Racconti Piccanti
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Cioccolato sul tavolo

Cioccolato sul tavolo

30 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Marco, e quella sera non avevo idea di come sarebbe finita. Eravamo a casa di Luca, un amico di vecchia data, per una cena tra vecchi compagni di università. Niente di speciale, solo risate, qualche birra e storie di un tempo che sembrava lontano anni luce. C’era anche Giulia, la ragazza con cui uscivo da un paio di mesi. Non era ancora una cosa seria, ma c’era qualcosa in lei che mi faceva perdere la testa: quel modo di guardarmi, di sfidarmi con un sorrisetto, come se sapesse sempre qualcosa che io non sapevo.

Eravamo una decina di persone, stipati nel salotto di Luca, con la musica bassa e i piatti ormai vuoti sparsi sul tavolo. Io e Giulia ci scambiavamo occhiate ogni tanto, ma niente di più. Non volevo attirare attenzione, non lì in mezzo a tutti. Però, mentre gli altri chiacchieravano e ridevano, sentivo un formicolio sotto la pelle. Era come se il suo profumo, un misto di vaniglia e qualcosa di più pungente, mi stesse chiamando. A un certo punto, Luca ha proposto di fare un dolce veloce, una torta al cioccolato che sua madre gli aveva insegnato. “Chi mi dà una mano in cucina?” ha chiesto, ma nessuno si è offerto volontario. Io ho visto l’opportunità e ho alzato la mano. “Ci penso io, tranquilli. Giulia, vieni con me? Due mani sono meglio di una.”

Lei ha sorriso, un sorriso che sembrava dire “so dove vuoi arrivare”, e si è alzata. “Va bene, ma non farmi fare tutto il lavoro.” Gli altri non ci hanno dato peso, troppo presi dalle loro conversazioni, e noi ci siamo diretti in cucina, chiudendoci la porta alle spalle. Il rumore delle risate e delle voci si è attutito, lasciandoci in un silenzio che sembrava carico di elettricità.

La cucina era piccola, con un tavolo di legno al centro e un piano di lavoro pieno di ciotole e ingredienti. Ho preso la barretta di cioccolato fondente che Luca aveva lasciato lì e ho iniziato a scioglierla a bagnomaria, ma il mio sguardo continuava a scivolare su Giulia. Indossava una maglietta aderente, nera, che le disegnava le curve del seno in un modo che mi faceva stringere i denti. Lei se n’è accorta e ha inclinato la testa, con un’aria divertita. “Che c’è, Marco? Ti sei incantato?”

“Non faccio finta di niente,” ho detto, avvicinandomi di un passo. “Sai che non riesco a toglierti gli occhi di dosso stasera.”

Lei ha riso piano, appoggiandosi al bordo del tavolo. “Siamo qui per fare un dolce, non per fare altro. O no?”

“Oh, faremo il dolce, tranquilla. Ma magari ci divertiamo un po’ nel frattempo.” Ho preso la ciotola con il cioccolato fuso, caldo al tatto, e ho mescolato con un cucchiaio, guardandola negli occhi. “Ti andrebbe di provare qualcosa… di diverso?”

Lei ha inarcato un sopracciglio, incuriosita. “Che intendi?”

“Intendo questo.” Ho sollevato il cucchiaio, lasciando colare un filo di cioccolato sul bordo della ciotola. “Mi piacerebbe vederti con un po’ di questo addosso.”

Giulia ha esitato per un istante, poi ha sorriso, un sorriso che era un misto di sfida e imbarazzo. “Sei pazzo. E se qualcuno entra?”

“Non entra nessuno. Sono tutti troppo presi a parlare di stupidaggini. Dai, fammi giocare un po’.” Mi sono avvicinato, con la ciotola in mano, e ho visto il suo respiro accelerare appena. “Solo un assaggio.”

Lei ha sospirato, guardandosi intorno nervosa, ma poi ha annuito. “Va bene. Ma fai in fretta.”

Le ho tirato su la maglietta, scoprendo il reggiseno di pizzo nero e la pelle liscia del suo stomaco. Ho inclinato la ciotola e ho lasciato cadere un filo di cioccolato caldo proprio sopra il suo seno, guardandolo scivolare lungo la curva e infilarsi sotto il tessuto. Lei ha trattenuto il fiato, un piccolo gemito le è sfuggito mentre il calore le pizzicava la pelle. “Cazzo, Marco, brucia un po’…”

“Tranquilla, ci penso io.” Mi sono chinato e ho passato la lingua sul cioccolato, assaporando il gusto amaro misto al sapore salato della sua pelle. Era calda, morbida, e il suo profumo mi faceva girare la testa. Ho succhiato piano, seguendo la scia appiccicosa, mentre le sue mani si aggrappavano ai bordi del tavolo.

“Sei un porco,” ha sussurrato, ma la sua voce tremava di eccitazione. “Non dovremmo farlo qui…”

“E invece lo stiamo facendo.” Ho preso un altro po’ di cioccolato con le dita e gliel’ho spalmato più in basso, facendolo colare sullo stomaco fino al bordo dei jeans. Lei ha trattenuto il respiro mentre le slacciavo il bottone e abbassavo la zip, rivelando le mutandine di cotone grigio, già umide al centro. Ho versato un altro filo di cioccolato, stavolta proprio lì, guardandolo colare tra le sue cosce. L’odore dolce si mescolava a quello più intenso del suo corpo, un mix che mi faceva venir voglia di mangiarla tutta.

“Marco, sei fuori di testa,” ha detto, ma non mi ha fermato. Ho infilato una mano sotto il tessuto, sentendo il calore umido tra le sue gambe, e ho spalmato il cioccolato con le dita, mescolandolo con la sua eccitazione. Lei ha chiuso gli occhi, mordendosi il labbro, mentre io mi chinavo a leccare, assaporando tutto: il cioccolato, la sua pelle, il suo sapore unico che mi faceva impazzire.

“Ti piace, eh?” ho detto, rialzandomi per guardarla in faccia. Aveva le guance rosse, gli occhi lucidi. “Dimmi quanto ti piace.”

“Mi piace,” ha mormorato, quasi in un sussurro. “Ma ho paura che ci sentano… fai piano.”

“Non faccio piano. Voglio sentirti.” L’ho spinta indietro, facendola sedere sul tavolo, e le ho tirato giù i jeans insieme alle mutandine, lasciandola nuda dalla vita in giù. Il cioccolato colava ancora, lasciando strisce appiccicose sulle sue cosce e sul legno del tavolo. Ho preso altra cioccolata dalla ciotola e gliel’ho spalmata sulle labbra, tra le gambe, spalmandola con le dita mentre lei si contorceva. Poi ho infilato due dita dentro di lei, sentendo quanto era bagnata, e le ho mosse lentamente, guardandola in faccia.

“Oddio, Marco…” ha gemito piano, cercando di tenere la voce bassa. “Non fermarti…”

“Non mi fermo. Ma devi fare la brava e non gridare.” Ho tirato fuori le dita, sporche di cioccolato e di lei, e gliele ho messe in bocca. “Succhiale. Senti che sapore hai.”

Lei ha obbedito, chiudendo gli occhi mentre le sue labbra si stringevano intorno alle mie dita. Il suono umido della sua bocca, il modo in cui la sua lingua si muoveva, mi ha fatto indurire ancora di più. Non ce la facevo più a trattenermi. Mi sono slacciato i pantaloni con una mano, liberando il mio sesso già duro e teso, e l’ho sfregato contro di lei, mescolando il cioccolato appiccicoso con la sua umidità.

“Lo vuoi?” ho chiesto, guardandola dritto negli occhi.

“Sì, cazzo, lo voglio,” ha risposto, con la voce roca. “Ma fai in fretta, ti prego.”

Non ho aspettato. L’ho penetrata con una spinta decisa, sentendo il calore stretto del suo corpo avvolgermi. Il tavolo ha scricchiolato sotto di noi, il legno appiccicoso di cioccolato che si attaccava alle sue cosce e al mio stomaco. Ho iniziato a muovermi, prima piano, poi più forte, mentre lei si aggrappava alle mie spalle, le unghie che mi graffiavano attraverso la maglietta. Ogni spinta era un misto di attrito e scivolamento, il cioccolato che rendeva tutto più bagnato, più sporco. L’odore dolce e appiccicoso si mescolava a quello del nostro sudore, riempiendo la piccola cucina.

“Ti piace così, eh?” ho detto, ansimando. “Essere scopata su un tavolo mentre fuori ridono tutti?”

“Sì… sì, mi piace,” ha risposto tra un gemito e l’altro. “Ma se ci beccano sono morta…”

“Non ci beccano. E se ci beccano, peggio per loro.” Ho accelerato il ritmo, spingendo più a fondo, sentendo il suo corpo tremare sotto di me. Le ho preso una gamba e l’ho sollevata, appoggiandola sulla mia spalla, per entrare ancora meglio. La posizione la apriva di più, e ogni spinta sembrava colpirla in un punto che la faceva gemere più forte. Ho dovuto tapparle la bocca con una mano, le dita ancora sporche di cioccolato, per soffocare i suoi suoni.

“Ssh, zitta,” ho sussurrato, ma non riuscivo a smettere di muovermi. Il suono dei nostri corpi che sbattevano l’uno contro l’altro, il tavolo che cigolava, il respiro affannoso di Giulia – tutto mi stava portando al limite. Ho sentito il calore crescere dentro di me, ma non volevo ancora finire. Ho rallentato un attimo, tirandomi indietro per guardarla: il suo seno ancora sporco di cioccolato, le cosce appiccicose, il viso arrossato e gli occhi pieni di un misto di vergogna e desiderio.

“Girati,” le ho detto, con la voce rauca. “Voglio vederti da dietro.”

Lei ha esitato un istante, guardandosi verso la porta chiusa, ma poi si è voltata, appoggiando i gomiti sul tavolo e sollevando il sedere verso di me. La vista era incredibile: le sue curve sporche di cioccolato, la pelle lucida di sudore, le strisce appiccicose che colavano lungo le sue gambe. Ho preso altra cioccolata dalla ciotola, ormai quasi vuota, e gliel’ho versata sulla schiena, guardandola scivolare lungo la spina dorsale fino al solco tra le natiche. Poi mi sono chinato e ho leccato, assaporando ogni centimetro, mentre lei tremava sotto la mia lingua.

“Marco, basta… non ce la faccio più…” ha sussurrato, ma il suo tono era una supplica per continuare. Mi sono rialzato, afferrandola per i fianchi, e l’ho penetrata di nuovo, stavolta da dietro. La sensazione era diversa, più stretta, più intensa, e ogni spinta la faceva sobbalzare in avanti, il tavolo che sbatteva contro il muro. Il rumore era troppo forte, lo sapevo, ma non riuscivo a fermarmi. Il cioccolato si mescolava al nostro sudore, rendendo tutto scivoloso, appiccicoso, un casino totale.

“Sto per venire,” ha detto lei, con la voce spezzata. “Non fermarti, ti prego…”

“Nemmeno io mi fermo,” ho risposto, sentendo il calore montare dentro di me. Ho accelerato, spingendo con tutto quello che avevo, mentre le sue mani si aggrappavano al bordo del tavolo, le nocche bianche per la forza. Il suo corpo si è teso, un gemito strozzato le è sfuggito dalla gola, e ho sentito i suoi muscoli stringersi intorno a me, pulsando. È stato troppo. Con un’ultima spinta, sono venuto dentro di lei, un’ondata di calore che mi ha fatto quasi perdere l’equilibrio. Mi sono chinato su di lei, ansimando, mentre il nostro respiro pesante riempiva la stanza.

Siamo rimasti così per qualche secondo, il tavolo sporco sotto di noi, il cioccolato ovunque sulla nostra pelle e sui vestiti. Poi, lentamente, ci siamo staccati. Giulia si è voltata, con il viso arrossato e i capelli in disordine, e mi ha guardato con un misto di incredulità e imbarazzo. “Siamo pazzi,” ha detto, tirandosi su i jeans con mani tremanti. “Se qualcuno entra ora, non so cosa dire.”

“Diremo che abbiamo fatto un casino col dolce,” ho risposto, ridendo piano mentre mi sistemavo i pantaloni. “Non è una bugia, no?”

Lei ha scosso la testa, cercando di pulirsi alla meglio con un tovagliolo, ma il cioccolato era ovunque. “Sei un disastro, Marco. Non so come ho fatto a lasciarmi convincere.”

“Perché ti è piaciuto,” ho detto, dandole un bacio veloce sulle labbra, ancora appiccicose di cioccolato. “E lo sai.”

Abbiamo provato a sistemare la cucina, ma era un’impresa impossibile. Il tavolo era un campo di battaglia, la ciotola vuota, i nostri vestiti macchiati. Quando siamo tornati in salotto, con una scusa qualsiasi e un dolce improvvisato fatto con quello che restava, gli altri non hanno notato nulla. O almeno, così sembrava. Ma ogni volta che guardavo Giulia, vedevo quel sorrisetto sulle sue labbra, e sapevo che entrambi stavamo pensando alla stessa cosa: al cioccolato sul tavolo, e a quanto ci eravamo spinti oltre.

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