Racconti Piccanti
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In cella con Enzo

In cella con Enzo

20 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono passati solo tre giorni da quando mi hanno sbattuto dentro, e già mi sembra un’eternità. Mi chiamo Luca, ho 28 anni, e non ero pronto a tutto questo. Non lo è nessuno, credo. La prigione è un posto che ti mangia vivo, ti strappa tutto quello che eri fuori e ti lascia solo con la paura. Ho sempre avuto un fisico normale, niente di speciale: magro, senza muscoli, senza peli sul petto. Mi sono sempre sentito un po’ in imbarazzo per questo, come se non fossi abbastanza uomo. Qui dentro, però, quel disagio è diventato terrore. La violenza è ovunque, negli sguardi, nei silenzi, nei passi pesanti nei corridoi. Ogni giorno prego di non essere notato, di passare inosservato.

Ma ieri ho fatto un errore. Ho risposto male a una guardia, non so nemmeno perché, forse per frustrazione. Risultato: mi hanno messo in isolamento. Non da solo, però. Con Enzo, il “capo cella”, un uomo che tutti temono e rispettano. Ha 42 anni, un corpo massiccio, muscoloso, con tatuaggi che gli coprono le braccia e il collo. È in carcere da anni, condannato a vita, e si vede che comanda. Ha uno sguardo che ti trapassa, una voce profonda che non ammette repliche. Quando mi hanno chiuso in cella con lui, il cuore mi batteva così forte che pensavo mi uscisse dal petto. Sapevo che non sarebbe finita bene.

La cella è piccola, soffocante. Due materassi sottili buttati per terra, un lavandino arrugginito, un buco nel muro che chiamano bagno. L’odore è un misto di sudore e umidità, e la luce che filtra dalla feritoia è appena sufficiente per vedere i contorni delle cose. Enzo era seduto sul suo materasso quando sono entrato, con le gambe incrociate e un’espressione che non riuscivo a decifrare. Mi ha guardato dall’alto in basso, senza dire una parola, mentre io stringevo le braccia al petto e cercavo di non guardarlo negli occhi.

“Spogliati,” ha detto dopo un po’, con un tono calmo ma fermo.

Ho sentito un brivido gelido lungo la schiena. “C-cosa? Perché?” ho balbettato, la voce che tremava.

“Regole della casa. Qui dentro si controlla tutto. Niente armi, niente roba nascosta. Spogliati, ora.”

Non sembrava una richiesta, ma un ordine. Mi sono guardato intorno, come se ci fosse un modo per sfuggire, ma non c’era niente, solo quelle quattro mura e lui che mi fissava. Ho sentito gli occhi riempirsi di lacrime, il cuore che batteva come un tamburo. “Ti prego… non toccarmi… non sono frocio… non voglio problemi,” ho detto, con la voce spezzata, coprendomi l’inguine con le mani anche se ero ancora vestito.

Enzo ha riso, una risata bassa, quasi divertita. “Frocio o no, qui dentro non importa un cazzo. O ti pieghi, o ti rompono. E credimi, io sono gentile rispetto a quello che potresti trovare là fuori. Mostrami quanto sei obbediente.”

Quelle parole mi hanno colpito come un pugno. Mi sentivo nudo già solo a sentirle. Ho esitato, le mani che tremavano mentre cercavo di slacciare la maglietta della divisa carceraria. Ogni movimento sembrava durare un’eternità. Mi sono tolto tutto, pezzo per pezzo, fino a rimanere in mutande. Mi sono fermato lì, sperando che bastasse, ma Enzo ha scosso la testa.

“Tutto. Non fare lo stronzo.”

Con le lacrime che mi rigavano il viso, ho abbassato anche le mutande, lasciandole cadere a terra. Mi sono coperto subito con le mani, il viso in fiamme per la vergogna. Il mio corpo glabro, pallido, sembrava ancora più patetico sotto il suo sguardo. Lui si è alzato, lentamente, avvicinandosi. Era alto, imponente, con spalle larghe che sembravano occupare tutto lo spazio della cella. Mi sono ritratto, ma non c’era posto dove andare.

“Non piangere, ragazzino. Non ti faccio niente che non vuoi. Ma devi imparare come funziona qui. Rimani così, nudo. Non ti coprire,” ha detto, con un tono che non lasciava spazio a discussioni.

Ho annuito, singhiozzando piano, mentre cercavo di tenere le mani lungo i fianchi. Mi sentivo esposto, vulnerabile, come un animale in gabbia. Enzo mi girava intorno, osservandomi come se stesse valutando un oggetto. Ogni tanto si fermava, mi guardava il corpo, e io sentivo la vergogna crescere, mischiata a una paura che mi paralizzava. Non diceva niente, ma il silenzio era peggio di qualsiasi insulto.

Le ore passavano lente, interminabili. Mi ha fatto stare così, nudo, senza darmi il permesso di rivestirmi. Ogni tanto si avvicinava, mi sfiorava una spalla o un fianco con le dita, e io sobbalzavo, il cuore in gola. “Vediamo se reagisci,” diceva, con un sorrisetto che mi faceva venir voglia di sparire. La sua voce era calma, quasi rassicurante, ma aveva un sottofondo di comando che mi terrorizzava. Non capivo cosa volesse, ma non osavo contraddirlo.

A un certo punto, si è seduto sul materasso e mi ha fatto segno di avvicinarmi. “Siediti qui. Non mordo,” ha detto, battendo una mano vicino a lui. Ho obbedito, con le gambe che tremavano, cercando di non guardarlo. Poi, senza preavviso, ha posato una mano sulla mia coscia. Ho fatto un salto, ma lui mi ha bloccato con l’altra mano sulla spalla. “Stai fermo. Voglio solo vedere una cosa.”

Ho chiuso gli occhi, stringendo i denti, mentre la sua mano si spostava più in alto. Non volevo guardare, non volevo sentire, ma il suo tocco era deciso, sicuro. Ha iniziato a sfiorarmi tra le gambe, con movimenti lenti, quasi metodici. Ho sentito il corpo tradirmi, reagire nonostante la paura, nonostante la vergogna. “Guarda come ti piace… non mentire a te stesso,” ha detto, con quella voce bassa che sembrava entrarmi nella testa.

“No… ti prego… smettila,” ho mormorato, ma le parole erano deboli, prive di forza. Lui non ha smesso. Continuava a toccarmi, con una lentezza che mi faceva impazzire, portandomi al limite e poi fermandosi, ancora e ancora. Non so quanto tempo sia passato, forse ore, ma ogni minuto era una tortura. La mia mente era un caos di emozioni: paura, vergogna, ma anche una sensazione che non volevo ammettere, un calore che cresceva dentro di me e che non riuscivo a controllare.

Alla fine, non ce l’ho fatta più. Ero al limite, con il respiro corto, il corpo che tremava. “Fammelo… per favore… non resisto più,” ho detto, con la voce rotta, quasi implorante. Non credevo alle mie stesse parole, ma erano uscite da sole, come se non fossi io a parlare.

Enzo ha sorriso, un sorriso che non era né gentile né crudele, solo soddisfatto. “Bravo, ragazzino. Così si fa.”

Mi ha fatto sdraiare sul materasso, a pancia in giù. Il tessuto ruvido graffiava la pelle, ma non ci facevo caso. Ero troppo preso da quello che stava succedendo, dal rumore dei suoi vestiti che cadevano a terra, dal peso del suo corpo che si avvicinava. Mi ha messo una mano sulla schiena, tenendomi fermo, mentre con l’altra si preparava. Ho sentito il suo respiro vicino al mio orecchio, caldo e pesante. “Rilassati. Non ti faccio male se stai buono,” ha detto.

Poi è successo. È entrato dentro di me, lento, profondo, con una pressione che all’inizio mi ha fatto stringere i denti per il disagio. Ma lui non si è fermato, continuava a muoversi, con un ritmo costante che mi faceva sentire ogni cosa. Il materasso sotto di me cigolava a ogni spinta, il suono che riempiva la cella insieme al suo respiro e ai miei gemiti. “Sì… padrone… sono tuo,” ho detto, senza pensarci, con la voce spezzata dal piacere e dalla confusione. Non so perché l’ho detto, ma in quel momento sembrava la cosa più naturale del mondo.

Il suo corpo era pesante sopra di me, i suoi muscoli tesi contro la mia schiena, il suo sudore che si mescolava al mio. Ogni movimento era profondo, deciso, come se volesse marchiarmi, farmi capire che ero suo. L’odore di sudore e pelle riempiva l’aria, insieme al suono dei nostri respiri affannosi. Non c’era niente di delicato, niente di finto: era crudo, reale, e io lo sentivo tutto, nel corpo e nella testa. A volte rallentava, quasi per farmi riprendere fiato, poi accelerava di nuovo, spingendomi al limite. Non so quanto sia durato, ma ogni secondo sembrava infinito.

Quando ha finito, si è tirato indietro, lasciandosi cadere sul materasso accanto a me. Io ero steso lì, con il respiro corto, il corpo ancora tremante. Non ho detto niente, non ci riuscivo. Lui si è acceso una sigaretta, il fumo che si mescolava all’odore pesante della cella. Dopo un po’, ha parlato, con quella voce calma e autoritaria che ormai conoscevo bene. “Da oggi sei sotto la mia protezione. Ma solo se fai quello che dico. Chiaro?”

Ho annuito, senza guardarlo negli occhi. “Chiaro,” ho mormorato, con la voce bassa. Non c’era bisogno di aggiungere altro. Sapevo che le regole erano cambiate, e che da quel momento in poi la mia sopravvivenza dipendeva da lui.

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