Racconti Piccanti
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Scopare sul tetto sotto le stelle

Scopare sul tetto sotto le stelle

09 Marzo 2026·4 min di lettura

Mi chiamo Luca, ho 28 anni, lavoro come grafico freelance e vivo in un appartamento al quinto piano di un palazzo vecchio in centro città. Sono gay da sempre, ma non lo sbandiero: mi piacciono i tipi normali, incontri casuali che diventano qualcosa di più. Ho conosciuto Andrea su un’app di dating un mese fa. Lui 26 anni, barista, fisico atletico da chi corre la mattina, capelli neri corti, sorriso timido ma occhi che ti dicono tutto. Ci siamo visti per un caffè, poi una birra, e alla terza uscita abbiamo pomiciato in macchina come due adolescenti. Niente di estremo, solo baci profondi e mani che esploravano piano. Mi eccitava da morire la sua calma, il modo in cui mi toccava senza fretta, come se avessimo tutto il tempo del mondo.

Quella sera era fine estate, caldo afoso che non ti lascia respirare. Eravamo usciti a cena in un posto cheap, pizza e vino, ridendo di cazzate. Tornati da me, l’ascensore era rotto di nuovo, così siamo saliti a piedi. Al quarto piano Andrea mi ha preso la mano e ha detto: «Andiamo sul tetto? L’aria è irrespirabile qui dentro». Il mio palazzo ha un tetto accessibile, con una porta che non si chiude mai bene, vista sulla città illuminata, antenne e qualche sdraio abbandonata. Siamo saliti, l’aria era fresca lassù, stelle visibili nonostante le luci urbane. Ci siamo seduti su un muretto basso, gambe a penzoloni, birre in mano che avevamo preso dal frigo.

Abbiamo iniziato a chiacchierare di stronzate: film preferiti, viaggi che vorremmo fare. Ma ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano e restavano lì. Lui mi ha sfiorato il ginocchio con le dita, piano, come per caso. Ho sentito un brivido, il cazzo che si induriva nei jeans. Mi sono avvicinato, gli ho preso il viso e l’ho baciato. Labbra morbide, lingua che entrava lenta nella mia bocca, sapore di birra e sale. Le sue mani mi hanno accarezzato la nuca, tirandomi più vicino. Ho risposto, spingendo la lingua contro la sua, un gemito basso che mi è escaped dalla gola. Ci siamo alzati senza staccarci, corpi premuti uno contro l’altro. Sentivo il suo cazzo duro contro il mio, attraverso i pantaloni.

Ci siamo spostati contro il muro del vano scale, al riparo da occhi indiscreti – anche se a quell’ora nessuno saliva quassù. Gli ho tolto la maglietta, pelle calda sotto le dita, pettorali definiti, capezzoli duri che ho leccato piano, succhiando uno per uno. Lui ha ansimato, mi ha slacciato la camicia, mani che scivolavano sul mio petto, pizzicandomi i capezzoli con pollice e indice. Siamo scesi con i baci: collo, spalle, pancia. Gli ho slacciato i jeans, li ho abbassati insieme ai boxer. Il suo cazzo è saltato fuori, grosso, venoso, cappella lucida di pre-sborra. L’ho preso in mano, segandolo lento, sentendo il calore pulsare. Lui ha fatto lo stesso con me, mutande giù, cazzo libero nell’aria fresca della notte.

Ci siamo inginocchiati uno di fronte all’altro sul cemento ruvido del tetto, ma non ci importava. Ho preso il suo cazzo in bocca, lingua che girava intorno alla cappella, succhiando piano, poi più profondo, fino a sentirlo in gola. Lui gemiva piano, mani nei miei capelli, guidandomi il ritmo senza spingere troppo. «Cazzo, Luca, sei bravo…», ha sussurrato. Poi è toccato a lui: mi ha leccato le palle, lingua calda e umida, poi ha preso il mio cazzo in bocca, succhiando forte, mano che pompava la base. Sentivo il rumore della saliva, il respiro corto, il vento che ci sfiorava la pelle nuda. Ero bagnato da morire, il cazzo che gocciolava nella sua bocca.

Dopo i preliminari ci siamo sdraiati su una vecchia coperta che qualcuno aveva lasciato lì – ruvida, ma meglio del cemento. Lui si è messo sopra di me, gambe intrecciate. Ci siamo strusciati i cazzi uno contro l’altro, baciandoci profondo, mani che afferravano culi, dita che sfioravano i buchi. Ho preso un preservativo dalla tasca dei jeans (sempre pronto), l’ho srotolato sul suo cazzo mentre lui mi leccava il collo. Poi mi ha girato a pancia in giù, culo in su. Ha sputato sulla mano, mi ha lubrificato il buco con saliva e dita: prima una, girando piano, poi due, pompando lento per aprirmi. Gemivo contro la coperta, il culo che si rilassava, eccitato dal posto aperto, dal rischio di essere visti.

Quando è entrato l’ha fatto piano: cappella contro il buco, spinta gentile, sentivo l’anello che si apriva, il bruciore buono che diventava piacere. «Dimmi se fa male», ha detto con voce roca. Ho scosso la testa, spingendo indietro il culo per prenderlo tutto. Una volta dentro ha iniziato a pompare, ritmo regolare, profondo, coglioni che sbattevano contro i miei. Si sentiva il rumore bagnato, i nostri gemiti che echeggiavano piano sul tetto. Mi ha girato sulla schiena, gambe sulle sue spalle, e ha continuato a scoparmi, guardandomi negli occhi, baciandomi la bocca mentre spingava. Io mi segavo il cazzo al ritmo delle sue spinte, sentendo l’orgasmo salire.

Siamo venuti quasi insieme: prima io, schizzi caldi sulla pancia, sul petto, gemendo forte. Lui ha accelerato, ha grugnito «sto venendo…», e si è tirato fuori, ha tolto il preservativo e mi ha sborrato addosso, mescolando il suo sperma al mio. Ci siamo accasciati lì, sudati, appiccicosi, respiri pesanti che si sincronizzavano. L’aria fresca ci asciugava il sudore, le stelle sopra di noi.

Dopo un po’ ci siamo rivestiti ridendo, baci leggeri sulle labbra. «Non male come posto insolito», ha detto Andrea accarezzandomi la guancia. Ho annuito, sentendomi soddisfatto, vivo. Siamo scesi mano nella mano, sapendo che non sarebbe stata l’ultima volta.

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