Battiti e sudore
La musica rimbomba come un cuore impazzito oltre la porta del bagno, un pulsare sordo che sembra sincronizzarsi con i colpi violenti che mi scuotono il corpo. Sono schiacciato contro il muro, le piastrelle fredde che mi graffiano la schiena attraverso la camicia sottile, mentre questo sconosciuto, un colosso di muscoli e sudore, mi tiene fermo con una forza che non lascia scampo. Il suo cazzo mi entra dentro con una violenza che mi fa quasi perdere il fiato, ogni spinta un misto di dolore e piacere che mi brucia dentro. La posizione è scomoda, quasi innaturale: una gamba sollevata, appoggiata precariamente al bordo del lavandino, l’altra che trema mentre cerco di reggermi al muro. Non c’è spazio per muovermi, non c’è modo di sfuggire al suo ritmo brutale.
La sua mano è premuta sulla mia bocca, le dita ruvide che sanno di sale e birra, soffocando i gemiti che mi sfuggono senza controllo. “Zitto,” ringhia a bassa voce, il fiato caldo contro il mio orecchio. “Non voglio sentire un cazzo, solo il tuo buco che mi stringe.” Le sue parole sono come schiaffi, sporche e dirette, ma mi fanno tremare di un’eccitazione che non riesco a spiegare. Mi bacia con una furia che sa di alcol, un misto di vodka e qualcos’altro di acre, e io ricambio con la stessa urgenza, lasciando che la sua lingua invada la mia bocca. Il suo odore mi avvolge, un mix pesante di sudore maschile e colonia da due soldi, di quelli che si spruzzano per coprire la fatica di una notte infinita. È un odore che dovrebbe disgustarmi, ma invece mi fa girare la testa, mi fa desiderare di perdermi ancora di più in questo momento sbagliato, in questo posto lurido.
Non so nemmeno come ci sono arrivato. O meglio, lo so, ma i ricordi sono frammenti sfocati, come lampi di luce stroboscopica che tagliano il buio della pista. Ero in mezzo alla folla, il calore dei corpi che si strusciavano, il ritmo della musica che mi martellava dentro. Avevo bevuto troppo, cocktail dolciastri che mi avevano sciolto le inibizioni uno dopo l’altro, lasciandomi con una voglia che non riuscivo a ignorare. Lo avevo notato subito, questo tizio. Alto, spalle larghe che sembravano scolpite, una maglietta nera aderente che mostrava ogni muscolo. Mi guardava da lontano, i suoi occhi scuri che mi fissavano con un’intensità che mi faceva sentire nudo anche in mezzo a cento persone. Ogni tanto incrociavamo gli sguardi, e ogni volta era come se mi stesse già toccando, come se mi stesse già possedendo con quella sua aria da predatore.
Non so quante ore siano passate così, a giocare a quel tira e molla silenzioso. Io che ballavo, muovendomi apposta per attirare la sua attenzione, lui che si avvicinava piano, un passo alla volta, senza mai distogliere lo sguardo. Alla fine, mi aveva raggiunto. Non aveva detto molto, solo un “Vieni con me” secco, mentre mi prendeva per mano con una stretta che non lasciava scelta. Mi aveva trascinato via dalla pista, attraverso il caos di corpi sudati, fino a questo bagno schifoso con la luce al neon che tremola. “Non parlare,” mi aveva ordinato spingendomi dentro, la voce bassa ma tagliente come una lama. “Apri solo le gambe.” E io, ubriaco di alcol e desiderio, avevo obbedito senza pensarci due volte.
Ora sono qui, con il suo corpo che mi schiaccia contro il muro, il suo cazzo che mi spalanca con una forza che mi fa male ma che voglio lo stesso. “Cazzo, quanto sei stretto,” grugnisce, rallentando per un attimo solo per guardarmi negli occhi, un ghigno sul viso. “Ti piace, eh? Prendilo tutto, troia.” Le sue parole mi colpiscono come scariche elettriche, mi fanno arrossare di vergogna e allo stesso tempo mi spingono a spingermi contro di lui, a volerne di più. Ogni spinta è un’esplosione, un misto di bruciore e piacere che mi fa tremare le gambe. Sento il sudore scivolarmi lungo la schiena, i miei capelli appiccicati alla fronte, il fiato corto mentre cerco di non crollare sotto il suo peso.
Il rischio di essere scoperti mi tiene sull’orlo del panico, ma allo stesso tempo mi eccita da morire. La porta del bagno non è chiusa a chiave, chiunque potrebbe entrare in qualsiasi momento. Sento voci fuori, risate, il rumore di tacchi che si avvicinano e poi si allontanano. Ogni tanto il volume della musica sembra aumentare, come se qualcuno avesse aperto la porta del locale, e il cuore mi schizza in gola. “Se ci beccano, non me ne frega un cazzo,” mi sussurra lui, quasi leggendomi nel pensiero, mentre mi morde il collo con una violenza che mi strappa un gemito soffocato. “Ti riempio qui e poi torno a ballare, chiaro?” La sua voce è un ringhio, e io annuisco senza pensarci, perso in questa spirale di adrenalina e lussuria.
Le sue mani mi afferrano i fianchi con una presa ferrea, le unghie che si conficcano nella carne mentre mi tiene fermo per spingere ancora più a fondo. Mi sento esposto, vulnerabile, ma c’è una parte di me che si nutre di questa brutalità, di questa sensazione di essere usato senza riguardo. Il lavandino accanto a noi è sporco, macchiato di chissà cosa, e il pavimento sotto i miei piedi è appiccicoso, ma non ci faccio caso. Tutto ciò che esiste è il calore del suo corpo contro il mio, il ritmo delle sue spinte che mi fanno sbattere contro il muro, il suo respiro pesante che mi sfiora la pelle.
Non so quanto tempo passi, potrebbero essere minuti o ore. Il tempo si perde in questa bolla di sudore e gemiti soffocati. La sua mano lascia la mia bocca per scivolare sotto la mia camicia, pizzicandomi la pelle con una crudeltà che mi fa sussultare. “Non fare rumore,” mi avverte di nuovo, ma la sua voce è rotta, spezzata dal piacere che gli sto dando. Sento che sta per cedere, che sta per raggiungere il limite, e questo mi spinge a stringermi ancora di più intorno a lui, a dargli tutto quello che vuole. “Cazzo, sì,” ansima, accelerando il ritmo, ogni movimento più disperato, più incontrollato. “Lo prendi tutto, vero? Tutto quanto.”
E poi succede. Un’ondata di calore mi travolge mentre lui si svuota dentro di me, un ringhio gutturale che gli sfugge dalla gola mentre si spinge un’ultima volta, tenendomi fermo con una forza che mi lascia senza fiato. Io stesso sono al limite, il piacere che mi esplode dentro come un fuoco d’artificio, e mi mordo il labbro così forte che sento il sapore del sangue. Per un momento restiamo così, ansimanti, i corpi ancora premuti l’uno contro l’altro, il silenzio rotto solo dal suono della musica che continua a rimbombare fuori.
Poi lui si ritira con un movimento brusco, lasciandomi vuoto e tremante. Mi guarda per un istante, un sorrisetto storto sulle labbra, mentre si sistema i pantaloni con una calma irritante. “Non male,” dice, come se stesse commentando una birra decente al bancone. “Ci vediamo in pista, magari.” Non aspetto nemmeno di rispondergli, troppo frastornato per mettere insieme una frase. Lo guardo uscire dal bagno senza voltarsi indietro, la porta che si chiude con un tonfo secco alle sue spalle.
Resto solo, con il fiato corto e le gambe che ancora tremano. Mi appoggio al muro, cercando di riprendere il controllo, mentre il freddo delle piastrelle mi riporta lentamente alla realtà. Mi sistemo alla meglio, le mani che tremano mentre mi tiro su i pantaloni, il riflesso nello specchio sporco che mi restituisce un’immagine di disordine: capelli arruffati, labbra gonfie, un segno rosso sul collo che domani dovrò spiegare. Ma non me ne importa. Non ora. La musica continua a pulsare oltre la porta, e con essa il ricordo di quello che è appena successo. Sento ancora il suo odore sulla mia pelle, il bruciore dentro di me, e un sorriso amaro mi sfugge mentre mi passo una mano sul viso.
Esco dal bagno con passi incerti, tornando nel caos della discoteca. La folla mi inghiotte di nuovo, i corpi che si muovono al ritmo della musica, le luci che mi accecano. Lo cerco con lo sguardo, senza volerlo davvero, e lo vedo in lontananza, già perso tra la gente, un drink in mano come se nulla fosse accaduto. Mi chiedo se mi riconoscerà, se si ricorderà di me domani. Ma in fondo non importa. Questo momento, questo errore, è stato mio. E mentre mi lascio trascinare di nuovo dalla musica, so che stanotte non dormirò. Non per il rimorso, ma per il fuoco che mi brucia ancora dentro.
