Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Voglio il tuo culo, professoressa

Voglio il tuo culo, professoressa

05 Marzo 2026·5 min di lettura

Eccomi qua, a quarant’anni, a scrivere questa roba come se fossi una ragazzina che confessa i suoi peccati. Non so nemmeno perché lo faccio, ma ho bisogno di sfogarmi. Mi chiamo Laura, sono una prof di lettere che dà ripetizioni private per arrotondare. Non sono una santa, ma nemmeno una di quelle che cercano guai. Eppure, con Matteo, un ragazzo di ventun anni che ho preso sotto la mia ala per prepararlo all’esame di maturità, ho fatto un casino che non riesco a togliermi dalla testa.

Tutto è iniziato in un pomeriggio di fine maggio, nella mia cucina, che uso come stanza per le lezioni. Matteo è uno di quelli che è stato bocciato un paio di volte, un tipo che sembra non fregargli niente di niente, ma che ha uno sguardo che ti trapassa. Alto, spalle larghe, tatuaggi sulle braccia, sempre con quella maglietta aderente che ti fa capire che sotto c’è un fisico niente male. Io, beh, non sono una modella, ma ho le mie curve, un culo che ancora regge e un seno che attira gli sguardi, anche se cerco di nasconderlo con maglie accollate. Quel giorno, mentre gli spiegavo Manzoni, lui mi fissava con un sorrisetto strafottente. “Prof, ma lei non si stanca mai di ’ste cazzate vecchie?” mi ha detto, appoggiandosi indietro sulla sedia. Io ho cercato di mantenere la calma, ma dentro sentivo un calore strano, un misto di fastidio e… curiosità. Non so, forse era da troppo che non avevo un uomo, forse era quel suo modo di fare da sbruffone che mi stuzzicava. Gli ho detto di stare attento a come parla, ma lui ha riso e ha fatto scivolare la mano sul tavolo, vicino alla mia. “Tranquilla, Laura, non mordo mica,” ha detto, guardandomi dritto negli occhi. Ho sentito un brivido, ma ho fatto finta di niente, anche se il cuore mi batteva forte. Dentro di me pensavo: “Ma che cavolo sto facendo? Questo è un ragazzo, potrei essere sua madre.” Eppure, non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso.

Nei giorni successivi, la tensione è salita. Lui continuava a provocarmi, con battute sempre più spinte. Tipo: “Prof, ma sotto quel maglione cosa nascondi? Fammi vedere un po’.” Io arrossivo, balbettavo, cercavo di riportare il discorso sullo studio, ma dentro mi sentivo accaldata, con una voglia che non provavo da anni. Un giorno, mentre gli correggevo un compito, si è avvicinato troppo, la sua spalla contro la mia. Sentivo il suo respiro, il suo odore di sudore misto a deodorante. Ho avuto un impulso di tirarmi indietro, ma non l’ho fatto. Lui ha posato una mano sulla mia coscia, sotto il tavolo. “Matteo, smettila,” ho sussurrato, ma la voce mi tremava. Lui ha stretto un po’ di più, ghignando. “Non dire cazzate, Laura, lo vuoi anche tu.” Ero un fascio di nervi, combattuta tra il dire di no e il lasciarmi andare. Alla fine, non ho detto niente, e la sua mano è salita un po’ di più.

Quel pomeriggio, dopo l’ennesima battuta, abbiamo smesso di fingere. Eravamo ancora in cucina, i libri sparsi sul tavolo. Lui si è alzato, si è messo dietro di me e mi ha posato le mani sulle spalle. “Dai, prof, rilassati,” ha detto, massaggiandomi piano. Io avrei dovuto fermarlo, ma le sue mani erano calde, forti, e io ero stanca di fare la brava. Mi sono lasciata andare contro lo schienale della sedia, chiudendo gli occhi. Lui ha iniziato a scendere con le mani, sfiorandomi il collo, poi scivolando sotto il maglione. Sentivo il suo fiato sul mio orecchio mentre mi sussurrava: “Sei una bomba, lo sai?” Mi ha tirato su dalla sedia, mi ha girato verso di lui e mi ha baciato, con una foga che mi ha spiazzato. La sua lingua nella mia bocca, le sue mani che mi stringevano il culo. Io non ci capivo più niente, lo baciavo indietro, gli tiravo i capelli. Ci siamo spostati verso il divano del salotto, inciampando nei mobili. Mi ha tolto il maglione, mi ha slacciato il reggiseno, e ha iniziato a succhiarmi i capezzoli, mordicchiandoli piano. Io gemevo, con le mani nei suoi jeans, sentendo quanto era duro. Lui mi ha sfilato i pantaloni, mi ha fatto sdraiare sul divano e ha iniziato a toccarmi tra le gambe, prima sopra le mutandine, poi dentro. “Cazzo, sei fradicia,” ha detto, e io mi vergognavo ma allo stesso tempo ero eccitata da morire. Mi ha leccato, lento, con la lingua che si muoveva in cerchio, e io mi contorcevo, stringendo le lenzuola del divano. “Matteo, basta, non ce la faccio più,” gli ho detto, e lui ha alzato la testa, con un sorriso da bastardo. “Aspetta, prof, che non ho ancora finito.”

Poi si è spogliato, tirando fuori un cazzo che, cazzo, non mi aspettavo. Mi ha fatto mettere a pancia in giù sul divano, con il culo per aria. Io tremavo, ma lo volevo. Mi ha accarezzato le chiappe, poi ha iniziato a leccarmi anche lì, e io mi sentivo una porca, ma non riuscivo a dire di no. “Ti piace, eh, troietta mia?” mi ha sussurrato, e quelle parole mi hanno fatto andare fuori di testa. Ha preso un po’ di saliva, me l’ha spalmata e ha iniziato a spingere con le dita, piano, preparandomi. Io gemevo, un misto di paura e voglia. Poi si è posizionato dietro di me, con una mano mi teneva i fianchi, con l’altra guidava il cazzo. “Rilassati, Laura, che ora ti sfondo per bene,” ha detto, e ha iniziato a spingere, piano ma deciso. Sentivo un bruciore, ma anche un piacere assurdo. Quando è entrato tutto, ha iniziato a muoversi, prima lento, poi più forte, sbattendomi contro il divano. Io urlavo, gli dicevo “Sì, cazzo, più forte,” e lui mi insultava, mi diceva “Sei una puttana, prof, guarda come ti piace nel culo.” Ogni parola era una botta in più, mi faceva sentire sporca ma viva. Sentivo il suo fiato caldo sull’orecchio, i suoi grugniti, l’odore del suo sudore misto al mio. Mi ha tirato i capelli, mi ha sculacciato, e io sono venuta, tremando tutta, mentre lui continuava a pompare finché non è uscito e mi è venuto sulla schiena, ansimando come un animale.

Dopo, ci siamo accasciati sul divano, sudati e sfiniti. Io mi sentivo in colpa, ma anche… soddisfatta, in un modo che non provavo da anni. Lui mi ha guardato, ha riso e ha detto: “Prof, sei una sorpresa.” Io non ho risposto, mi sono rivestita in silenzio, con la testa che girava. Gli ho detto che non doveva succedere più, che era stato un errore. Lui ha annuito, ma con quel sorrisetto che diceva tutto il contrario.

Lascia un commento