Sottomesso al fidanzato della sorella (parte 8)
La serata procedeva lenta sul divano, con Luciano ancora a quattro zampe che leccava i piedi di Diego con una devozione disperata. Luigi aveva finito la birra e stava rollando un’altra canna quando il telefono gli vibrò in tasca. Rispose con un “pronto?” distratto, poi il viso gli si illuminò.
«Cazzo sì, ci sto. Dove? Villa di Marco? Ok, arriviamo tra mezz’ora. Porta pure le birre, eh.»
Riattaccò e guardò Diego con un ghigno.
«Festa grossa da Marco. Gente, musica, piscina. Roba buona. Andiamo?»
Diego annuì subito, diede un ultimo calcio leggero alla guancia di Luciano con la pianta del piede.
«Alzati, troietta. Si va a divertirci.»
Luciano si tirò su in ginocchio, le labbra gonfie, il rossetto sbavato ovunque. Tremava. Diego si alzò, andò in camera da letto e tornò con un plug nero medio-grosso, di quelli con la base larga a fiorellino rosa. Lo mostrò a Luciano come un trofeo.
«Prima di uscire ti preparo per bene.»
Luciano scosse la testa, gli occhi spalancati.
«No… Diego, per favore… non lì…»
Diego lo afferrò per i capelli, lo tirò in piedi e lo girò di forza contro il muro del salotto. Gli abbassò la gonna fino alle ginocchia, sputò sulla mano e sul plug, poi lo spinse dentro con un movimento deciso. Luciano gemette forte, le gambe che cedevano. Il plug entrò fino in fondo, dilatandolo, riempiendolo. Diego diede una pacca secca sul culo.
«Bravo. Ora tienilo dentro. Se cade ti punisco peggio.»
Luciano si sistemò la gonna con le mani tremanti. Luigi rideva già, appoggiato allo stipite della porta.
Uscirono così: Luciano in gonna corta, trucco sfatto, calze autoreggenti, il plug che premeva a ogni passo. In macchina Diego guidava, Luigi davanti, Luciano dietro da solo. Lo ignorarono completamente. Parlarono di calcio, di chi scopava chi, di quanto fosse figa la festa. Luciano sedeva rigido, le mani in grembo, il plug che lo faceva sobbalzare a ogni buca. Ogni tanto sentiva un rivolo di pre-sborra colargli sulle cosce. Era umiliante. Era eccitante da morire.
Arrivarono alla villa dopo venti minuti. Musica alta, luci colorate, gente ubriaca ovunque: in piscina, sul prato, dentro casa. Odore di erba, birra versata, sudore. Luciano scese dalla macchina con le gambe molli. Diego e Luigi si incamminarono subito verso il gruppo centrale, lasciandolo lì. Lui provò a seguirli, ma la folla lo inghiottì. Perse di vista i due in pochi secondi.
Vagò per un po’, cercando un angolo tranquillo. Trovò un divanetto in giardino, seminascosto da cespugli. Si sedette piano, il plug che premeva più forte. Chiuse gli occhi, respirò. Voleva solo sparire.
Poi li sentì ridere.
Alzò lo sguardo: Diego, Luigi e un terzo ragazzo – alto, moro, con una camicia aperta sul petto, chiaramente il padrone di casa – stavano venendo verso di lui. Ridevano forte, birre in mano.
«Ecco la nostra principessina» disse Diego, indicando Luciano con il mento.
Il padrone di casa – Marco, a quanto pareva – lo squadrò.
«Cazzo, è vero? È lui?»
Diego annuì, orgoglioso.
«Mostragli cosa hai nel culo, piccola. Dai, gira e alza la gonna.»
Luciano si alzò di scatto, le guance in fiamme.
«No… Diego… non qui… ti prego…»
Diego si incazzò all’istante. Gli afferrò un braccio, lo strattonò verso di sé.
«Hai detto no? A me?»
Con un gesto rapido gli strappò via la gonna – la zip laterale cedette con un rumore secco. Luciano rimase in canottierina, calze e niente sotto, il cazzo mezzo duro che spuntava, il plug rosa che faceva capolino tra le natiche. Marco e Luigi scoppiarono a ridere forte.
«Giralo» ordinò Diego.
Lo girarono di forza, lo piegarono in avanti. Luigi gli allargò le natiche con le mani, tirò fuori il plug lentamente, facendolo uscire con un rumore umido e osceno. Il buco rimase aperto per un secondo, lucido di saliva e lubrificante. Marco fischiò.
«Porca troia… l’hai proprio aperto bene.»
Diego rise.
«Andiamo dentro. Ho voglia di sfogarmi.»
Lo trascinarono in una stanza al piano di sopra – una camera degli ospiti con un letto grande e poca luce. Chiusero la porta. Luciano provò a dire qualcosa, ma Diego gli tappò la bocca con una mano.
«Zitto.»
Lo misero a pecora sul letto. Diego entrò per primo, senza preliminari, spingendo fino in fondo con un colpo secco. Luciano urlò nel palmo della mano. Poi toccò a Luigi: più veloce, più rude, insultandolo sottovoce. «Troia da festa… guarda come si apre…» Marco fu l’ultimo: lo scopò con calma sadica, girandogli la testa per fargli vedere quanto ridevano.
Quando finirono, lo misero in ginocchio sul pavimento. Diego gli prese il viso tra le mani, gli scopò la bocca fino a venire di nuovo. Luigi e Marco seguirono: sborrarono in faccia, schizzi caldi che gli colarono sul trucco, sul mento, sul petto. Luciano rimase lì, ansimante, la faccia coperta di sperma denso e appiccicoso.
Diego si sedette sul letto, allungò i piedi nudi.
«Massaggiali. Tutti e tre. Con quella faccia da puttana sporca.»
Luciano obbedì. Si inginocchiò, prese i piedi di Diego tra le mani tremanti, massaggiò piano mentre lo sperma gli colava sugli zigomi. Poi quelli di Luigi. Poi quelli di Marco. I tre ridevano, bevevano birra, commentavano ogni gemito, ogni lacrima.
«Guarda come trema… è proprio cotta.»
Luciano massaggiava in silenzio, la faccia sporca, il culo dolorante, il cazzo ancora duro nonostante tutto.
Dentro di sé sapeva che non c’era più ritorno.
Luciano era ancora in ginocchio sul pavimento della stanza degli ospiti, le mani che tremavano mentre massaggiava i piedi di Marco, lo sperma che gli colava piano dal viso, dal mento, sul petto, sulle cosce. Ogni lacrima si mescolava al bianco denso, rendendo il trucco un disastro irriconoscibile. Ridevano ancora, i tre, con quel riso ubriaco e compiaciuto che gli rimbombava nelle orecchie come un martello.
Non ce la faceva più.
«Diego…» mormorò, la voce rotta, quasi un singhiozzo. «Portami via… ti prego… portami via da qui…»
Non alzò gli occhi. Non osava. Continuò a massaggiare, ma le dita gli tremavano troppo. Una lacrima cadde sul piede di Marco, che rise più forte.
Diego smise di ridere per primo.
Si chinò, gli prese il mento tra le dita, lo costrinse a guardarlo. Luciano aveva gli occhi rossi, gonfi, il rossetto sparso come sangue. Diego lo fissò per un lungo secondo. Qualcosa cambiò nella sua espressione: la crudeltà si incrinò, lasciò spazio a una tenerezza confusa, quasi dispiaciuta.
«Ok» disse piano. «Ok, piccola. Andiamo.»
Si alzò, prese un asciugamano dal bagno attiguo – uno di quelli grandi da ospite – e lo avvolse intorno alle spalle nude di Luciano. Lo coprì come meglio poteva: la gonna strappata era rimasta sul pavimento, la canottierina era bagnata e appiccicosa. L’asciugamano era l’unico scudo.
«Andiamo» ripeté Diego, più deciso.
Luigi alzò un sopracciglio, ma non disse niente. Marco fece un gesto con la mano, come a dire “fate come volete”.
Diego lo prese per mano – non per il polso, per mano – e lo guidò fuori dalla stanza, attraverso il casino della festa. Qualcuno fischiò, qualcun altro rise, ma Diego non si fermò. Lo tenne stretto, lo fece salire in macchina sul sedile del passeggero. Luigi si sedette dietro, silenzioso per la prima volta.
Il viaggio di ritorno fu muto. Luciano si rannicchiò sotto l’asciugamano, le ginocchia al petto, il viso nascosto. Diego guidava piano, ogni tanto allungava una mano e gli accarezzava la gamba coperta, un gesto leggero, quasi timido.
Arrivati a casa di Diego, Luigi borbottò un «notte» e sparì nella stanza degli ospiti senza aggiungere altro. La porta si chiuse con un clic.
Diego portò Luciano in bagno. Aprì l’acqua calda della doccia, lo aiutò a togliersi l’asciugamano sporco, la canottierina appiccicosa. Lo lavò lui stesso: shampoo delicato sui capelli, sapone neutro sul viso, sulle spalle, sul petto. Gli tolse via tutto – sperma, trucco, lacrime – con movimenti lenti, attenti. Luciano piangeva piano sotto l’acqua, ma non si oppose.
Quando furono a letto, nudi tutti e due, Diego lo tirò a sé. Lo fece sdraiare di fianco, il petto contro la sua schiena, un braccio intorno alla vita.
«Se lo vuoi davvero, devi lasciarti andare» gli sussurrò all’orecchio, la voce bassa, calda. «Accettare il piacere. Tutto quanto. Non solo la parte cattiva. Anche questa. Anche quando ti tratto bene. Devi fidarti di me, piccola. Devi fidarti che so cosa ti serve.»
Luciano annuì piano, le lacrime che gli bagnavano il cuscino.
Diego lo girò piano verso di sé. Lo baciò sulla fronte, sulle palpebre, sulle guance ancora arrossate. Poi sulle labbra, un bacio lento, profondo, senza fretta. Le mani scesero lungo la schiena, accarezzandolo con i polpastrelli, sfiorandogli il culo ancora sensibile.
Entrò dentro di lui piano, con molta saliva e pazienza. Luciano gemette piano, ma stavolta non era dolore. Era sollievo. Diego si muoveva lento, profondo, ogni affondo accompagnato da un bacio sul collo, sulla clavicola.
«Sei bellissimo» gli sussurrava tra un respiro e l’altro. «Sei mio… solo mio…»
Luciano si aggrappò alle sue spalle, le gambe intorno ai fianchi di Diego. Sentiva ogni centimetro, ogni pulsazione. Non c’era fretta, non c’era crudeltà. Solo loro due, nel buio della stanza, il ritmo che cresceva piano, naturale.
Quando venne Luciano, fu silenzioso: un tremore lungo, il corpo che si inarcava, il respiro spezzato contro il collo di Diego. Diego lo seguì subito dopo, venendo dentro di lui con un gemito soffocato, stringendolo forte.
Rimase dentro ancora un po’, accarezzandogli i capelli.
Poi, vicinissimo all’orecchio, quasi un respiro:
«Ti amo.»
Tre parole dette piano, come se gli costassero tutto.
Luciano chiuse gli occhi. Non rispose. Non sapeva se crederci. Ma in quel momento, con Diego ancora dentro di lui, con le sue braccia che lo tenevano stretto, volle crederci. Solo per quella notte.
