Racconti Piccanti
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L’ultimo treno per non tornare

L’ultimo treno per non tornare

23 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Anna, ho trentanove anni e ieri ho scoperto che mio marito mi ha tradita di nuovo. Non è la prima volta, ma è quella che mi ha spezzato qualcosa dentro. Non so spiegare esattamente cosa, ma è come se un filo che mi teneva insieme si fosse spezzato di netto. Non ho urlato, non ho pianto, non gli ho detto niente. Ho preso una borsa, ci ho buttato dentro due cambi di vestiti, il portafoglio e il telefono, e sono uscita di casa. Non so dove sto andando, non mi interessa. Voglio solo sparire per una notte, forse di più. Voglio farmi male, distruggermi, così magari posso ricominciare da zero. È un pensiero folle, lo so, ma è l’unico che mi tiene in piedi mentre cammino verso la stazione dei treni.

È tardi, quasi mezzanotte, e il tabellone mostra solo un ultimo regionale in partenza. La banchina è deserta, l’aria puzza di ferro e di sporco. Mi siedo su una panchina gelida, stringendomi nel cappotto. Il treno arriva con un rumore stridente, vecchio e malconcio, con i finestrini sporchi e qualche graffito sulle porte. Salgo in una carrozza vuota, scelgo un posto vicino al finestrino e mi lascio cadere sul sedile. Il tessuto è ruvido, macchiato, e c’è un odore di chiuso che mi dà fastidio. Non importa. Chiudo gli occhi, ma non riesco a rilassarmi. La mia testa è un casino: da una parte voglio solo sparire, dall’altra sento una voglia che non so spiegare, un bisogno di qualcosa di forte, di violento, che mi scuota e mi faccia sentire viva.

Il treno parte con un sussulto, i binari fanno un rumore ritmico che mi culla, ma non mi calma. Dopo un paio di fermate, sento delle voci rumorose provenire dall’altra estremità della carrozza. Due ragazzi, avranno vent’anni o poco più, entrano barcollando. Sono ubriachi, lo capisco subito dal modo in cui parlano, dalle risate sguaiate e dal tono troppo alto. Hanno bottiglie di birra in mano, i vestiti sgualciti, i capelli spettinati. Uno è magro, con una felpa nera e i jeans strappati, l’altro più robusto, con una giacca di pelle e un berretto al contrario. Si siedono a pochi sedili da me, e anche se faccio finta di guardare fuori dal finestrino, sento i loro occhi su di me.

“Ehi, bella, sei sola?” dice il più magro, con la voce impastata dall’alcol. Non rispondo, tengo lo sguardo fisso sul vetro scuro. Ma lui insiste. “Dai, non fare la stronza, parliamo un po’. Ti fai una birra con noi?”

“Non mi interessa,” rispondo secca, senza girarmi. La mia voce è più dura di quanto pensassi, ma dentro sento un misto di fastidio e… qualcos’altro. Una scarica, una specie di eccitazione malsana. Non so perché, ma una parte di me vuole che continuino, che vadano oltre.

Il più robusto scoppia a ridere. “Cazzo, hai sentito? Non le interessiamo. Magari è una di quelle che fanno le finte santarelline, ma sotto sotto…”

“Piantatela,” lo interrompo, girandomi finalmente verso di loro. Li fisso negli occhi, il cuore mi batte forte. Non so se è paura o altro, ma non voglio che smettano. “Se avete qualcosa da dire, ditelo chiaro.”

Il magro alza un sopracciglio, sorpreso. “Oh, allora ci stai al gioco? Pensavo fossi una di quelle che chiama la polizia per due paroline. Dai, vieni qui, facciamo due chiacchiere come si deve.”

Non so cosa mi prenda. Dovrei alzarmi e cambiare carrozza, ma non lo faccio. Invece, mi alzo dal sedile e mi avvicino a loro, lentamente, con il cappotto ancora stretto addosso. “Non ho voglia di chiacchiere,” dico, e la mia voce trema un po’, ma non di paura. “Se avete palle, dimostratelo.”

I due si guardano per un attimo, poi scoppiano a ridere. Il robusto si passa una mano sul mento, squadrandomi da capo a piedi. “Cazzo, questa è tosta. Cosa vuoi dire? Spiegati meglio.”

Mi siedo di fronte a loro, incrociando le braccia. Il cuore mi martella nel petto, ma non mi fermo. “Non sono in vena di cazzate. Se volete divertirvi, sono qui. Ma non perdiamo tempo con le chiacchiere da bar.”

Il magro butta la bottiglia vuota sul pavimento, facendola rotolare con un rumore di vetro. “Aspetta un attimo, stai dicendo sul serio? Perché se ci stai prendendo per il culo…”

“Non vi sto prendendo per il culo,” taglio corto. Poi, senza pensarci troppo, indico con un cenno il fondo della carrozza, dove c’è il bagno. “Là dentro. Se ci state, andiamo. Se no, lasciatemi in pace.”

C’è un silenzio che sembra durare un’eternità. Si guardano di nuovo, e vedo un lampo nei loro occhi, una miscela di sorpresa e desiderio. Il robusto si alza per primo, scrollandosi di dosso la giacca. “Cazzo, andiamo. Non so se stai bluffando, ma voglio vedere fino a che punto arrivi.”

Il magro lo segue, e io mi alzo con loro. Camminiamo verso il bagno, i passi che rimbombano nel silenzio del treno. Non so cosa sto facendo, ma non voglio fermarmi. Una parte di me urla di tornare indietro, ma l’altra, quella più forte, mi spinge ad andare avanti. Voglio questo, voglio essere distrutta, voglio sentire qualcosa che mi faccia dimenticare tutto.

Il bagno del treno è minuscolo, puzzolente di disinfettante e urina. La luce al neon sfarfalla, lo specchio è crepato in un angolo. Entriamo tutti e tre, schiacciati in uno spazio che a malapena contiene una persona. Chiudo la porta dietro di me con un clic. Il robusto mi guarda con un ghigno. “Allora, sei sicura? Perché qui dentro non si scherza.”

“Non sto scherzando,” dico, e mi slaccio il cappotto, lasciandolo cadere a terra. Sotto ho una maglietta semplice e dei jeans aderenti. Sento i loro occhi su di me, e invece di vergognarmi, mi sento viva. “Toglietevi ‘sta cazzo di roba e fate quello che volete.”

Non se lo fanno ripetere due volte. Il magro si sfila la felpa, mostrando un torace magro ma definito, con qualche tatuaggio sbiadito. Il robusto si toglie la giacca e la camicia, il petto largo e coperto di peli. Io mi avvicino al magro per primo, gli metto una mano sul collo e lo bacio con forza. La sua bocca sa di birra e fumo, ma non mi importa. Risponde al bacio, affamato, mentre le sue mani mi afferrano i fianchi. Sento il robusto dietro di me, che mi preme contro, il suo fiato caldo sul collo.

“Porca troia, sei proprio una pazza,” dice il magro, staccandosi un attimo per guardarmi. “Non ci credo che stiamo facendo ‘sta cosa.”

“Chiudi la bocca e continua,” gli rispondo, e gli tiro i capelli per avvicinarlo di nuovo. Il robusto, nel frattempo, mi slaccia i jeans e me li abbassa con uno strattone, insieme alle mutandine. L’aria fredda del bagno mi colpisce la pelle, ma non faccio in tempo a pensarci perché le sue mani sono già tra le mie gambe, ruvide e decise.

“Cazzo, sei già pronta,” dice, con una risata bassa. Non rispondo, mi limito a gemere piano mentre le sue dita si muovono. Il magro mi bacia ancora, mordendomi il labbro, mentre con una mano mi stringe un seno sopra la maglietta. Mi sento schiacciata tra loro due, intrappolata, e invece di spaventarmi mi eccita da morire.

“Levati tutto,” ordina il robusto, e io obbedisco, tirandomi via la maglietta e il reggiseno. La mia pelle è pallida sotto la luce fredda, i capezzoli già duri. Il magro si abbassa per succhiarmeli, mentre il robusto continua a toccarmi più in basso, facendomi tremare le gambe. È un casino di mani, bocche e respiri affannosi. Non c’è spazio per muoverci, ogni gesto è goffo, ma non importa.

“Girati,” dice il robusto, con un tono che non ammette repliche. Mi volto, appoggiandomi con le mani allo specchio crepato. Il vetro è freddo contro le dita, e vedo il mio riflesso: i capelli scompigliati, gli occhi lucidi, la bocca socchiusa. Sembro un’altra persona, e mi piace. Il robusto si posiziona dietro di me, abbassandosi i pantaloni con un rumore di cintura. Sento la sua erezione contro di me, dura, insistente. “Ti piace così, vero?” mi chiede, con la voce roca.

“Sì, cazzo, vai avanti,” rispondo, quasi ringhiando. Non voglio pensare, voglio solo sentire. Lui non aspetta, mi penetra con una spinta decisa, facendomi sobbalzare contro lo specchio. È ruvido, senza cerimonie, e il dolore si mescola al piacere in un modo che mi fa girare la testa. Il magro, davanti a me, si sbottona i jeans e mi guarda con un sorrisetto. “Apri la bocca,” dice, e io lo faccio, lasciandolo spingere dentro. Sono stretta tra loro due, usata, schiacciata, e non mi sono mai sentita così viva.

Il robusto mi sbatte con forza, ogni spinta mi fa sbattere contro lo specchio, il rumore dei nostri corpi che si scontrano si mescola al suono del treno che corre sui binari. Il magro mi tiene per i capelli, guidandomi con movimenti bruschi. Non c’è delicatezza, solo bisogno crudo, animalesco. “Cazzo, sei una troia da paura,” dice il robusto, ansimando, e invece di offendermi, quelle parole mi accendono ancora di più.

“Chiudete il becco e continuate,” riesco a dire, la voce spezzata. Il magro ride, ma non si ferma. Mi tappano la bocca con le mie stesse mutandine, che avevano raccolto da terra, per soffocare i miei gemiti. Il tessuto sa di sudore e di me, e l’umiliazione mi manda il cervello in tilt. Mi piace, cazzo, mi piace troppo. Il robusto mi afferra per i fianchi, le sue dita che affondano nella carne, e accelera il ritmo. Sento il calore che cresce dentro di me, un’onda che non riesco a controllare.

Il treno fischia, un suono lungo e acuto che sembra tagliarmi dentro. E in quel momento, mentre il robusto mi sbatte con una violenza che mi fa quasi perdere l’equilibrio, e il magro mi stringe i capelli con forza, vengo. È un orgasmo che mi spacca in due, il più forte della mia vita, un’esplosione che mi fa tremare e gridare contro il tessuto nella bocca. Penso solo a una cosa, mentre il piacere mi travolge: “Ora sono libera, perché non ho più niente da perdere.”

Loro continuano per un po’, inseguendo il loro piacere, finché non finiscono uno dopo l’altro, con grugniti e imprecazioni. Quando si tirano indietro, siamo tutti sudati, sfiniti. Mi appoggio allo specchio, il fiato corto, le gambe che tremano. Non dico niente, non c’è bisogno. Mi rimetto i vestiti in silenzio, con gesti lenti, mentre loro fanno lo stesso. Non ci guardiamo nemmeno. Non c’è imbarazzo, non c’è vergogna. Solo un vuoto strano, che non è nemmeno sgradevole.

Esco dal bagno per prima, tornando al mio posto nella carrozza vuota. Il treno continua a correre, il rumore dei binari è l’unico suono. Mi siedo e guardo fuori dal finestrino, anche se non vedo niente oltre il buio. Non so dove sto andando, ma per la prima volta dopo tanto tempo, non mi importa.

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