Racconti Piccanti
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Giochi con i piedi (parte 3)

Giochi con i piedi (parte 3)

25 Marzo 2026·10 min di lettura

Il tardo pomeriggio estivo si trascinava pigro nel salotto dell’appartamento condiviso. La luce calda filtrava appena dalle persiane abbassate, posandosi sul divano vecchio e logoro dove Luca, Davide e Lorenzo erano seduti. Il pavimento di piastrelle sotto i loro piedi nudi era fresco, ma l’aria era densa, appiccicosa di calore. Un ventilatore scricchiolava in un angolo, muovendo appena l’aria, mentre l’odore acre del sudore estivo si mescolava a quello del tessuto usurato del divano. Luca era incastrato al centro, con le spalle curve e le guance già tinte di un rosso acceso, come se sapesse che la serata avrebbe preso una piega che lo avrebbe fatto tremare ancora di più. Davide, alla sua sinistra, aveva una gamba appoggiata sullo schienale, il piede nudo che dondolava con noncuranza vicino alla spalla di Luca. Lorenzo, dall’altro lato, era più composto, seduto con le gambe incrociate, ma i suoi occhi tradivano una curiosità crescente, un guizzo che non riusciva a nascondere.

“Allora, Luchetto,” esordì Davide con quel tono beffardo che sembrava sempre sul punto di scoppiare in una risata. “Stasera ci vogliamo divertire un po’ di più, eh? Che dici, sei pronto a fare il nostro giochino come si deve?” Fece oscillare il piede vicino al viso di Luca, le dita che si muovevano lente, quasi a provocarlo. L’odore pungente del sudore estivo arrivò alle narici del ragazzo, che abbassò lo sguardo, le mani che gli tremavano appena sulle ginocchia.

“Io… non lo so,” mormorò Luca, la voce già incerta, come se ogni parola gli costasse uno sforzo. Il rossore sulle sue guance si intensificò, e un lieve tremito gli fece vibrare le labbra. “Cioè… se volete…”

“Se vogliamo?” lo interruppe Davide, alzando un sopracciglio. Scambiò un’occhiata con Lorenzo, che trattenne a stento un sorriso. “Ma guarda che lo facciamo per te, eh. Lo sappiamo che ti piace. Dai, non fare il timido adesso.” Si sporse in avanti, appoggiando il piede direttamente sul bracciolo del divano, proprio davanti al viso di Luca. “Vedi? È tutto pronto. Sdraiati un po’, fai il bravo.”

Luca deglutì a fatica, il pomo d’Adamo che si muoveva nervoso. I suoi occhi si posarono sul piede di Davide: la pianta leggermente arrossata dal calore, le dita lunghe e rilassate, la pelle che brillava di un velo di sudore. L’odore era forte, acre, ma per lui aveva qualcosa di inebriante, qualcosa che gli faceva battere il cuore più veloce. Con un movimento lento, quasi riluttante, si spostò, sdraiandosi sul divano con la testa appoggiata al bracciolo vicino a Davide. La sua posizione lo lasciava vulnerabile, con il viso all’altezza dei piedi di entrambi gli amici. Le guance gli bruciavano, e un tremore leggero gli percorreva le mani mentre le teneva abbandonate lungo i fianchi.

“Ecco, così va bene,” commentò Davide, soddisfatto. Guardò Lorenzo con un sorrisetto complice. “Che dici, Lo’? Cominciamo noi due insieme, stasera? Facciamo vedere a Luchetto come si fa sul serio.”

Lorenzo esitò per un istante, ma poi annuì, un angolo della bocca che si sollevava in un sorriso trattenuto. “Va bene, dai. Tanto per vedere come reagisce.” Si mosse, togliendo una gamba dall’incrocio e appoggiando il piede vicino al viso di Luca. Anche il suo piede aveva quell’odore intenso, salato, che sembrava amplificato dal caldo della stanza. Le dita si mossero appena, quasi un invito.

Luca li guardò alternativamente, il respiro che gli si faceva corto. “Tutti e due?” chiese, la voce che gli usciva in un sussurro strozzato. Il pensiero lo fece arrossire ancora di più, se possibile, e il tremore nelle sue mani si fece più evidente.

“Tutti e due,” confermò Davide con un ghigno. “Non ti vorrai mica tirare indietro adesso, no? Dai, apri bene la bocca. E ricordati: parla, che ti ascoltiamo.” La sua voce grondava ironia, e Lorenzo non poté fare a meno di ridacchiare, scuotendo la testa.

Con un movimento lento, quasi esitante, Luca aprì la bocca, le labbra che tremavano mentre lo faceva. Davide fu il primo a muoversi, spingendo il piede in avanti con calma, le dita che scivolarono oltre le labbra del ragazzo. La sensazione era intensa: la pelle ruvida e calda contro la lingua, il sapore salato che gli inondò il palato, l’odore che gli riempiva le narici. Luca chiuse gli occhi per un istante, un gemito soffocato che gli sfuggì dalla gola mentre cercava di adattarsi. La saliva iniziò a raccogliersi quasi subito, un suono umido e appiccicoso che accompagnava ogni suo respiro.

“Ecco, bravo,” disse Davide, spingendo il piede un po’ più a fondo. Le dita si mossero, sfiorandogli il fondo della gola, e Luca ebbe un sussulto, le guance che si infuocavano ancora di più. “Adesso di’ qualcosa. Tipo… vediamo… ‘Sono bravo a prendermi i piedi in gola’. Dai, forza.”

Luca cercò di parlare, ma le parole gli uscirono biascicate, soffocate dalla presenza invadente del piede di Davide. “S-sho… b-bravo… a p-prendermi… i piedi… in g-gola…” Ogni sillaba era accompagnata da un suono bagnato, un gorgoglio di saliva che gli scivolava lungo il mento. Il rossore sul suo viso era ormai un incendio, e il tremore nel suo corpo si era spostato alle gambe, che si contraevano appena.

Davide scoppiò a ridere, una risata sonora che riempì la stanza. “Ma senti come parla! Sembra che sta recitando una poesia, eh Lo’?” Si voltò verso Lorenzo, che stava osservando la scena con un misto di divertimento e curiosità. “Dai, tocca a te. Vediamo se riesce a dirlo anche col tuo piede.”

Lorenzo alzò un sopracciglio, ma non protestò. Con un movimento lento, avvicinò il piede al viso di Luca, aspettando che Davide ritirasse il suo. Quando lo fece, un filo di saliva rimase appeso tra le dita di Davide e la bocca di Luca, che ansimava leggermente, cercando di riprendere fiato. Ma non ebbe molto tempo: il piede di Lorenzo fu subito lì, le dita che gli sfioravano le labbra prima di spingersi dentro. Il sapore era diverso, meno intenso ma altrettanto salato, e l’odore gli fece girare la testa. La sensazione di pienezza nella gola era quasi soffocante, ma c’era qualcosa in quel disagio che gli faceva battere il cuore all’impazzata.

“Ripeti,” ordinò Lorenzo, la voce più calma rispetto a quella di Davide, ma con una nota di sfida. “Di’ la stessa cosa. ‘Sono bravo a prendermi i piedi in gola’.”

Luca ci provò, la voce ancora più spezzata di prima, ogni parola un pasticcio di suoni umidi e gorgoglii. “S-sho… b-bravo… a… p-pren… dermi… i p-piedi…” La saliva gli colava abbondante lungo il mento, gocciolando sul divano logoro sotto di lui. Il tremore nelle sue mani era incontrollabile, e il rossore sul suo viso sembrava non avere più limiti.

“Non male,” commentò Lorenzo, trattenendo una risata. Guardò Davide con un sorriso. “Che ne pensi? Gli diamo una pausa o alziamo il livello?”

“Alziamo il livello, ovvio,” rispose Davide senza esitazione. Si sporse in avanti, gli occhi che brillavano di una malizia giocosa. “Sai che c’è? Facciamo una cosa nuova. Tutti e due insieme. Che dici, Luchetto? Ce la fai?”

Luca spalancò gli occhi, il respiro che gli si mozzava in gola. “T-tutti e due… insieme?” balbettò, la voce quasi impercettibile. Il solo pensiero gli fece tremare le gambe, e il calore sulle sue guance sembrava bruciargli la pelle.

“Sì, insieme,” confermò Davide, senza dargli il tempo di protestare. “Non ti preoccupare, ci andiamo piano. Apri bene, dai.” E senza aspettare una risposta, avvicinò di nuovo il piede, mentre Lorenzo fece lo stesso dall’altro lato. Luca non ebbe scelta: aprì la bocca il più possibile, le labbra che si tendevano mentre cercava di accogliere entrambi i piedi. La sensazione era travolgente: la gola completamente riempita, il sapore salato che gli inondava i sensi, l’odore così forte che gli faceva girare la testa. Le dita dei due amici si muovevano appena, spingendo contro il fondo della sua gola, e ogni respiro era accompagnato da un suono bagnato, un gorgoglio di saliva che sembrava echeggiare nella stanza.

“Ecco, così,” disse Davide, la voce carica di soddisfazione. “Adesso di’ qualcosa di carino. Tipo… ‘Mi piace essere usato così dai vostri piedi’. Dai, che ti ascoltiamo.”

Luca cercò di parlare, ma le parole erano un disastro, un miscuglio di suoni soffocati e sbiascichii. “M-mi… p-piace… es-sere… u-sato… c-così… d-dai… v-vostri… piedi…” Ogni sillaba era un tormento, accompagnata da un filo di saliva che gli scivolava lungo il collo. Il tremore nel suo corpo era ormai incontrollabile, e il rossore sul suo viso sembrava irradiarsi fino al collo e alle orecchie.

Davide e Lorenzo si scambiarono un’occhiata, entrambi trattenendo a stento una risata. “Senti come si impegna,” commentò Davide, scuotendo la testa. “Quasi commovente, no?”

“Quasi,” rispose Lorenzo, con un sorrisetto. “Dai, facciamogli dire un’ultima cosa. Qualcosa di forte. Tipo… ‘Sono solo una bocca per i vostri piedi’. Che ne pensi?”

“Perfetto,” annuì Davide, gli occhi che brillavano di divertimento. “Forza, Luchetto. Di’ questa: ‘Sono solo una bocca per i vostri piedi’. E mettici il cuore, eh.”

Luca ansimò, la gola che bruciava per lo sforzo, la saliva che gli colava senza sosta lungo il mento e sul petto. Cercò di parlare, la voce ridotta a un sussurro soffocato, ogni parola un’impresa. “S-sho… s-solo… una… b-bocca… p-per… i v-vostri… piedi…” Il suono era patetico, un gorgoglio umido che faceva ridere entrambi gli amici, ma c’era qualcosa nella sua voce, nel suo tremore, che tradiva un piacere profondo, quasi disperato.

“Bravo,” disse Davide, spingendo il piede un po’ più a fondo, come per premiarlo. “Proprio bravo. Lo vedi che ci sai fare?”

La sensazione di pienezza nella gola di Luca era ormai insostenibile. Ogni movimento delle dita di Davide e Lorenzo sembrava amplificare tutto: il sapore, l’odore, il disagio misto a un piacere che gli faceva girare la testa. Il tremore nel suo corpo si trasformò in un’ondata improvvisa, un calore che gli risalì dal basso ventre senza preavviso. Non si era toccato, non aveva fatto nulla, ma bastò quella pressione, quell’umiliazione, il suono delle loro risate e le loro parole a spingerlo oltre il limite. Un gemito strozzato gli sfuggì dalla gola, soffocato dai piedi che ancora gli riempivano la bocca, mentre il suo corpo si contraeva in spasmi incontrollabili. La saliva continuò a colargli lungo il mento, mescolandosi al sudore che gli imperlava la fronte, e il rossore sul suo viso sembrò raggiungere un’intensità quasi irreale.

Davide e Lorenzo si fermarono, ritirando i piedi lentamente, un filo di saliva che rimase appeso per un istante prima di spezzarsi. Luca ansimava, sdraiato sul divano, il petto che si alzava e abbassava rapido, le guance ancora infuocate. Non riuscì a guardarli negli occhi, troppo imbarazzato, troppo sopraffatto da quello che era appena successo.

“Beh,” disse Davide, rompendo il silenzio con un tono che oscillava tra il divertito e il sorpreso. “Direi che abbiamo fatto centro, no?” Si pulì il piede sul bordo del divano con noncuranza, poi diede una pacca sulla spalla di Luca. “Tutto bene, Luchetto? Non ti sei mica rotto, vero?”

Luca scosse la testa, la voce che gli usciva roca e spezzata. “N-no… sto… sto bene.” Ma il tremore nelle sue mani non era ancora sparito, e il rossore sulle sue guance sembrava non voler diminuire.

Lorenzo lo osservò per un momento, un’espressione indecifrabile sul viso. “Sai,” disse poi, con un tono più morbido del solito, “alla fine non è stato così male. Cioè… per essere una cosa assurda.” C’era una nota di curiosità nella sua voce, come se stesse ancora cercando di capire cosa avesse provato davvero.

Davide annuì, un sorrisetto che gli incurvava le labbra. “Già. Non so se lo rifarei tutti i giorni, ma… diciamo che è stato interessante.” Guardò Luca, che ancora non osava alzare lo sguardo. “E tu, eh? Ti sei divertito, no? Non fare finta di niente, ti abbiamo visto.”

Luca deglutì a fatica, le labbra che si muovevano appena come se volesse dire qualcosa, ma non ci riuscì. Alla fine, annuì appena, un movimento quasi impercettibile, ma sufficiente a far ridere Davide di nuovo.

“Ecco, lo sapevo,” disse, dando un colpetto sulla gamba di Luca. “Dai, rilassati. Non c’è niente di cui vergognarsi. Qua siamo tutti sulla stessa barca, più o meno.”

Il silenzio che seguì non era pesante, ma carico di una strana complicità. Luca, ancora sdraiato sul divano, sentiva il cuore battergli più lento, il tremore che finalmente si placava. Non sapeva se avrebbe mai smesso di arrossire ogni volta che ci avrebbe ripensato, ma c’era qualcosa di liberatorio in quel momento, qualcosa che lo faceva sentire un po’ meno solo. Davide e Lorenzo, seduti ai suoi lati, sembravano rilassati, come se avessero trovato un equilibrio in quella dinamica assurda, un gioco che li aveva sorpresi tutti e tre.

La luce del tardo pomeriggio si affievoliva, e il ventilatore continuava a scricchiolare in sottofondo. Sul divano logoro, i tre rimasero in silenzio, ognuno perso nei propri pensieri. Forse non tutto era stato detto, forse c’era ancora qualcosa da scoprire su quello che provavano davvero. Ma per ora, andava bene così.

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