Racconti Piccanti
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La cena con il vecchio amico

La cena con il vecchio amico

20 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Nicola, ho 32 anni, e da un po’ di tempo non mi riconosco più. Sono sempre stato geloso, lo ammetto, ma con Martina la cosa è diventata quasi un’ossessione. Lei è tutto ciò che non sono: sicura, indipendente, con un corpo atletico che sembra scolpito da ore di palestra. È una graphic designer, sempre in mezzo a gente creativa, e io, un semplice impiegato di banca, mi sento spesso fuori posto al suo fianco. La amo, ma ho questa insicurezza che mi rode dentro, come un tarlo. Non so se mi tradisce, non ho prove, ma ogni sorriso che fa a un altro, ogni messaggio che riceve, mi fa immaginare il peggio.

Stasera ho fatto una cosa che non avrei mai pensato di fare. Le ho detto che uscivo con gli amici per una birra, un’uscita che non esiste. Ho preso la macchina, ho girato per un po’ nel quartiere, e poi sono tornato a casa, parcheggiando lontano per non farmi vedere. Sono entrato piano, senza accendere luci, e mi sono nascosto nel ripostiglio vicino al salotto. Da lì, attraverso una fessura nella porta, ho una vista perfetta del divano e di una parte della cucina. Il cuore mi batteva forte, non so neanche io cosa speravo di trovare. Forse volevo solo rassicurarmi, vedere che Martina passava una serata normale, da sola, come mi aveva detto.

Non era da sola. Dopo circa un’ora che ero lì, nascosto come un ladro in casa mia, ho sentito la porta aprirsi. Martina è entrata ridendo, con una bottiglia di vino in mano, seguita da un tizio che non vedevo bene da subito. Poi, quando si sono seduti sul divano, l’ho riconosciuto: un vecchio amico dell’università, uno di quelli che lei nomina ogni tanto con un sorriso nostalgico. Non ricordo il nome, ma ricordo che una volta mi aveva detto che erano stati “molto vicini”. Ho stretto i pugni, il respiro corto. Stavano bevendo, chiacchierando, e le loro risate mi arrivavano come coltellate. Martina era rilassata, con una maglietta leggera che le aderiva al corpo, i capelli sciolti che le cadevano sulle spalle. Lui le raccontava qualcosa, gesticolando, e lei rideva inclinando la testa all’indietro, un gesto che conosco bene.

“Ti ricordi quella volta al lago?” ha detto lui, con una voce profonda, appoggiandosi un po’ più vicino a lei sul divano. “Eravamo ubriachi fradici, e tu hai insistito per fare il bagno nuda.”

Martina ha riso, scuotendo la testa. “E tu che cercavi di non guardarmi, ma alla fine ti sei buttato pure tu! Che idioti che eravamo.”

“Non proprio idioti,” ha ribattuto lui, con un tono più basso, guardandola negli occhi. “È stata una delle notti più belle che ricordo.”

Ho sentito una fitta al petto. Stavano flirtando, non c’era modo di sbagliarsi. Lei non si è tirata indietro, ha solo sorriso, bevendo un altro sorso di vino. “Eravamo giovani, tutto sembrava più semplice,” ha detto, ma c’era qualcosa nella sua voce, una sfumatura che non mi piaceva. Stavano troppo vicini, le loro gambe si sfioravano. Io ero lì, nel buio del ripostiglio, con il sudore che mi colava lungo la schiena, incapace di muovermi o fare rumore.

Dopo un po’ lui le ha messo una mano sulla coscia, un gesto casuale ma non troppo. Martina non l’ha spostata. Hanno continuato a parlare, ma le parole erano meno importanti dei silenzi, degli sguardi. Poi lui si è chinato verso di lei, e io ho visto tutto al rallentatore: le loro labbra che si avvicinavano, il bacio. Non un bacio timido, no, un bacio vero, profondo, con le mani di lui che le accarezzavano la schiena e lei che gli stringeva il collo. Mi sono morso il labbro così forte che ho sentito il sapore del sangue. Avrei voluto urlare, uscire da lì e spaccare tutto, ma non riuscivo a muovermi. Ero paralizzato, e una parte di me, una parte che non voglio neanche ammettere, provava qualcosa di diverso dalla rabbia. Una specie di calore malato, un’eccitazione che mi faceva schifo.

Si sono alzati dal divano, sempre avvinghiati, e si sono spostati in cucina, proprio al confine del mio campo visivo. Lei si è appoggiata al tavolo, lui le ha tolto la maglietta con un movimento rapido, rivelando il suo corpo tonico, la pelle liscia che conoscevo bene. Le ha baciato il collo, le spalle, e lei ha chiuso gli occhi, buttando la testa indietro. “Dio, quanto mi sei mancato,” ha sussurrato Martina, con una voce che non le avevo mai sentito usare con me.

Quelle parole mi hanno spezzato. Mi sono coperto la bocca per non fare rumore, ma dentro stavo implodendo. Le lacrime mi scendevano lungo le guance, silenziose, mentre li guardavo. Lui le ha slacciato i jeans, glieli ha abbassati insieme agli slip, e lei non ha fatto resistenza. Si è seduta sul bordo del tavolo, le gambe aperte, e lui si è chinato tra le sue cosce. Non vedevo tutto, ma vedevo abbastanza: il movimento della sua testa, le mani di lei che gli stringevano i capelli, i gemiti sommessi che uscivano dalla sua bocca. “Sì, così,” ha detto lei, con un tono basso, quasi un ringhio. “Non fermarti, ti prego.”

Sono rimasto lì, con il cuore che mi martellava nel petto, le mani che tremavano. Non so perché, ma ho sentito un’erezione spingere nei pantaloni, un desiderio che mi disgustava. Ho cercato di ignorarlo, ma era più forte di me. Con una mano ho slacciato la cintura, mi sono toccato, piano, odiandomi per ogni movimento. Le lacrime continuavano a cadere, ma non riuscivo a smettere. Era un misto di dolore e piacere che non avevo mai provato, qualcosa di sbagliato, ma irresistibile.

Dopo un po’, lui si è rialzato, si è tolto la camicia, mostrando un torso muscoloso, pieno di tatuaggi. Martina lo guardava con un’espressione di pura voglia, gli occhi socchiusi, il respiro pesante. “Vieni qui,” gli ha detto, tirandolo verso di sé per la cintura. Gli ha abbassato i pantaloni, e ho visto il suo membro, già duro, davanti a lei. Lei lo ha preso in mano, accarezzandolo piano, poi lo ha guidato verso di sé. “Fallo, dai,” ha sussurrato, con una voce carica di desiderio. “Scopami come facevi una volta.”

Lui non ha detto niente, l’ha penetrata con un movimento deciso, facendola gemere forte. “Cazzo, sei sempre stata perfetta,” ha detto lui, con il fiato corto, iniziando a muoversi. Lei gli ha avvolto le gambe intorno alla vita, aggrappandosi alle sue spalle, i loro corpi che sbattevano contro il tavolo con un ritmo costante. Il rumore della carne contro la carne, i loro gemiti, il respiro affannoso, tutto mi arrivava come un pugno nello stomaco. “Più forte,” ha detto lei, con la voce spezzata. “Dammi tutto, non ti fermare.”

Io ero un disastro. Le lacrime mi offuscavano la vista, ma non potevo smettere di guardare. La mia mano si muoveva da sola, più veloce, seguendo il loro ritmo. Ogni gemito di Martina era un coltello, ma anche un’esca. “Mi sei mancato da morire,” ha detto lei a un certo punto, guardandolo negli occhi, e quelle parole mi hanno distrutto. Lui ha sorriso, un sorriso arrogante, e ha aumentato il ritmo, spingendo con più forza. Il tavolo scricchiolava sotto il loro peso, i bicchieri di vino che avevano lasciato lì tremavano a ogni colpo. Sentivo l’odore del loro sudore, o forse era il mio, non lo so. Tutto era confuso, il mio cervello un groviglio di emozioni che non riuscivo a districare.

Hanno continuato per un tempo che mi è sembrato infinito. Lei ha raggiunto l’orgasmo per prima, con un gemito lungo, profondo, che mi ha fatto stringere i denti. “Cazzo, sì,” ha detto, ansimando, mentre lui continuava a muoversi dentro di lei. Poi è stato il suo turno, con un grugnito basso, il corpo che si irrigidiva mentre veniva. Sono rimasti fermi un attimo, abbracciati, il respiro che tornava lentamente normale. Io, nel frattempo, ero crollato. Mi ero sporcato la mano, il pavimento, e mi sentivo vuoto, sporco, un fallito.

Si sono staccati, lei è scesa dal tavolo, nuda, con il corpo lucido di sudore. Lui si è rivestito rapidamente, dandole un ultimo bacio sulla fronte. “È stato come ai vecchi tempi,” ha detto, con un mezzo sorriso. Martina ha annuito, senza guardarlo troppo. “Sì, ma ora vai, ok? È tardi.”

Lui non ha insistito, ha preso la giacca ed è uscito. Lei è rimasta lì, in cucina, a pulire il tavolo con uno straccio, come se niente fosse. Poi ha preso il telefono, ha scritto qualcosa. Il mio cellulare, nella tasca, ha vibrato. Ho guardato il messaggio con le mani che mi tremavano: “Torno tardi, ti amo.” Ho fissato quelle parole, il cuore che mi si stringeva in una morsa. Non so perché, ma ho risposto subito: “Anch’io.” Le dita mi tremavano così tanto che ho fatto fatica a digitare.

Ho chiuso il telefono, sono rimasto nel buio del ripostiglio, con il sapore delle lacrime in bocca e un peso sul petto che non so se riuscirò mai a togliermi. Non so cosa farò ora, ma in questo momento, non riesco a pensare ad altro che al suo corpo sul tavolo, a quelle parole che non erano per me.

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