Racconti Piccanti
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Come sono diventata la troia dei miei cugini

Come sono diventata la troia dei miei cugini

16 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono arrivata a casa degli zii il 2 luglio con una valigia troppo piena e zero voglia di fingere entusiasmo. Ventidue anni e mi sembrava di tornare indietro nel tempo, tipo quando a quindici anni passavo l’estate qui e contavo i giorni per tornare in città. Invece stavolta non c’era niente da aspettare: niente lavoro, niente coinquiline stronze, niente affitto da pagare. Solo caldo, zanzare e due cugini che non vedevo da un paio d’anni.

Mio zio e mia zia erano già partiti quella mattina per il solito giro di consegne in campagna. “Torniamo verso le otto, otto e mezza” aveva detto zia Carla al telefono, con quel tono che significa “fate i bravi ma tanto lo so che non lo farete”. La casa è rimasta subito silenziosa, solo il frigo che ronzava e il ventilatore da soffitto che ogni tanto faceva un clic strano.

Antonio mi ha aperto la porta con la solita faccia da bravo ragazzo che sta studiando Ingegneria e si vergogna pure di esistere. Maglietta grigia un po’ stropicciata, capelli corti, occhiali sottili. Mi ha abbracciato rigido, tipo “non vorrei disturbarti ma devo pur farlo”.

«Ciao Debora… bentornata.»

«Grazie. Sembro reduce da un trasloco, vero?» ho detto ridendo, indicando la valigia.

«Tranquilla, la camera tua è sempre quella. Ho messo le lenzuola pulite stamattina.»

Dolce. Sempre dolce, Antonio. Troppo, forse.

Poi è spuntato Andrea.

Scalzo, bermuda larghi che gli cadevano sui fianchi, canottiera nera aderente, capelli bagnati e spettinati come se fosse appena uscito dalla doccia. In mano una canna accesa, tenuta tra pollice e indice con noncuranza. Ha tirato una boccata lunga, ha trattenuto il fumo e poi me l’ha soffiato lentamente in faccia mentre sorrideva.

«Guarda chi è tornata… la cuginetta figa.»

Ha scandito proprio così, sillaba per sillaba, con gli occhi che mi scorrevano addosso senza nemmeno provare a nasconderlo.

«Andrea, smettila» ha detto subito Antonio, tono basso ma fermo.

«Che c’è? Mica l’ho toccata. Ancora.»

Ha riso da solo, ha fatto un altro tiro e poi è sparito in cucina lasciando la scia dolce e pesante dell’erba.

Antonio mi ha guardato mortificato.

«Scusa. È… è sempre così ultimamente. Fuma dall’una alle tre del pomeriggio, poi ricomincia verso le sei. Non lo so più gestire.»

«Tranquillo» ho risposto, ma dentro sentivo già quella fitta strana allo stomaco. Non era solo fastidio. Era qualcos’altro.

Ho portato la valigia di sopra da sola. La camera era identica a come la ricordavo: letto singolo con la testiera di legno chiaro, armadio a due ante, finestra che dà sul giardino dietro. Ho aperto la finestra e ho visto subito il tubo dell’acqua arrotolato vicino al muro e la doccia esterna che usavano d’estate. Quell’angolo era sempre stato il loro territorio, dei ragazzi. Io da piccola non potevo nemmeno avvicinarmi quando si lavavano.

Mi sono sdraiata sul letto con i vestiti ancora addosso. Sentivo caldo ovunque, non solo per la temperatura. Ho chiuso gli occhi e ho pensato ad Andrea che poco prima mi aveva guardato come se fossi già nuda. Sfacciato. Sporco. Senza un briciolo di vergogna.

E la cosa peggiore? Mi era piaciuto.

Più tardi, verso le sette, li ho sentiti parlare in giardino. Antonio stava apparecchiando la tavola sotto il pergolato, Andrea invece era sdraiato sul dondolo con le cuffie nelle orecchie e la canna tra le labbra. Ogni tanto rideva da solo.

Sono rimasta alla finestra della cucina a guardarli senza farmi vedere. Andrea si è alzato, ha spento la canna contro il bordo del tavolo e poi si è tolto la canottiera. Schiena larga, muscoli non esagerati ma definiti, la pelle già abbronzata anche se era solo inizio luglio. Ha buttato la maglietta sul dondolo ed è andato verso la doccia esterna.

Non ha chiuso il cancelletto di legno. Ha solo aperto l’acqua e ci è andato sotto.

L’ho guardato.

L’acqua gli scorreva sul petto, sugli addominali, giù fino all’elastico dei bermuda che si era abbassato di qualche centimetro. Si passava le mani tra i capelli, si strofinava il collo, si insaponava il petto con movimenti lenti, quasi teatrali. Come se sapesse.

E forse lo sapeva.

Ho sentito il respiro che mi si accorciava. Ho stretto le cosce senza rendermene conto.

Antonio ha alzato la testa dal tavolo.

«Andrea, metti qualcosa addosso, c’è Debora in casa.»

Andrea ha riso forte, senza nemmeno girarsi.

«Se vuole guardare, che guardi. Tanto è estate, no?»

Poi si è girato di tre quarti, abbastanza da farmi vedere il profilo del pacco gonfio sotto il tessuto bagnato.

Mi sono staccata dalla finestra di scatto, faccia in fiamme.

Sono salita in camera, ho chiuso la porta a chiave e mi sono buttata sul letto.

Non mi sono toccata. Non ancora.

Ma ci ho pensato per almeno un’ora, con il rumore dell’acqua che ancora mi ronzava nelle orecchie e l’immagine di lui sotto la doccia che non voleva andarsene.

Domani sarebbe stato peggio.

O meglio.

Non lo so ancora.

I giorni dopo sono diventati una specie di gioco al massacro, ma solo dentro la mia testa. Andrea non ha più spento la sigaretta davanti a me, ha solo alzato il livello. Non mi toccava mai – non direttamente – però parlava come se fossimo già a letto insieme da mesi.

La mattina del quarto giorno ero in cucina a versarmi il caffè. Lui è entrato in boxer, quelli grigi larghi che gli scivolano bassi sui fianchi. Si è appoggiato al bancone proprio accanto a me, gomito a gomito, e ha chiesto con la voce ancora impastata di sonno:

«Hai mai fatto sesso all’aperto, cuginetta?»

Ho quasi rovesciato la tazza.

«Che cazzo di domanda è?» ho risposto, cercando di ridere per non far vedere quanto mi tremava la mano.

«Normale. È estate. Fa caldo. La gente si spoglia. Tu ti spoglieresti per qualcuno qui fuori?»

Mi ha guardato dritto negli occhi, senza sbattere le palpebre. Sorriso storto, pupille un po’ dilatate. L’odore dell’erba gli usciva dai pori insieme a quello del suo sudore notturno.

Antonio è entrato in quel momento, ha visto la scena e ha sbuffato.

«Andrea, cazzo, mettiti una maglietta. E lasciala in pace.»

Andrea ha alzato le spalle, ha preso una mela dal cestino e ha dato un morso rumoroso.

«Sto solo chiacchierando, fratellino. Rilassati. Mica le sto infilando le mani sotto la maglietta… per ora.»

Antonio è diventato rosso. Io invece sentivo il calore che saliva dal collo fino alle orecchie. Non era solo imbarazzo. Era qualcos’altro che mi stringeva la pancia.

Quel pomeriggio l’ho beccato di nuovo sotto la doccia esterna. Stavolta ha lasciato il cancelletto spalancato. Si lavava i capelli con gli occhi chiusi, l’acqua che gli colava sul viso, sul petto, lungo la linea scura dei peli che sparivano dentro i boxer fradici. Ho guardato troppo a lungo. Quando si è girato e mi ha visto alla finestra, non ha fatto una piega. Ha solo sorriso, ha preso il sapone e ha iniziato a insaponarsi proprio lì, lentamente, la mano che scendeva sullo stomaco, poi più in basso, sfiorando l’elastico senza mai entrare davvero.

Ho chiuso la tenda con uno strattone. Cuore a mille. Mutandine bagnate.

La sera dopo cena si è sdraiato sul divano con i piedi nudi appoggiati sul bracciolo, proprio vicino alla mia testa. Li ha mossi un po’, come per caso. L’odore era forte: sudore, terra, un vago sentore di erba schiacciata. Avrei dovuto schifarmi. Invece ho inspirato piano, fingendo di sbadigliare. Era rivoltante e allo stesso tempo mi faceva girare la testa. Come se quell’odore fosse una parte di lui che non potevo ignorare.

«Puzzi» gli ho detto, per mettermi al riparo.

Lui ha riso piano.

«Lo so. Ti dà fastidio?»

«No… cioè sì. Un po’.»

«Bugiarda.» Ha mosso di nuovo le dita dei piedi, sfiorandomi quasi la guancia. «Se ti desse fastidio te ne saresti già andata.»

Antonio dalla cucina ha urlato: «Andrea, piantala di fare il cretino. Comportati da persona normale almeno una volta nella vita.»

Andrea ha alzato gli occhi al cielo.

«Sempre il solito rompicoglioni. Rilassati, che Debora non si lamenta mica.»

Mi sono alzata di scatto e sono andata di sopra. Non perché fossi arrabbiata. Perché se restavo lì un altro secondo avrei fatto qualcosa di stupido. Tipo prendergli il piede e… non lo so nemmeno io.

Ogni volta che usciva con una ragazza tornava tardi, rideva forte al telefono mentre si preparava, si metteva il profumo – quello da due soldi che però su di lui funzionava – e spariva. Io restavo a casa con Antonio che guardava documentari su Netflix e fingeva di non accorgersi del mio silenzio. Ogni volta che sentivo la porta chiudersi mi saliva una rabbia acida in gola. Gelosia pura. Non lo volevo per me – o almeno così mi dicevo – però non sopportavo l’idea che qualcun’altra lo stesse toccando, che lui stesse ridendo con un’altra, che un’altra gli stesse sentendo l’odore della pelle sudata.

Una notte l’ho spiato dalla finestra della mia camera. Era tornato verso le due, ha parcheggiato male il motorino, è entrato in giardino barcollando un po’. Si è tolto la maglietta buttandola per terra, si è seduto sul bordo della fontanella e ha acceso una canna. Ha fumato guardando il cielo, poi si è alzato, ha pisciato contro il muro senza nemmeno nascondersi. L’ho guardato tutto il tempo, il getto che disegnava un arco nel buio, il suo profilo illuminato dalla luce del lampione. Mi sono morsa il labbro così forte che ho sentito il sapore del sangue.

Il giorno dopo mi ha trovata in cucina da sola. Si è avvicinato da dietro, non abbastanza da toccarmi ma abbastanza da farmi sentire il suo calore.

«Stanotte mi guardavi» ha detto piano, all’orecchio.

Ho fatto finta di niente.

«Non dire stronzate.»

«Ti ho vista. Alla finestra. Non ti sei mossa per un pezzo.»

Mi sono girata di scatto. Eravamo vicinissimi.

«Forse stavo solo controllando che non combinassi casini.»

Ha sorriso, quel sorriso che mi fa venire voglia di schiaffeggiarlo e di baciarlo nello stesso momento.

«Bugiarda» ha sussurrato. «Ti piace guardarmi. Ammettilo.»

Non ho risposto. Sono uscita dalla cucina con il cuore che mi martellava nelle orecchie.

Ma dentro di me lo sapevo già: era vero. Mi piaceva guardarlo. Mi piaceva il suo odore schifoso. Mi piaceva quando mi provocava. Mi piaceva persino quando fingeva di essere dolce – tipo quella volta che mi ha portato un bicchiere d’acqua fredda mentre ero sdraiata al sole, me l’ha posato accanto senza dire niente, solo un «bevi, che ti sciogli» con la voce bassa, quasi tenera. Ho pensato: finge. Lo fa apposta per confondermi. Eppure ci casco lo stesso.

Ogni giorno che passa mi ossessiono di più. Non riesco a smettere di cercarlo con gli occhi. Non riesco a smettere di aspettare il momento in cui si spoglia per la doccia. Non riesco a smettere di immaginare cosa succederebbe se una volta non mi limitassi a guardare.

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