugni, ma non mi muovo. La telecamera ronza piano nell’angolo, il suo occhio rosso che non sbatte mai. Sento il sudore che mi pizzica la nuca.
“Massimiliano,” insiste la voce, implacabile. “Spogliati. Ora.”
Giorgio fa un passo avanti. “Smettila di fare il bambino, Max. Togliti ‘sti vestiti e facciamola finita. Prima lo fai, prima ci leviamo da questa situazione.”
Lo guardo, e per un attimo vorrei solo mandarlo a fanculo e andarmene. Ma non ho un posto dove andare. Non ho un cazzo di niente. Con un grugnito, mi sfilo la maglietta e la lancio sul divano. Poi i pantaloni, i boxer. Tutto. Sono nudo, in piedi in mezzo al salotto, con il pavimento freddo sotto i piedi e l’aria che mi pizzica la pelle. Giorgio mi guarda, senza battere ciglio, e io sento il calore salirmi al viso. Non è solo imbarazzo. È qualcosa di più profondo, qualcosa che mi fa stringere lo stomaco.
“Inginocchiati,” ordina la voce.
Stringo i denti così forte che mi fanno male. “Giorgio, non ci sto. Sul serio.”
Ma lui si avvicina, e nei suoi occhi c’è qualcosa di nuovo, una specie di durezza che non gli ho mai visto. “Fallo, Max. Non farmi perdere tempo.”
Non so perché, ma lo faccio. Mi metto in ginocchio, il pavimento duro che mi graffia la pelle. Lo guardo dal basso, e la vergogna mi brucia dentro come acido. “Giorgio,” inizio, con la voce che mi trema, “per favore… prendimi. Voglio che mi scopi. Ti prego.”
Le parole mi escono come pezzi di vetro, tagliandomi la gola. Non so se è la situazione, la sua espressione, o il fatto che sono nudo davanti a lui, ma sento un’ondata di calore tra le gambe. Il mio cazzo si indurisce, e non c’è modo di nasconderlo. Giorgio lo nota, e un angolo della sua bocca si piega in un sorrisetto che mi fa venir voglia di sparire.
“Guarda un po’,” dice, con un tono che trasuda sarcasmo. “Il grande Max, tutto duro mentre mi supplica. Che troietta che sei.”
“Vaffanculo,” sibilo, ma non mi alzo. Non posso. La voce mi tiene inchiodato lì, e una parte di me – una parte che odio – vuole vedere come andrà a finire.
Giorgio si slaccia i jeans, lento, senza distogliere gli occhi dai miei. “Girati,” ordina, con un tono che non ammette repliche. “Appoggia le mani sul divano.”
Obbedisco, con il cuore che mi martella nel petto. Mi metto a quattro zampe, le mani sul bordo del divano, il tessuto ruvido che mi sfrega contro i palmi. Sento il rumore della cintura di Giorgio che cade a terra, il fruscio dei suoi vestiti mentre si spoglia. Poi le sue mani sulle mie anche, fredde, decise. Il suo respiro è pesante, vicino al mio orecchio.
“Rilassati, troia,” mi dice, con una voce bassa, quasi un ringhio. “Se fai lo stronzo, ti faccio male.”
Non rispondo. Non ci riesco. Sento la sua mano che si muove, il suono di qualcosa di viscido – lubrificante, immagino – e poi la pressione contro di me. È lenta, ma insistente. Stringo i denti, il bruciore mi fa vedere le stelle. “Cazzo, Giorgio, fai piano,” grugnisco.
“Sta’ zitto,” ribatte lui, e spinge più forte. Entra, e il dolore mi fa stringere ogni muscolo del corpo. È grosso, più di quanto mi aspettassi, e mi sento aperto, vulnerabile, come se stessi per spezzarmi. Ma c’è anche qualcos’altro, un calore che si mescola al dolore, che mi fa ansimare nonostante tutto.
Giorgio inizia a muoversi, lento all’inizio, poi più veloce. Ogni spinta mi scuote, mi fa afferrare il bordo del divano con più forza. Sento il suo fiato caldo sul collo, il suono dei nostri corpi che si scontrano, il leggero scricchiolio del divano sotto di noi. C’è un odore nell’aria, un misto di sudore e qualcosa di più acuto, più animale. Il mio cazzo è ancora duro, strofina contro il tessuto del divano a ogni movimento, e non so se è il dolore o il piacere che mi sta facendo impazzire.
“Ti piace, eh?” mi dice, con una risata roca. “Guardati, Max. Ti fai scopare come una puttana e ti piace pure.”
“Chiudi quella cazzo di bocca,” ringhio, ma la mia voce è spezzata, debole. Non so nemmeno se ci credo. Ogni spinta sembra scavarmi dentro, non solo nel corpo ma anche nella testa. Sento le sue mani stringere più forte le mie anche, le sue dita che affondano nella pelle. Il ritmo accelera, diventa quasi brutale. Non riesco a pensare, non riesco a fare altro che ansimare e stringere i denti.
“Sto per venire,” dice a un certo punto, con la voce tesa. “Girati. Subito.”
Mi tira indietro per i capelli, e mi ritrovo in ginocchio davanti a lui, il viso all’altezza del suo cazzo. È rosso, lucido, enorme da questa distanza. Mi guarda dall’alto, con un’espressione che è un misto di potere e qualcosa che non riesco a leggere. “Apri la bocca, troia,” ordina.
Non voglio, ma lo faccio. Non so perché. Forse è la stanchezza, forse è il contratto, forse è qualcos’altro. Lo guardo negli occhi mentre si masturba velocemente davanti a me, il suo respiro che diventa un rantolo. Poi viene, un getto caldo che mi colpisce in faccia, sulla guancia, sul mento. Chiudo gli occhi, sentendo il liquido che cola, il sapore salato che mi arriva sulle labbra. È umiliante, ma c’è una parte di me che non si ribella, che si lascia fare.
“Bene,” dice la voce robotica, interrompendo il silenzio. “Sessione conclusa. Potete ripulirvi.”
Giorgio si tira su i pantaloni senza guardarmi, come se niente fosse successo. Io resto lì, in ginocchio, con il viso ancora bagnato, il corpo che trema per l’adrenalina e qualcosa che non voglio nominare. Mi passo una mano sulla faccia, pulendomi alla meglio, ma non riesco a muovermi. Non ancora.
“Alzati, Max,” dice Giorgio, con un tono che sembra quasi normale, come se stessimo parlando di fare la spesa. “Vai a farti una doccia. Puzzi.”
Lo guardo, e per la prima volta in tre giorni incrocio davvero i suoi occhi. C’è qualcosa lì, un’ombra di disagio, o forse di qualcos’altro. Ma non dice nulla, e io nemmeno. Mi alzo, barcollando un po’, e mi dirigo verso il bagno senza voltarmi indietro. La telecamera ronza ancora nell’angolo, il suo led rosso che non si spegne mai.
Mentre l’acqua calda mi scorre addosso, cerco di lavare via tutto – il sudore, lo sperma, la vergogna. Ma non funziona. Sento ancora le sue mani su di me, il suo respiro nell’orecchio, le sue parole che mi ronzano nella testa. E poi, mentre chiudo il rubinetto, sento di nuovo il ronzio del ripetitore dal salotto. La voce torna, e dice qualcosa che mi gela il sangue: “Preparatevi. Domani ci sarà una nuova regola. Uno di voi dovrà cedere il controllo. Completamente.”
Non so cosa significhi. Non so se voglio saperlo. Ma so che non dormo stanotte.
