Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Una nuova “speciale” amicizia (parte 2)

Una nuova “speciale” amicizia (parte 2)

09 Aprile 2026·10 min di lettura

Poi, senza preavviso, Giuseppe si alzò dal divano. Con un movimento rapido si abbassò i pantaloncini e i boxer insieme e li scalciò lontano, fin quasi sotto al tavolino. Rimase lì in piedi davanti a me, completamente nudo dalla vita in giù, con la canottiera bianca ancora addosso che gli fasciava il petto.

Il suo cazzo era semiduro e già impressionante. Era davvero il più grosso che avessi mai visto dal vivo: spesso, venoso, con una cappella larga e rosa che spuntava dal prepuzio. Pesante, anche a riposo. Lo prese in mano con naturalezza e cominciò a segarselo lentamente, su e giù, mentre mi guardava dritto negli occhi con un sorriso pigro, quasi divertito.

Io rimasi paralizzato sul divano. La birra e l’erba mi avevano già mandato il cervello in pappa, ma questo fu troppo. Sentii il viso andare completamente a fuoco. Il cuore mi batteva così forte che sembrava volesse uscirmi dal petto. Il mio cazzo, traditore, diventò duro all’istante dentro i pantaloni, pulsando dolorosamente.

Giuseppe continuava a muovere la mano con calma, sventolando un po’ quell’uccello enorme come per farmelo vedere meglio. Sorrideva sicuro al cento per cento, come se sapesse esattamente cosa sarebbe successo dopo. E infatti successe.

Mi alzai senza dire una parola, mi inginocchiai davanti a lui sul tappeto e lo guardai dal basso. Lui non disse niente, continuò solo a sorridere come un ebete, con gli occhi lucidi per il fumo e l’eccitazione. Allungai la mano, glielo presi e mi abbassai con la testa, pronto ad aprirgli la bocca.

«Aspetta» disse lui ridendo piano, fermandomi con una mano sulla fronte. «Prima segami un po’. Fammelo diventare bello duro.»

Mi bloccai. Un’ondata di imbarazzo mi travolse. Fino a pochi minuti prima dicevo che non ero sicuro, che avevo paura di rovinare tutto… e adesso ero lì in ginocchio, pronto a piombargli addosso senza ritegno. Mi sentivo proprio un coglione.

Lui sembrò leggermi nel cervello, perché rise di nuovo, più forte. «Prima non volevi e ora non vedi l’ora di succhiarlo, eh?»

Arrossii ancora di più, ma non risposi. Iniziai a segarlo lentamente, sentendo sotto le dita quanto fosse spesso e pesante. Lui mi guardava dall’alto, sempre con quel sorriso ebete e soddisfatto. «Guardami negli occhi» mi ordinò piano.

Obbedii. Continuai a segarlo così per parecchi minuti, tenendogli lo sguardo fisso mentre lui boccheggiava piano, godendosi la mia mano. Ogni tanto gli sfuggiva un mugolio basso. «Cazzo… sei bravissimo» mormorò a un certo punto, la voce più roca.

Poi, con tono deciso ma sempre gentile, disse: «Spogliati.»

Non era una domanda. Era un ordine. E io lo eseguii all’istante. Mi tolsi la maglietta, i pantaloni e i boxer in fretta, rimanendo completamente nudo e inginocchiandomi di nuovo di fronte a lui. Il mio cazzo duro puntava verso l’alto, tradendo quanto fossi eccitato.

Giuseppe mi guardò per un lungo secondo, sempre con quel sorriso pigro sulle labbra.

Poi Giuseppe mi guardò dall’alto, sempre con quel sorriso pigro ma ormai più intenso, e disse con voce bassa e decisa:

«Succhiarlo.»

Non aggiunse altro. Io non esitai. Aprii la bocca e lo presi. Iniziai piano, leccando il prepuzio con la lingua, passando lentamente sulla cappella larga e sensibile. Poi avvolsi le labbra intorno alla punta e strinsi, scendendo centimetro dopo centimetro. Era davvero enorme: sentivo la bocca che si tendeva al massimo, la mascella che già iniziava a farmi male dopo pochi secondi. Non riuscivo a prenderlo tutto, forse nemmeno la metà, ma ci provavo con impegno, spingendo più a fondo possibile senza soffocare.

Lui mise le mani sui fianchi, in una posa rilassata e dominante allo stesso tempo, e gemette di piacere. Un suono basso, gutturale, che mi fece vibrare dentro.

«Così… fammi vedere come sei bravo» mormorò, la voce già un po’ spezzata.

Non capivo più niente. Il cervello era completamente annebbiato dalla birra, dall’erba e dal desiderio. Il mio unico obiettivo era farlo godere. Mi imbarazzava ammetterlo anche solo a me stesso, ma volevo dimostrargli che una bocca come la mia non l’avrebbe trovata da nessuna parte. Ci mettevo tutto me stesso: succhiavo con ritmo, leccavo lungo tutta l’asta quando risalivo, giocavo con la lingua sulla cappella, stringevo le labbra più forte possibile. Ogni suo gemito mi spingeva a fare meglio.

Dopo un po’ non resistevo più. Il mio cazzo pulsava dolorosamente, duro come non mai. Senza pensarci iniziai a segarmi con la mano destra, cercando un po’ di sollievo.

«Fermo» disse lui subito, il tono più fermo. «Non toccarti. Mani sulle ginocchia.»

Obbedii all’istante, togliendo la mano e appoggiandola sulla mia coscia. Continuai a succhiarlo, concentrato solo su di lui.

Ma dopo qualche minuto il bisogno tornò prepotente. La bocca piena del suo cazzo, il suo odore, i suoi gemiti… non ce la facevo. Ricominciai a segarmi, piano, sperando che non se ne accorgesse.

Lui invece se ne accorse. Con un movimento un po’ brutale mi afferrò il polso e mi bloccò la mano.

«Ho detto no» ripeté, la voce più dura ma ancora controllata. «Succhia e tieni le mani sulle ginocchia. Fai come dico.»

Quel tono improvvisamente dominante, quel modo di comandarmi senza alzare troppo la voce, mi eccitò da morire. Sentii una scarica di calore attraversarmi tutto il corpo. Il mio cazzo sobbalzò, lasciando cadere una goccia di liquido preseminale sul tappeto. Non capivo perché, ma obbedirgli in quel modo mi stava mandando fuori di testa.

Giuseppe tornò con le mani sui fianchi, in piedi di fronte a me, mentre io rimanevo in ginocchio, completamente nudo, a succhiargli quel cazzo enorme con impegno, le mani docilmente appoggiate sulle ginocchia, obbediente.

A un certo punto Giuseppe si lasciò cadere all’indietro sul divano, sempre con le gambe aperte. Io mi spostai subito in ginocchio tra le sue cosce e ricominciai a succhiarlo senza bisogno che me lo dicesse. Presi di nuovo quel cazzo enorme in bocca, cercando di prenderne più che potevo, con ritmo costante, le labbra strette, la lingua che lavorava sotto.

Lui sospirò di piacere, poi allungò una mano verso il tavolino e prese il telefono. Lo sbloccò con il pollice e iniziò a usarlo, tenendo lo schermo un po’ inclinato.

Da quella posizione, in ginocchio davanti a lui, mi sembrò chiaramente che stesse puntando la fotocamera verso di me. Il cuore mi saltò in gola.

«Giuseppe… no» mormorai, staccandomi un secondo dal suo cazzo, la voce preoccupata. «Non farmi foto, per favore.»

Lui non mi guardò nemmeno. Continuò a fissare lo schermo e disse solo, con tono calmo ma deciso:

«Fai silenzio e continua. Non ti sto facendo nessuna foto. Stai tranquillo.»

Esitai un attimo, con la bocca ancora vicina alla cappella lucida di saliva. Dentro di me si accese una paura improvvisa. Che cazzo stava succedendo? Perché mi ero lasciato andare così con lui? Perché mi stavo facendo comandare in quel modo, nudo, in ginocchio, obbediente come un cagnolino? La razionalità mi urlava di fermarmi, di alzarmi e andarmene, ma l’eccitazione era troppo forte. Il cazzo mi pulsava violentemente tra le gambe, tradendomi di nuovo.

Abbassai la testa e ripresi a succhiarlo, più impegnato di prima, come per dimostrargli quanto fossi bravo. Le mani rimasero docilmente sulle ginocchia, senza toccarmi, esattamente come mi aveva ordinato. Succhiavo con dedizione, facendo rumori umidi, cercando di prenderlo più a fondo possibile anche se mi veniva da vomitare quando arrivavo troppo giù.

Dopo un po’ dal suo telefono iniziarono a uscire dei suoni inconfondibili: gemiti di donna, respiri affannati, il rumore bagnato di una scopata. Era palese che si stava guardando un porno.

La cosa mi rassicurò un po’ – almeno non mi stava riprendendo – ma allo stesso tempo mi fece sentire umiliato. Era come se non fosse più davvero presente con me. Io ero lì, nudo, in ginocchio, a dargli il massimo con la bocca, e lui guardava un video, come se io fossi solo un giocattolo caldo da usare mentre si godeva qualcos’altro.

Quel pensiero mi bruciò dentro, un misto di vergogna e di eccitazione strana, contorta. Eppure non mi fermai. Continuai a succhiarlo con impegno, le mani ferme sulle ginocchia, obbediente, mentre i gemiti dal telefono riempivano la stanza.

Dopo un po’ Giuseppe girò il telefono verso di me, tenendo lo schermo inclinato. Sul display c’era una bionda con tette enormi che si faceva scopare la bocca da un grosso cazzo nero, profondo, senza pietà. La ragazza aveva gli occhi lucidi e la bava che le colava ovunque.

Lui rise piano, la voce già roca di eccitazione. «Ti piacerebbe farlo un po’ così?»

Io annuii senza nemmeno pensarci, ancora in ginocchio, con le labbra gonfie e lucide del suo cazzo.

Giuseppe mi sorrise, soddisfatto. Allungò una mano e mi accarezzò la testa, quasi con tenerezza, poi buttò il telefono sul divano. Si alzò di nuovo in piedi, mi prese la testa con entrambe le mani e spinse.

Iniziò a scoparmi la bocca con brutalità. Non c’era più delicatezza: spingeva avanti e indietro, sempre più a fondo, sbattendomi il cazzo grosso fino in gola. «Bravo… succhia… prendilo tutto… bravissimo… resisti…»

Lo sforzo mi faceva lacrimare gli occhi. Dalla bocca mi usciva bava in abbondanza, mista a muco che mi colava anche dal naso. Tossivo, avevo i conati, ma lui non si fermava. Mi usava senza ritegno, tenendomi ferma la testa, usando la mia bocca come un buco da scopare.

Provai di nuovo a segarmi, la mano che scivolava sul mio cazzo bagnato, ma lui se ne accorse subito. «No» disse secco. Con il piede mi premette il cazzo contro la pancia, schiacciandolo forte. «Tieni le mani dietro la schiena.»

Obbedii per l’ennesima volta, come un coglione. Incrociai le mani dietro la schiena e rimasi lì, in ginocchio, mentre lui mi scopava la bocca con forza. L’eccitazione mi travolgeva completamente: più mi umiliava, più mi sentivo eccitato.

Il suo respiro diventava sempre più affannoso, i gemiti più bassi e frequenti. Alla fine spinse fino in fondo, tenendomi la testa bloccata contro il suo pube.

«Ingoia tutto» ringhiò.

Mi esplose in gola. Sentii gli schizzi caldi e densi riempirmi la bocca e la gola. Ingoiai quello che potevo, ma era troppo: tossii, e un po’ di sperma mi colò dalle labbra, finendomi sul petto e sulle cosce in lunghe strisce bianche.

Giuseppe rimase dentro ancora qualche secondo, respirando pesante, poi lentamente tirò fuori il cazzo ancora mezzo duro, lucido di saliva e sperma.

Poi Giuseppe fece un passo indietro, ancora con il respiro un po’ pesante, e mi guardò dall’alto con un sorriso soddisfatto.

«Ora segati» disse, la voce bassa e calma. «Ma nel mentre puliscimi il cazzo.»

Non me lo feci ripetere. Ripresi il suo cazzo ancora mezzo duro in bocca e cominciai a leccarlo con cura, ripulendolo dalla mia bava densa e dai residui di sborra. La lingua passava ovunque: sulla cappella, lungo l’asta, sui testicoli. Nel frattempo la mia mano destra scese sul mio cazzo, duro e bagnato, e iniziai a segarmi con movimenti rapidi e disperati.

Non ci misi quasi niente. Dopo tutto quello che era successo, dopo essere stato usato in quel modo, venni quasi subito. Un orgasmo violento mi attraversò il corpo: schizzai sulla mia pancia e sulle cosce, lunghi getti caldi che si mescolarono alla saliva e allo sperma che già mi colava addosso. Gemetti intorno al suo cazzo, continuando a leccarlo mentre venivo.

Giuseppe mi lasciò finire, poi mi prese dolcemente il viso con una mano, sollevandomi il mento per guardarmi negli occhi. Aveva un’espressione quasi affettuosa.

«Sei un grande» disse piano, con un sorriso sincero. «Davvero.»

Si chinò un attimo a prendere un asciugamano pulito dal divano (doveva averlo preparato prima) e me lo porse. Poi indicò il corridoio con la testa.

«Il bagno è la seconda porta a destra. Fatti una doccia tranquilla.»

Mi alzai sulle gambe un po’ tremanti, nudo e sporco del mio stesso sperma e della sua sborra, e andai verso il bagno. Giuseppe mi seguì per un secondo solo per assicurarsi che trovassi tutto, poi mi lasciò solo.

Sotto la doccia l’acqua calda mi scivolò addosso, lavando via tutto quel casino dal petto, dalle cosce, dal viso. Mentre mi insaponavo pensavo a quello che era appena successo. A come mi ero inginocchiato senza quasi pensarci. A come avevo obbedito a ogni suo ordine. A quanto mi era piaciuto essere usato in quel modo, anche quando era diventato umiliante e brutale. Mi sentivo ancora le ginocchia un po’ doloranti, la mascella indolenzita, la gola irritata… eppure, dentro, provavo una strana soddisfazione profonda. Avevo goduto da morire.

Non sapevo ancora cosa sarebbe successo dopo, se questa cosa avrebbe rovinato tutto o se invece era solo l’inizio di qualcosa di nuovo tra noi. Ma per il momento, mentre l’acqua mi scorreva sulla pelle, non riuscivo a smettere di ripensare al suo sorriso, alla sua voce che mi comandava, e a quanto mi ero sentito vivo.

Lascia un commento