Racconti Piccanti
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Condividere l’ombrello, e non solo quello

Condividere l’ombrello, e non solo quello

12 Marzo 2026·7 min di lettura

La pioggia cadeva a secchiate, un temporale che sembrava voler annegare la città intera. Alessio, trent’anni, grafico freelance con la perenne abitudine di essere in ritardo, correva lungo il marciapiede con una borsa del computer a tracolla e zero protezione. Niente ombrello, niente cappuccio, solo una giacca leggera che ormai sembrava carta velina appiccicata alla pelle. I capelli castani, corti ma già incasinati, gli gocciolavano in faccia, e le scarpe da ginnastica facevano un rumore di spugna a ogni passo. Era un disastro ambulante, ma tanto, pensava, peggio di così non poteva andare.

Fu allora che una voce lo interruppe. “Ehi, vuoi metà del mio ombrello o preferisci fare il pesce?” Alessio si voltò, strizzando gli occhi per vedere attraverso la cortina d’acqua. Davanti a lui c’era un ragazzo, più giovane, con un sorriso che era un misto di strafottenza e simpatia. Simone, ventiquattro anni, studente, aveva un piercing al labbro inferiore che brillava sotto la luce fioca di un lampione. I suoi capelli neri, bagnati ma ancora in qualche modo ordinati, gli cadevano su un viso spigoloso, e i jeans aderenti e la felpa scura gli davano un’aria da tipo che sa sempre come cavarsela. L’ombrello che reggeva era minuscolo, uno di quelli che si comprano al volo per due euro, ma lo inclinava verso Alessio con un gesto che sembrava più una sfida che un favore.

“Non dire di no, tanto sei già un lago,” aggiunse Simone, con quel sorrisetto che lo faceva sembrare un po’ stronzo, ma di quelli carini. Alessio, fradicio e senza alternative, si avvicinò. “Ok, ma non garantisco di non allagarti.” Si strinsero sotto quell’ombrello ridicolo, spalla contro spalla, i corpi appiccicati per forza di cose. Alessio sentiva il calore di Simone attraverso i vestiti bagnati, e un pensiero gli attraversò la mente: “Ma perché sto notando ‘sto dettaglio del calore con uno sconosciuto?” Scrollò la testa, cercando di concentrarsi sul fatto che almeno la pioggia non gli arrivava più dritta in faccia. Ma ogni passo era un contatto inevitabile: il braccio di Simone che sfiorava il suo, la coscia che urtava la sua mentre cercavano di non scivolare. E quel piercing, cazzo, che continuava a distrarlo ogni volta che Simone apriva bocca per dire qualche stupidaggine sul tempo.

Arrivarono al portone di Alessio dopo dieci minuti di cammino e qualche imprecazione condivisa. La pioggia non accennava a smettere, e i due erano ancora zuppi. Alessio tirò fuori le chiavi, tremando un po’ per il freddo, e si voltò verso Simone. “Grazie, eh. Ora non mi sento più un naufrago.” Ma Simone, con quel sorrisetto che ormai sembrava una firma, alzò le spalle. “Posso asciugarmi da te? Non ho voglia di fare un’altra mezz’ora così, e casa mia è dall’altra parte della città.” Alessio lo fissò un attimo. La richiesta era logica, ma c’era qualcosa nel tono, o forse in quegli occhi scuri che lo guardavano un po’ troppo a lungo, che gli fece battere il cuore un pelo più veloce. “Ok, entra. Ma non farmi pentire di averti salvato il culo,” rispose, cercando di sembrare sarcastico ma sentendo un nodo strano nello stomaco.

Dentro l’appartamento, un monolocale incasinato con pile di bozze sparse ovunque, si fermarono in corridoio. “Togliti ‘sta roba, altrimenti si ammuffisce tutto,” disse Alessio, già sfilandosi la giacca e la maglietta fradicia. Simone non se lo fece ripetere due volte: via la felpa, via la t-shirt aderente che mostrava un torace magro ma definito, con un accenno di peluria scura che scendeva verso l’ombelico. Alessio cercò di non fissare, ma i jeans di Simone, bagnati e stretti, non lasciavano molto all’immaginazione. “Cazzo, sembro un cane bagnato,” rise Simone, passandosi una mano tra i capelli. Alessio, che ormai era in boxer, annuì. “Siamo in due. Aspetta, prendo degli asciugamani.” Ma mentre si chinava per aprire un cassetto, si rese conto che Simone si era già tolto i jeans, restando in slip neri, aderenti, che mostravano chiaramente il contorno di tutto. Alessio deglutì, sentendo un calore improvviso che non aveva niente a che fare col freddo di prima.

Tornò con due asciugamani, ma l’aria nel corridoio era cambiata. Simone lo guardava con un’intensità che non poteva essere solo casuale. “Grazie,” disse, prendendo l’asciugamano, ma invece di asciugarsi si avvicinò di un passo. Alessio sentì il cuore accelerare. “Che c’è?” chiese, con un tono che voleva essere scherzoso ma uscì più teso. Simone inclinò la testa, il piercing che luccicava mentre sorrideva. “Niente, solo che sei meno stronzo di quanto sembri.” E prima che Alessio potesse rispondere, Simone gli posò una mano sul petto, leggera ma decisa. Il contatto bruciava sulla pelle ancora umida, e Alessio sentì un’ondata di desiderio mescolata a un “ma che cazzo sto facendo?” nella testa. Però non si tirò indietro.

Simone si avvicinò ancora, fino a sfiorargli il collo con il respiro. “Se ti dico di fermarmi, fallo,” sussurrò, ma non sembrava intenzionato a fermarsi per niente. Alessio lo guardò negli occhi, poi giù, al piercing, a quel corpo snello ma teso, e capì che non avrebbe detto un cazzo di niente. Simone lo spinse piano contro il muro del corridoio, le mani che scivolavano sui fianchi di Alessio, ancora freddi per la pioggia. Poi si abbassò, lento, fino a inginocchiarsi sul tappetino dell’ingresso. Alessio trattenne il fiato quando Simone gli abbassò i boxer, liberando il suo cazzo già mezzo duro. “Cazzo, sei ancora bagnato di pioggia,” mormorò Simone, con una risata bassa, prima di prenderlo in bocca. La sensazione fu un pugno nello stomaco: la lingua di Simone era calda, il piercing freddo che sfiorava la pelle sensibile, e Alessio non poté fare a meno di gemere, appoggiandosi al muro con una mano. Simone lo lavorava con calma, succhiando piano, alternando movimenti della lingua a sguardi verso l’alto, come per vedere ogni reazione. Alessio gli infilò le dita tra i capelli bagnati, stringendo appena, e il suono umido della bocca di Simone gli fece quasi perdere la testa.

Dopo qualche minuto, Alessio lo tirò su, con il fiato corto. “Non voglio finire così,” disse, la voce roca. Simone si rialzò, togliendosi gli slip con un gesto rapido, mostrando un cazzo duro, non enorme ma proporzionato, con una goccia di liquido che brillava sulla punta. Alessio lo spinse contro il muro, stavolta con più forza, e Simone rise piano. “Fai sul serio, eh?” Alessio non rispose, troppo preso dal bisogno di toccarlo. Gli passò le mani sul culo, sodo e liscio, ancora umido, poi lo fece voltare, premendolo con il petto contro il muro. “Dimmi se vuoi che mi fermo,” grugnì, ma Simone girò appena la testa, con quel sorrisetto del cazzo. “Fallo e basta.”

Alessio si posizionò dietro di lui, il cuore che gli martellava nel petto. Sputò sulla mano, si lubrificò il cazzo e poi lo fece scivolare tra le natiche di Simone, trovando l’ingresso. Spinse piano all’inizio, sentendo la resistenza, ma Simone si rilassò, emettendo un gemito basso. “Cazzo, vai,” mormorò, e Alessio non si trattenne più. Lo penetrò con una spinta decisa, sentendo il calore stretto intorno a sé, e iniziò a muoversi, prima lento, poi più veloce. Simone si aggrappò al muro con una mano, l’altra che scendeva a toccarsi, mentre Alessio gli stringeva i fianchi, spingendo con un ritmo sempre più serrato. L’acqua gocciolava ancora dai capelli di entrambi, mescolandosi al sudore, e l’odore di pioggia e pelle riempiva il corridoio. “Più forte,” ansimò Simone, e Alessio obbedì, sbattendolo contro il muro con spinte che facevano tremare entrambi. Il suono dei loro corpi che sbattevano, i gemiti rochi di Simone, il respiro spezzato di Alessio – tutto sembrava amplificato in quel piccolo spazio.

Dopo minuti che sembravano ore, Alessio sentì l’orgasmo montare, un’onda che non poteva fermare. “Sto per venire,” ringhiò, e Simone, con la voce spezzata, rispose: “Dentro, cazzo, fallo.” Alessio si lasciò andare, venendo con un gemito profondo, le spinte che rallentavano mentre si svuotava dentro di lui. Simone, con un ultimo tocco a se stesso, venne poco dopo, schizzando contro il muro, il corpo che tremava sotto le mani di Alessio. Rimasero così per qualche secondo, ansimanti, ancora appiccicati, l’acqua e il sudore che colavano sulla pelle.

Alla fine, Alessio si ritrasse piano, lasciando Simone appoggiato al muro, il respiro ancora irregolare. “Cazzo, che modo di asciugarsi,” disse Simone con una risata stanca, voltandosi a guardarlo. Alessio sorrise, passandosi una mano tra i capelli bagnati. “Già. Direi che ha funzionato.” Non c’era altro da dire, non in quel momento. Solo il silenzio soddisfatto di due che avevano appena trovato un modo molto personale per scaldarsi.

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