Come mi sono fatto sottomettere per chiudere l’affare (parte 2)
La metro è un inferno di rumori e odori, ma io non ci faccio nemmeno caso. Ho la testa da un’altra parte, un groviglio di pensieri che mi stringe lo stomaco. Sono le 19:40, e sto andando verso l’ufficio di quella start-up del cavolo, con il plug metallico che pesa come un macigno nella tasca della giacca. Non l’ho ancora messo, non ce l’ho fatta. Ogni volta che ci penso, mi viene un nodo alla gola, un misto di ansia e… sì, lo ammetto, una specie di eccitazione che non riesco a spegnere. Non so cosa mi aspetti stasera, ma so che non posso tirarmi indietro. Il lavoro, il contratto, il mutuo da pagare: sono tutte scuse che mi racconto per giustificare il fatto che, in fondo, una parte di me vuole vedere fin dove può arrivare questa follia.
Arrivo al palazzo con dieci minuti di anticipo. Le vetrate enormi riflettono le luci della città, e io mi fermo un attimo a guardarmi nel riflesso. Ho 34 anni, una stempiatura che non riesco più a nascondere, occhiali rettangolari che mi danno un’aria da impiegato mediocre. Non sono niente di speciale, e lo so. Eppure, stasera mi sento diverso, come se stessi per fare un passo in un territorio che non conosco. Entro, salgo al quindicesimo piano, e quando le porte dell’ascensore si aprono, il cuore mi martella nel petto. L’ufficio è quasi deserto, solo un impiegato giovane, con l’aria di uno che sta lavorando da troppe ore, mi accoglie con un cenno. “Il signor Gianluca la sta aspettando,” dice, e mi accompagna lungo un corridoio illuminato da luci fredde. Ogni passo che faccio sembra amplificato, e sento il peso del plug piantato nel culo come se fosse un’ancora.
Arriviamo davanti a una porta di vetro opaco con il nome “Gianluca” inciso sopra. L’impiegato bussa, poi si allontana senza dire una parola. La porta si apre, e lì c’è lui. Gianluca. Alto come una torre, con quei jeans strappati che gli cadono perfetti sui fianchi, una maglietta nera aderente che lascia intravedere i contorni del torace, e, sì, quelle dannate infradito che mostrano i piedi grandi e curati. I capelli mossi gli cadono un po’ sulla fronte, e i suoi occhi azzurri mi fissano con quell’espressione che non riesco a decifrare: un misto di sfida e divertimento. “Luigi, puntuale. Bravo,” dice, con quella voce profonda che mi fa venire i brividi. Mi fa cenno di entrare, e io lo seguo, con le gambe che tremano appena. Sento la porta chiudersi dietro di me, e il click della serratura mi fa sobbalzare. Siamo soli.
L’ufficio è minimalista, con una grande scrivania, una poltrona in pelle nera e un tavolino basso di fronte. Le vetrate mostrano la città illuminata, ma io non ho tempo di guardare il panorama. Gianluca si appoggia al bordo della scrivania, incrocia le braccia e mi guarda dall’alto in basso. “Allora, come stai?” mi chiede, con un tono che sembra quasi gentile, ma so che non lo è. “Un po’ agitato,” rispondo, e la mia voce esce più debole di quanto vorrei. Lui sorride, un sorrisetto da stronzo che mi fa venir voglia di scappare e restare allo stesso tempo. “Normale. Ma dimmi una cosa, ti sei preparato come ti ho chiesto?”
Deglutisco. Sento il viso andare a fuoco. “Sì,” dico, ma non aggiungo altro. Lui inarca un sopracciglio, poi si avvicina, lento, con un movimento quasi predatorio. “Bene. Vediamo se è vero. Spogliati.” Il tono è secco, un ordine che non ammette discussioni. Io resto fermo per un secondo, con il cuore che batte così forte che sembra voler esplodere. Poi, con mani tremanti, inizio a sbottonarmi la camicia. Ogni bottone che slaccio mi sembra un punto di non ritorno. Mi tolgo la giacca, la camicia, i pantaloni, finché resto in mutande. Lui mi guarda, impassibile, ma vedo un lampo di qualcosa nei suoi occhi. “Tutto,” dice, e io, con un respiro profondo, me le sfilo. Sono nudo, completamente esposto, e non posso nascondere che sono già eccitato. Il cazzo mi tradisce, e io mi sento un idiota.
Gianluca scoppia a ridere, una risata bassa, beffarda. “Lo sapevo che ti piaceva. Si vedeva da come mi guardavi ieri.” Si avvicina ancora, gira intorno a me come se fossi una preda. Sento il suo sguardo bruciarmi sulla pelle. Poi si ferma alle mie spalle, e senza preavviso mi dà una sculacciata forte sul culo. Sobbalzo, più per la sorpresa che per il dolore. “Piegati,” ordina, e io obbedisco senza nemmeno pensarci. Mi chino in avanti, appoggiandomi con le mani sulla scrivania, e sento le sue mani fredde sulle natiche. “Fammi vedere,” dice, e io chiudo gli occhi, mortificato, mentre lui controlla che il plug sia al suo posto. L’ho messo poco prima di uscire di casa, con fatica e vergogna, e ora sentirlo lì, con lui che lo tocca appena, mi fa tremare. “Bravo, sfigato,” commenta, e il tono derisorio mi colpisce come un altro schiaffo. “Ora alzati e mettiti a quattro zampe.”
Non so perché lo faccio, ma obbedisco. Mi metto a terra, sulle mani e sulle ginocchia, e mi sento ridicolo, vulnerabile. Il pavimento è freddo sotto di me, e il plug mi dà una sensazione strana, un misto di disagio e stimolazione che non riesco a ignorare. Gianluca si sposta davanti a me, e quando alzo lo sguardo vedo che si sta spogliando. Si toglie la maglietta, rivelando un torace definito, con una leggera peluria scura che scende verso il basso. Poi si slaccia i jeans, li lascia cadere, e resta nudo. Il suo cazzo, anche se non completamente duro, è già impressionante, lungo e spesso, e io non riesco a distogliere lo sguardo. Si siede sulla poltrona in pelle, con un’aria da re sul trono, e mi guarda con quel sorrisetto che mi fa sentire piccolo. “Ora giochiamo a un gioco,” dice, accavallando una gamba sull’altra. “Gattona verso di me. E abbaia.”
Sento il sangue gelarsi. Mi sta davvero chiedendo questo? Lo guardo, sperando che stia scherzando, ma il suo sguardo è serio, e so che non ho scelta. Non è solo per il contratto, non più. C’è qualcosa in me che vuole compiacere questo stronzo, che vuole vedere fin dove mi può spingere. Così, con il viso che brucia per l’umiliazione, inizio a gattonare verso di lui, lentamente, sul pavimento duro. “Woof,” dico, con una voce che sembra non appartenermi. Lui ride, una risata che mi ferisce, ma che allo stesso tempo mi eccita in un modo che non capisco. “Più forte,” ordina, e io ripeto, più deciso, mentre mi avvicino. Arrivo ai suoi piedi, e resto lì, a quattro zampe, con il respiro corto.
“Brava la mia cagna,” dice, e le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo. Si china verso di me, mi afferra il mento con una mano e mi costringe a guardarlo negli occhi. “Ora il gioco diventa più interessante. Devi prenderlo in bocca. Tutto, fino alla base. Se non ci riesci, ti becchi uno schiaffo. Chiaro?” Annuisco, con lo stomaco stretto, e lui si appoggia indietro sulla poltrona, allargando le gambe. Il suo cazzo ora è duro, enorme, e io so che non ce la farò mai. Ma ci provo. Mi avvicino, lo prendo in bocca, e subito sento quanto è grosso. Arrivo a malapena a metà, e già ho i conati. Lui non dice niente, ma mi dà uno schiaffo forte sulla guancia. “Di più,” ordina, e io ci riprovo, spingendomi oltre, con le lacrime agli occhi per lo sforzo. Altro schiaffo. La mia guancia brucia, ma il cazzo mi pulsa senza tregua. Sono un casino, umiliato, ma eccitato come non mai.
Continuiamo così per un po’, non so nemmeno quanto tempo. Ogni tentativo fallito è un altro schiaffo, ogni schiaffo un’altra ondata di vergogna mista a desiderio. Alla fine, con la sua mano che mi guida sulla nuca, spingendomi senza troppa gentilezza, riesco a prenderlo tutto. Sento la gola bruciare, gli occhi lacrimare, ma ce l’ho fatta. Lui mi guarda dall’alto, con un sorriso soddisfatto, e mi applaude lentamente. “Bravo, sfigato. Ti meriti una pausa.” Si accende una sigaretta, tira una boccata e appoggia i piedi nudi sul tavolino davanti a lui. “Ora leccali,” ordina, indicandoli con un cenno. Io, ormai senza più freni, senza più dignità, mi avvicino e inizio a leccare. Il sapore è forte, leggermente salato, ma lo faccio con una foga che non riconosco. Lui fuma, mi guarda, e mi ordina di fissarlo negli occhi mentre lo faccio. Lo guardo, e mi sento completamente suo, completamente perso.
Passa almeno mezz’ora, o così mi sembra, con me che continuo a leccare, a perdermi in quell’atto assurdo. Poi, improvvisamente, Gianluca spegne la sigaretta, si alza e mi ordina di spostare il tavolino. “Girati, a quattro zampe, fammi vedere il culo,” dice, e io obbedisco, con il cuore che batte all’impazzata. Sento le sue mani su di me, poi il plug che viene sfilato, lentamente, lasciandomi una sensazione di vuoto. “Ora giochiamo a un altro gioco,” dice, con quella voce che mi fa tremare. “Devi prenderlo tutto. Nel culo. E lo fai da solo.” Mi blocco, con il respiro corto, mentre capisco cosa mi sta chiedendo. Non so se sono pronto, ma so che non posso dire di no. Non ora. Non dopo tutto questo.
