La dottoressa pezza da piedi
Mi chiamo Laura, ho trentotto anni e sono una cardiologa. Lavoro in una clinica privata da dieci anni, e in tutto questo tempo ho sempre mantenuto un contegno impeccabile. tailleur grigio, capelli raccolti in una crocchia ordinata, occhiali sottili sul naso. La professionalità è tutto per me. Non mi lascio mai andare, non con i pazienti, non con i colleghi. Ma quel giorno, qualcosa è cambiato.
Era un martedì pomeriggio, l’ultimo appuntamento della giornata. Sulla scheda c’era scritto “Marco Rossi, 32 anni, controllo di routine post-infortunio”. Niente di complicato. È entrato nello studio con un sorriso sfacciato, una maglietta aderente che metteva in mostra i muscoli definiti del torace e un paio di pantaloni da ginnastica. Capelli corti, neri, un velo di barba incolta. Era il tipo che si vede subito: uno che passa ore in palestra, che sa di essere attraente e non ha problemi a giocarci.
“Buonasera, dottoressa,” ha detto, sedendosi sulla sedia di fronte alla scrivania. La sua voce era profonda, con un accento lievemente romano che dava alle parole un tono quasi canzonatorio. “Sono qua per farmi controllare il cuore. Spero non me lo rompa.”
Ho sorriso appena, un riflesso professionale. “Non si preoccupi, signor Rossi. Faremo un controllo rapido. Ha avuto sintomi particolari ultimamente? Dolori al petto, affanno?”
“Nah, sto bene. Solo che dopo l’infortunio al ginocchio il coach mi ha detto di fare un controllo, sa, per sicurezza. Però mi sento in forma. Mi alleno sei giorni su sette.”
Ho annuito, scribacchiando qualche nota. “Perfetto. Passiamo alla visita. Si tolga la maglietta, per favore, devo applicare gli elettrodi per l’elettrocardiogramma.”
Si è alzato, ha tirato su la maglietta con un movimento lento, quasi calcolato. Ho distolto lo sguardo per un attimo, concentrandomi sul monitor, ma non ho potuto fare a meno di notare il suo torace scolpito, la pelle leggermente lucida di sudore. Ho deglutito, mantenendo la calma. Non era la prima volta che visitavo un paziente attraente. Sono una professionista.
Dopo aver fissato gli elettrodi e aver controllato il tracciato – tutto nella norma – gli ho detto: “Bene, ora dobbiamo controllare la circolazione periferica. Può togliersi le scarpe e le calze? Devo verificare che non ci siano gonfiori o segni di cattiva circolazione.”
Ha inarcato un sopracciglio, con un sorrisetto che non sono riuscita a decifrare. “Sicura, dottoressa? Sono stato in palestra tutto il giorno. Non voglio farle un torto.”
“Non si preoccupi,” ho risposto secca, con un tono che non ammetteva repliche. “Fa parte della visita.”
Si è chinato, ha slacciato le sneakers e se le è sfilate, seguite dai calzini. Un’ondata di odore mi ha colpito all’istante. Forte, pungente, un misto di sudore e pelle maschile che mi ha preso alla sprovvista. Non so perché, ma il cuore mi è schizzato in gola. Ho sentito un calore improvviso tra le gambe, una reazione che non riuscivo a controllare. Ho serrato le labbra, cercando di mantenere la compostezza, ma le guance mi si sono scaldate. Lui se n’è accorto. Lo vedevo dal modo in cui i suoi occhi si sono socchiusi, da quel sorriso che si allargava piano.
“Qualcosa non va, dottoressa?” ha chiesto, con un tono che trasudava malizia. Si è appoggiato allo schienale della sedia, incrociando le braccia. “Mi sembra un po’… agitata.”
“Sto benissimo,” ho ribattuto, ma la mia voce è uscita meno ferma di quanto volessi. Ho abbassato lo sguardo sui suoi piedi, grandi, con le dita lunghe e le unghie curate, ma visibilmente sudati, con la pelle che luccicava sotto la luce fredda dello studio. L’odore era ancora lì, invadente, e invece di disgustarmi mi stava facendo girare la testa.
“Non mi sembra,” ha detto, sporgendosi in avanti. “Sai che c’è? Secondo me ti piace. Ti piace questo odore, vero? Non fare finta.”
Ho aperto la bocca per protestare, ma le parole non sono uscite. Lui si è alzato, lento, dominando lo spazio con la sua presenza. “Avanti, non c’è bisogno di fare la santarellina. Lo vedo come mi guardi. Come guardi i miei piedi. Vieni qua.”
Non so perché non l’ho fermato. Avrei dovuto dirgli di smetterla, di sedersi, di andarsene. Invece, quando mi ha fatto cenno di avvicinarmi, ho sentito le gambe muoversi da sole. Mi sono ritrovata a pochi centimetri da lui, il cuore che mi martellava nel petto. L’odore era ancora più forte ora, un misto di sudore e calore che mi avvolgeva.
“Guardami negli occhi,” ha detto, la voce bassa, autoritaria. “E ora, inginocchiati.”
Ho esitato, ma solo per un istante. Poi, come se fossi sotto ipnosi, mi sono abbassata, posando le ginocchia sul pavimento freddo dello studio. Lui ha appoggiato un piede sulla mia coscia, pesante, caldo. La pelle era umida contro il tessuto della mia gonna.
“Brava,” ha mormorato, con un ghigno. “Ora fai quello che vuoi fare da quando mi hai visto. Lecca. Lentamente. Voglio sentirti.”
Ho sentito un’ondata di vergogna, ma anche un desiderio che mi bruciava dentro. Ho abbassato la testa, le labbra che sfioravano la pelle del suo piede. Il sapore era salato, intenso, un misto di sudore e carne che mi ha fatto rabbrividire. Ho chiuso gli occhi, lasciando che la lingua scivolasse lungo l’arco del piede, sentendo ogni ruga, ogni piega.
“Dimmi quanto ti piace,” ha ordinato, la voce tagliente. “Dillo, dottoressa. Voglio sentirlo dalla tua bocca.”
“Mi piace,” ho sussurrato, la voce tremante, le guance in fiamme. “Mi piace il sapore. È… forte, caldo. Mi piace.”
“Brava,” ha ridacchiato, spingendo il piede più vicino alla mia faccia. “Lecca tra le dita, ora. Non trascurare niente. Fammi vedere quanto sei brava a servire.”
Ho obbedito, la lingua che scivolava tra le sue dita, assaporando ogni traccia di sudore, ogni angolo di pelle. L’odore mi riempiva i polmoni, un misto di mascolinità grezza che mi faceva girare la testa. Sentivo il calore del suo piede contro il mio viso, la sua risata bassa sopra di me. “Sei proprio una brava dottoressa, eh? Ti piace fare la serva. Ripetilo.”
“Mi piace fare la serva,” ho detto, la voce spezzata, mentre continuavo a leccare, sentendo la pelle ruvida contro la lingua. Il sapore era sempre più intenso, ma non riuscivo a fermarmi. Non volevo fermarmi.
Dopo qualche minuto, mi ha afferrato per i capelli, tirandomi su con una forza controllata ma decisa. “Basta coi piedi, per ora. Alzati. Voglio vedere come stai sotto quel tailleur da santarella.”
Mi sono alzata, le gambe che tremavano, il cuore che batteva all’impazzata. Lui ha fatto un passo indietro, guardandomi dall’alto in basso con un’espressione predatoria. “Spogliati. Lentamente. Fammi vedere tutto.”
Ho slacciato i bottoni della giacca, lasciandola cadere a terra, poi ho fatto scivolare via la camicetta, rivelando il reggiseno nero di pizzo che indossavo sotto. I suoi occhi si sono accesi, un sorrisetto che gli increspava le labbra. “Non male, dottoressa. Continua.”
Ho tirato giù la gonna, lasciandola cadere intorno alle caviglie, restando in lingerie e tacchi. Lui si è avvicinato, le sue mani che mi sfioravano i fianchi, ruvide e calde. “Girati,” ha detto, spingendomi verso la scrivania. Mi ha fatto appoggiare le mani sul bordo, piegandomi in avanti. Sentivo il suo respiro sul collo, il suo corpo premuto contro il mio. La sua erezione era evidente, dura contro il mio sedere attraverso i pantaloni.
“Ti piace essere comandata, vero?” ha sussurrato, mentre le sue mani scivolavano sotto il bordo delle mutandine, abbassandole fino a farle cadere a terra. “Rispondi.”
“Sì,” ho ansimato, sentendo le sue dita sfiorarmi tra le gambe, esplorando con una lentezza crudele. Ero bagnata, imbarazzantemente bagnata, e lui l’ha notato subito.
“Guarda qua,” ha riso, tirando indietro la mano per mostrarmi le dita lucide. “Sei fradicia. Ti eccita fare la pezza-da-piedi per me, eh? Dillo.”
“Sì, mi eccita,” ho detto, la voce roca, mentre sentivo il suo tocco tornare, più insistente, le dita che scivolavano dentro di me, due alla volta, riempiendomi con un ritmo lento ma deciso. Ho stretto i denti, un gemito che mi sfuggiva dalle labbra. Il suono del suo respiro, pesante, era vicino al mio orecchio, insieme al rumore umido delle sue dita che si muovevano.
“Brava,” ha detto, tirando fuori le dita e dandomi una leggera pacca sul sedere. “Ora ti faccio vedere cosa succede a chi si comporta bene.”
Ho sentito il rumore della cintura che si slacciava, poi il fruscio dei pantaloni che cadevano a terra. Mi ha afferrato per i fianchi, posizionandosi dietro di me. Quando è entrato, è stato lento ma deciso, riempiendomi completamente. Era grande, largo, e ho sentito ogni centimetro mentre si spingeva dentro, il mio corpo che si adattava a lui con un misto di dolore e piacere. Ho ansimato, stringendo il bordo della scrivania, le unghie che graffiavano il legno.
“Ti piace, vero?” ha detto, iniziando a muoversi, un ritmo costante che mi faceva sobbalzare a ogni spinta. “Dimmi quanto ti piace averlo dentro.”
“Mi piace,” ho gemuto, la voce spezzata dal ritmo delle sue spinte. “È grosso, lo sento tutto. Non smettere.”
“Non smetto, tranquilla,” ha riso, accelerando, le sue mani che mi stringevano i fianchi con forza. Sentivo il calore della sua pelle contro la mia, il suono dei nostri corpi che si scontravano, il suo respiro affannoso che si mescolava ai miei gemiti. L’odore del suo sudore era ancora nell’aria, mischiato a quello del sesso, un misto che mi mandava fuori di testa.
Mi ha tirato indietro per i capelli, costringendomi a inarcare la schiena, mentre continuava a spingere, più forte, più profondo. “Sei solo una dottoressa pezza-da-piedi,” ha sussurrato al mio orecchio, la voce carica di disprezzo e desiderio. “Lo sai, vero? Una che si eccita a leccarmi i piedi e a farsi sbattere sulla scrivania. Ripetilo.”
“Sono una pezza-da-piedi,” ho detto, quasi senza fiato, il piacere che mi travolgeva a ogni parola. “Sono la tua pezza-da-piedi.”
“Brava,” ha ringhiato, una mano che scivolava davanti, tra le mie gambe, stimolandomi mentre continuava a muoversi dentro di me. Il doppio piacere era insostenibile, sentivo il calore crescere, un’onda che si accumulava dentro di me. I suoi movimenti erano sempre più veloci, il suono delle sue spinte che riempiva la stanza, insieme ai miei gemiti sempre più alti.
“Ci sono quasi,” ha detto, la voce tesa, le sue mani che mi stringevano con più forza. “E tu? Stai per venire, pezza-da-piedi? Dimmi.”
“Sì,” ho ansimato, sentendo il piacere raggiungere il culmine, un’esplosione che mi ha attraversato il corpo, facendomi tremare contro la scrivania. Lui ha spinto ancora, una, due volte, poi si è tirato fuori con un grugnito, lasciando un calore umido sulla mia schiena mentre si svuotava.
Siamo rimasti fermi per un momento, il respiro pesante, il silenzio rotto solo dal suono del nostro affanno. Poi si è tirato su i pantaloni, dandomi un’ultima pacca sul sedere. “Brava, dottoressa. Sei stata… utile. Ci vediamo al prossimo controllo.”
Non ho detto nulla, ancora appoggiata alla scrivania, il corpo che tremava leggermente. L’ho guardato rivestirsi, prendere le sue scarpe e uscire dallo studio con quel sorrisetto che non dimenticherò mai. Ero un disastro, fisicamente ed emotivamente, ma una parte di me, quella che non voglio ammettere, sapeva che avrei aspettato con ansia quel prossimo controllo.
