Bloccati al rifugio, ti faccio mia
Sono le nove e mezza di sera, e fuori il temporale sembra voler spaccare il mondo. Io e Arianna siamo bloccati in questo rifugio del cazzo, un buco di legno e pietra perso tra le montagne. È un posto spartano, con un tavolo traballante, un paio di sedie e un letto singolo con una coperta che puzza di muffa. Il vento ulula e la pioggia martella il tetto come se volesse sfondarlo. Siamo solo noi due, nessun altro. Durante l’escursione di oggi, il gruppo si è sparpagliato per il maltempo, e noi siamo finiti qui, isolati. Io sono Pietro, ho 22 anni, sto studiando per diventare guida escursionistica. Lei è Arianna, 20 anni, studentessa di infermieristica. Sembra più grande di quello che è, sempre composta, con quel modo di parlare serio, ma ogni tanto le scappa un sorriso timido che tradisce quanto è giovane dentro.
Abbiamo appena finito di mangiare due scatolette di tonno e un po’ di pane secco che avevo nello zaino. Siamo seduti vicino al piccolo camino, l’unico angolo caldo di ‘sto posto gelido. La legna crepita, e il calore mi scalda le mani mentre guardo Arianna. Ha i capelli castani un po’ spettinati, legati in una coda lenta, e una felpa larga che le copre il corpo. Ma si intravede lo stesso che è ben messa, con quelle curve che non puoi non notare. Parliamo del più e del meno, di come siamo finiti qui, delle lezioni all’università per lei, delle mie giornate in montagna. Poi la conversazione si fa più intima. Mi racconta che non esce molto, che si sente sempre sotto pressione per sembrare “quella che ha tutto sotto controllo”. Io le dico che pure a me capita di sentirmi fuori posto, anche se sembro sicuro di me con questo fisico da sportivo. Ride piano, e per la prima volta mi guarda negli occhi più a lungo. Sento un calore che non c’entra col camino. Mi avvicino un po’, le sfioro il braccio con la scusa di passarle un pezzo di legno per il fuoco. Lei non si tira indietro, ma vedo che arrossisce. Dentro di me c’è un casino: voglio farla mia, ma non voglio spaventarla. Però cazzo, è troppo carina, e siamo qui da soli.
Dopo un po’ di silenzio, butta fuori una cosa che non mi aspetto. “Sai, non sono mai stata con nessuno. Tipo, mai.” La guardo, incredulo. “Cioè, sei vergine?” chiedo, senza troppi giri di parole. Lei annuisce, un po’ imbarazzata, ma non distoglie lo sguardo. Dentro di me scatta qualcosa. Non ci credo, non sono mai stato con una ragazza vergine. È una cosa che mi fa impazzire, non so perché. Forse è l’idea di essere il primo, di farle provare tutto per la prima volta. Le dico che non deve vergognarsi, che è una cosa normale, e mentre parlo le prendo la mano. La sua è fredda, trema un po’. La stringo forte, e lei non si ritrae. “Se vuoi, posso farti stare bene,” le dico, con voce bassa, guardandola dritta negli occhi. Lei esita, ma vedo che ci sta pensando. “Non so se sono pronta… ma ci sto pensando da un po’,” confessa. È il via libera che mi serviva.
Ci spostiamo sul letto, con la scusa di stare più comodi. La faccio sedere vicino a me, le metto un braccio intorno alle spalle. Le accarezzo i capelli, poi scendo sul collo. Sento il suo respiro che si fa più veloce. La bacio piano, prima sulla guancia, poi sulle labbra. Lei ricambia, timida ma curiosa. Le passo la lingua sul labbro inferiore, e lei apre la bocca, lasciando che la esplori. Le metto una mano sulla coscia, sotto la felpa, e la accarezzo piano, salendo sempre di più. Lei si irrigidisce un attimo, ma poi si lascia andare. “Rilassati, ci penso io,” le sussurro. Le slaccio i pantaloni, glieli faccio scivolare giù insieme alle mutandine. Lei si copre un po’ con le mani, rossa in faccia. “Sei bellissima, non nasconderti,” le dico, spostandole le mani. Mi metto in ginocchio davanti a lei, tra le sue gambe. Le bacio l’interno delle cosce, piano, sentendo la sua pelle liscia sotto le labbra. Lei trema, ma non mi ferma. Le passo la lingua proprio lì, sul clitoride, con movimenti lenti, circolari. Sento il suo sapore, dolce e salato, e il modo in cui ansima mi fa venire duro come il marmo. “Oh cazzo, Pietro…” mormora, con la voce che si spezza. Continuo a leccarla, alternando la lingua con le dita, massaggiandola piano per farla abituare. Lei si aggrappa alla coperta, i fianchi che si muovono da soli. La preparo con calma, voglio che sia pronta, che si senta bene.
Quando vedo che è fradicia e non ce la fa più, mi tiro su. Mi tolgo la maglietta e i pantaloni, restando solo con i boxer. Lei mi guarda, gli occhi spalancati, ma pieni di voglia. “Vuoi che continuiamo?” le chiedo, per essere sicuro. “Sì, cazzo, sì,” risponde, quasi disperata. Mi sfilo i boxer, le mostro quanto sono duro per lei. Mi sdraio sopra di lei, la bacio di nuovo, mentre con una mano mi posiziono tra le sue gambe. “Farò piano, ok? Dimmi se ti faccio male,” le dico. Lei annuisce. Spingo piano, sentendo quanto è stretta. Lei si morde il labbro, fa un piccolo gemito di dolore, ma mi stringe i fianchi con le mani, come per dirmi di andare avanti. Entro un po’ alla volta, dandole il tempo di abituarsi. Quando sono tutto dentro, resto fermo un attimo, guardandola negli occhi. “Cazzo, sei perfetta,” le sussurro all’orecchio. Poi inizio a muovermi, lento, dentro e fuori, sentendo il suo calore che mi avvolge. Lei geme, un suono che mi fa perdere la testa. “Ti piace, eh? Dimmi quanto ti piace,” le dico, con voce roca, mentre aumento il ritmo. “Sì, mi piace da morire, non smettere,” risponde, ansimando. Le metto le mani sotto il culo, sollevandola un po’ per andare più a fondo. Il letto cigola, i nostri corpi sudati fanno rumore a ogni spinta. Sento l’odore del suo sudore mischiato al mio, e i suoi gemiti mi spingono a darci dentro ancora di più. “Sei mia, cazzo, solo mia stasera,” le sussurro, mordendole il lobo dell’orecchio. Lei si aggrappa a me, le unghie nella schiena, e viene con un grido soffocato. Io resisto ancora un po’, poi esco giusto in tempo, venendo sulla sua pancia con un grugnito.
Restiamo sdraiati lì, ansimando, con la coperta mezza buttata per terra. Le pulisco la pancia con un fazzoletto che trovo nello zaino, poi la tiro vicino a me. Lei appoggia la testa sul mio petto, senza dire niente. Non c’è bisogno di parole. Fuori il temporale continua, ma
