Inculare una femminuccia negli spogliatoi della palestra
Andrea aveva 32 anni, un metro e novanta di muscoli scolpiti e una fidanzata da cinque anni che lo aspettava a casa con la cena pronta. Faceva il personal trainer in una palestra di quartiere, un posto di cemento e specchi dove l’odore di sudore si mescolava a quello di disinfettante. Era uno tosto, di quelli che ti fanno fare un’altra serie anche se stai per vomitare, ma c’era una cosa che lo fregava: i ragazzi effeminati. Quelli che venivano in palestra con leggings attillati, che si muovevano come se stessero su un palco invece che su un tapis roulant. Non capiva perché, ma il suo sguardo ci cascava sempre. Li fissava, si incazzava con sé stesso, e poi distoglieva gli occhi. Era un loop del cavolo, e lui lo sapeva.
Una sera, dopo un turno infinito, Andrea era rimasto a chiudere. Le nove passate, la palestra deserta, solo il ronzio delle luci al neon e il clangore delle chiavi nella sua mano. Stava per spegnere tutto quando ha sentito un rumore dallo spogliatoio maschile. Un fruscio, poi un fischiettio leggero, quasi provocante. Ha stretto i denti, già incavolato. “Chi cazzo è ancora qui?” ha borbottato, spingendo la porta.
Seduto su una panca, con un asciugamano sulle spalle, c’era Samuele. Ventun anni, magro, con un crop top nero che gli lasciava scoperta la pancia piatta e dei leggings rosa shocking che sembravano dipinti sulle cosce. Sulle palpebre aveva un trucco glitterato che luccicava sotto la luce fioca, e le unghie erano smaltate di nero lucido. Stava lì, con un sorrisetto, come se non avesse un problema al mondo. “Ops, mi sono attardato sotto la doccia,” ha detto, con una voce morbida, quasi cantilenante. Andrea ha sentito una vampata di calore salirgli dal collo. Non era solo irritazione. Era qualcosa di più profondo, qualcosa che non voleva nominare.
“Attardato un cazzo,” ha ringhiato Andrea, chiudendo la porta alle sue spalle con un calcio. Ha fatto un passo avanti, torreggiando su Samuele, che non si è mosso di un millimetro. Lo guardava dal basso, con quegli occhi truccati che sembravano sfidarlo. Andrea ha spento le luci principali, lasciando solo un neon d’emergenza che proiettava ombre dure sui muri. L’aria si è fatta pesante, come se l’ossigeno fosse stato succhiato via. “Che ci fai ancora qui, eh? Vuoi farti cacciare?” ha detto, la voce bassa, quasi un ringhio.
Samuele ha alzato le spalle, con un movimento lento, quasi teatrale. “Boh, mi piace stare da solo. E poi… non ti dispiace un po’ di compagnia, no?” Ha inclinato la testa, e quel glitter sulle palpebre ha mandato un riflesso che ha fatto stringere la mascella ad Andrea. Era troppo. Troppo sfacciato, troppo fuori posto. E quel pensiero che gli martellava in testa da mesi – quel pensiero che cercava di soffocare ogni volta che vedeva un ragazzo come Samuele – è esploso. Non ce la faceva più a ignorarlo.
Ha fatto un altro passo, fino a trovarsi a pochi centimetri da lui. Samuele non si è tirato indietro, ma il suo respiro è diventato un po’ più corto. Andrea gli ha messo una mano sul petto, spingendolo piano contro gli armadietti di metallo dietro di lui. Il clangore del contatto ha riecheggiato nello spogliatoio vuoto. “Sai che cazzo sei?” ha detto Andrea, la voce roca. “Un problema. Un fottuto problema.” Samuele ha sorriso, un sorriso nervoso ma non spaventato. “E tu cosa sei, allora? Il mio risolutore di problemi?” ha replicato, con una nota di sfida.
Andrea non ha risposto. Gli ha messo una mano sulla spalla, stringendo abbastanza da farlo sobbalzare, e con l’altra gli ha afferrato il mento, sollevandogli il viso. Lo guardava, quei lineamenti delicati, quella bocca che sembrava sempre pronta a dire qualcosa di impertinente. Ha sentito il sangue pompargli nelle tempie, e un calore diverso, più basso, che non poteva ignorare. Si odiava per questo, ma allo stesso tempo non riusciva a fermarsi. Ha abbassato lo sguardo sui leggings rosa, così stretti da sembrare una seconda pelle. Ha passato una mano lungo la coscia di Samuele, sentendo il tessuto liscio e il calore del corpo sotto. Samuele ha tremato appena, ma non si è mosso.
“Non dovresti essere qui,” ha detto Andrea, quasi a sé stesso, mentre la sua mano saliva, sfiorando l’interno coscia. Samuele ha fatto un respiro profondo, le palpebre che sbattevano veloci. “E tu non dovresti toccarmi così,” ha sussurrato, ma la voce gli tremava, e non c’era vera resistenza. Andrea ha stretto più forte la spalla, spingendolo con tutto il corpo contro gli armadietti. Il metallo ha vibrato di nuovo. “Chiudi quella bocca,” ha detto, e poi gli ha infilato una mano nei leggings, sotto l’elastico, sentendo la pelle liscia e il calore che gli bruciava i polpastrelli. Samuele ha emesso un gemito leggero, quasi un singhiozzo, e Andrea ha sentito il proprio autocontrollo andare in frantumi.
Ha abbassato i leggings di Samuele fino alle ginocchia, con un gesto secco, lasciandogli il culo scoperto. La pelle era pallida, liscia, e Andrea non ha potuto fare a meno di guardarla, di toccarla, di stringere una natica con una mano mentre con l’altra gli teneva il collo, premendolo contro gli armadietti. Samuele si è aggrappato agli sportelli, le unghie nere che graffiavano il metallo. “Cazzo, fai piano,” ha detto, la voce spezzata, ma Andrea non l’ha ascoltato. Si è slacciato i pantaloni della tuta con un movimento rapido, tirando fuori il cazzo già duro, e ha sputato nella mano per lubrificarlo un po’. Non c’era tempo per pensare, non c’era spazio per i dubbi. C’era solo quel bisogno che gli bruciava dentro.
“Stai fermo,” ha ordinato, spingendo la punta contro il buco di Samuele. Ha sentito la resistenza, il corpo che si irrigidiva, e poi ha spinto piano, con un movimento lento ma deciso. Samuele ha emesso un gemito forte, un misto di dolore e qualcosa che sembrava piacere, e Andrea gli ha stretto il collo più forte, tenendolo fermo. “Sei proprio una femminuccia del cazzo,” gli ha sussurrato all’orecchio, la voce carica di un disprezzo che mascherava il desiderio. Samuele ha tremato, le gambe che gli cedevano leggermente, ma si è tenuto agli sportelli, il respiro corto e spezzato.
Andrea ha iniziato a muoversi, prima lento, sentendo ogni centimetro che entrava e usciva, il calore stretto che gli faceva girare la testa. Poi ha accelerato, spingendo più forte, il rumore dei loro corpi che sbattevano contro gli armadietti che riempiva lo spogliatoio. Samuele gemeva, un suono acuto e continuo, e Andrea sentiva l’odore del suo sudore, mescolato a qualcosa di più dolce, quasi come il profumo che doveva avere sotto la doccia. “Cazzo, sì,” ha ringhiato Andrea, affondando con un colpo più duro, mentre con la mano libera gli stringeva il fianco, lasciandogli probabilmente i segni. Samuele si è inarcato, il crop top che gli era salito fino al petto, mostrando i capezzoli piccoli e duri. Andrea li ha guardati per un istante, poi ha riportato gli occhi sul punto in cui i loro corpi si univano, il suo cazzo che spariva dentro di lui, le cosce di Samuele che tremavano a ogni spinta.
“Ti piace, eh?” ha detto, la voce spezzata dallo sforzo. Samuele ha annuito, o almeno ci ha provato, con la testa schiacciata contro il metallo. “Sì, cazzo, continua,” ha ansimato, e quelle parole sono state come benzina sul fuoco. Andrea ha spinto ancora più forte, sentendo il piacere montare, un’onda che non poteva fermare. Il rumore dei loro corpi, i gemiti di Samuele, il clangore degli armadietti: tutto si mescolava in una cacofonia che gli faceva perdere la testa. Ha sentito l’orgasmo arrivare, un calore che gli esplodeva dalla base della schiena, e con un ultimo affondo si è svuotato dentro di lui, il respiro che gli usciva in un ringhio profondo.
È rimasto fermo un attimo, il cuore che gli martellava nel petto, mentre Samuele ansimava sotto di lui, ancora aggrappato agli sportelli. Poi Andrea si è tirato indietro, lentamente, guardando il suo seme colare lungo le cosce di Samuele, una linea bianca che contrastava con la pelle chiara. Ha tirato su i pantaloni, aggiustandosi, mentre Samuele restava lì, tremante, con i leggings ancora alle ginocchia. Andrea gli ha dato un’ultima occhiata, il respiro ancora pesante. “Domani alle 21: stessa ora, stessa panca,” ha detto, la voce dura, senza guardarlo negli occhi. Poi ha girato i tacchi e se n’è andato, lasciando Samuele nello spogliatoio deserto, con il neon d’emergenza che gli illuminava il corpo disfatto.
