Racconti Piccanti
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Leccami i piedi o parlo

Leccami i piedi o parlo

07 Marzo 2026·4 min di lettura

Sono Luca, ho diciannove anni e sono una matricola all’università. Vivo in un campus di merda, in una stanza doppia che puzza di calzini sporchi e birra stantia. Il mio coinquilino è Matteo, ventidue anni, capitano della squadra di calcio. Un armadio di muscoli, sempre con quell’aria da “comando io” che mi fa sentire una nullità. Lui è il tipico maschio alfa, quello che scopa tutte le ragazze del campus e non si fa problemi a dirlo. Io, invece, sono il classico sfigato: timido, vergine, con zero esperienza. Non ho mai avuto il coraggio di fare coming out, ma dentro di me lo so da sempre che mi piacciono i ragazzi. E, cazzo, Matteo è proprio il tipo che mi fa girare la testa, anche se so che non ci sarà mai niente.

È una sera qualunque, sono solo in stanza. Matteo è all’allenamento e io, come un idiota, penso di avere un po’ di privacy. Mi metto sul letto, pantaloni abbassati, telefono in mano, e cerco un video porno gay. Trovo una scena che mi fa subito effetto: due tizi muscolosi che si danno dentro senza vergogna. Mi tocco, piano all’inizio, con il cuore che batte forte. Non penso a niente, solo a quel video e al piacere che mi monta dentro. Poi, la porta si spalanca di colpo. Matteo entra, sudato, con la borsa della palestra in spalla. Mi guarda e io mi blocco, il telefono mi cade di mano, i pantaloni ancora giù. Mi sento morire. Lui si avvicina, prende il telefono e guarda lo schermo. “Porca troia, Luca, che cazzo guardi?” dice, con un ghigno che mi gela il sangue.

Vorrei sparire, ma non c’è scampo. Sono rosso in faccia, balbetto scuse del cazzo, ma lui non mi lascia parlare. “Stai zitto. Non me ne frega un cazzo di quello che ti piace, ma se lo sanno gli altri della squadra, sei finito. Capito?” Io annuisco, terrorizzato. Poi aggiunge, con un tono che non ammette repliche: “Vuoi che tenga la bocca chiusa? Bene, allora fai quello che ti dico.” Non so cosa aspettarmi, ma non ho scelta. Ho paura che mi denunci, che mi umili davanti a tutti. Così, sto al gioco, anche se dentro di me tremo.

Mi fa sedere sul pavimento, vicino al suo letto. Si toglie le scarpe da ginnastica, e un odore acre di sudore mi colpisce subito. “Dopo l’allenamento i piedi mi fanno un male cane. Leccameli, fai il bravo cagnolino e non dico niente a nessuno.” Mi guarda con quel sorrisetto bastardo, e io mi sento umiliato, ma anche… eccitato, cazzo. Non lo so spiegare, ma il suo tono, il suo potere su di me, mi fa qualcosa. Esito, ma lui insiste: “Muoviti, non ho tutto il giorno.” Mi chino, con le guance che bruciano di vergogna. I suoi piedi sono grandi, sudati, la pelle ruvida. Inizio a leccare, piano, sentendo il sapore salato sulla lingua. Lui geme, un suono basso, quasi di piacere. “Bravo, continua così,” mi dice, e io mi sento sempre più sottomesso, ma anche sempre più preso.

Per minuti che sembrano ore, resto lì, a leccargli i piedi, prima uno poi l’altro. Passo la lingua tra le dita, sul tallone, ovunque lui mi ordina. Ogni tanto mi guarda e ride, come se fossi un giocattolo. “Ti piace, eh? Lo sapevo che eri uno stronzo strano,” dice, e io non rispondo, perché cazzo, una parte di me si sta eccitando sul serio. Quando finisce, mi tira su per i capelli, non forte, ma abbastanza da farmi capire chi comanda. “Non abbiamo finito,” dice, e si slaccia i pantaloni della tuta. Il cuore mi batte a mille. Vedo il rigonfiamento nei suoi boxer, e quando li abbassa, il suo cazzo salta fuori, grosso, duro, con le vene che pulsano. Mi viene un nodo alla gola, ma non è solo paura.

“Aprila,” ordina, indicando la mia bocca. Io esito un attimo, ma il suo sguardo mi inchioda. Non voglio, ma lo voglio. È un casino nella mia testa, ma apro la bocca, e lui me lo spinge dentro senza tante cerimonie. “Succhialo bene, cazzo,” dice, con la voce rauca. Sento il sapore forte, un misto di sudore e pelle, mentre lui mi guida con una mano sulla nuca. Spinge piano all’inizio, poi più forte, fino a farmi quasi soffocare. “Prendilo tutto, dai,” ringhia, e io ci provo, anche se gli occhi mi lacrimano. I suoni sono osceni: i suoi gemiti, il rumore della mia bocca, i suoi fianchi che sbattono contro la mia faccia. L’odore del suo corpo mi riempie le narici, sudore e testosterone puro. Mi sento usato, ma cazzo, mi piace da morire.

Va avanti così per un po’, con lui che mi scopa la bocca senza sosta. Ogni tanto rallenta, mi guarda dall’alto, e dice robe tipo: “Sei proprio una troia, lo sapevi?” Io non rispondo, non posso, ma i suoi insulti mi fanno solo venir voglia di continuare. Poi, sento che sta per venire. Il suo respiro si fa più corto, i movimenti più frenetici. “Sto per sborrare, ingoia tutto, capito?” mi ordina, e io annuisco a malapena. Un attimo dopo, esplode, un fiotto caldo che mi riempie la bocca. È tanto, quasi mi strozza, ma lui mi tiene fermo. “Ingoia, cazzo,” ringhia, e io lo faccio, con fatica. Quando finisce, mi lascia andare, e io crollo in ginocchio, ansimando. “Ringraziami,” dice, con un tono che non lascia scampo. “Grazie,” mormoro, con la voce spezzata, e lui ride, soddisfatto.

Si tira su i pantaloni, come se niente fosse. “Bravino, per essere la prima volta. Stai tranquillo, non dico niente a nessuno. Ma ricordati chi comanda,” mi dice, prima di uscire per andare a farsi una doccia. Io resto lì, sul pavimento, con il sapore di lui ancora in bocca e un casino di pensieri in testa. Non so cosa provo, ma una cosa è certa: una parte di me non vede l’ora che succeda di nuovo.

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