Sei perfetto così
Mi chiamo Paolo, ho 22 anni e da qualche mese vivo a casa di mio cugino Alex, che di anni ne ha 23. Lui studia all’Accademia di Belle Arti e mi ha affittato una stanza nel suo appartamento, un posto un po’ caotico pieno di tele, pennelli e strani oggetti che usa per i suoi progetti artistici. È un tipo creativo, a volte troppo, ma ci intendiamo bene. Pago poco, e questo mi permette di risparmiare mentre cerco di mettere insieme qualche soldo con lavoretti saltuari. Insomma, una vita normale, fino a quando Alex non mi ha fatto quella proposta assurda.
Era un martedì pomeriggio, stavo tornando a casa dopo aver fatto un paio di consegne per un ristorante vicino. Entrato in casa, ho trovato Alex nel suo studio, un angolo dell’appartamento che ha trasformato in un vero e proprio laboratorio, con cavalletti, luci e un odore persistente di trementina. Era seduto su uno sgabello, con una matita in mano e un blocco pieno di schizzi. Mi ha guardato con un’espressione che già sapevo significava guai.
“Paolo, ho bisogno di un favore. Un grosso favore,” ha detto senza girarci troppo intorno.
“Che tipo di favore?” ho chiesto, appoggiando lo zaino sul pavimento e incrociando le braccia. Con Alex, meglio stare sempre sul chi va là.
“Sto lavorando a un progetto per l’Accademia. Il tema è la vergogna. Voglio fare una serie di ritratti e installazioni, qualcosa di forte, che colpisca. E mi serve un modello. Tu.”
Io? Un modello? Ho sollevato un sopracciglio. “E cosa dovrei fare? Posare con una mela in testa o roba del genere?”
Ha riso, ma c’era qualcosa di serio nei suoi occhi. “No, niente mele. Dovresti posare nudo. Con altri due ragazzi vestiti da gladiatori. Loro in pose eroiche, tu… beh, in pose che rappresentino l’imbarazzo, la vergogna. È un contrasto, capisci? L’idea è che il tuo volto debba trasmettere tutto. Non è solo una posa, è un’espressione. Ci lavoreremo un intero pomeriggio.”
Sono rimasto a bocca aperta. Nudo? Con due tizi vestiti da guerrieri? “Aspetta, aspetta un attimo. Nudo? E perché proprio io? Non puoi trovare qualcun altro?”
“Perché mi fido di te. E poi, guarda, ti faccio un’offerta che non puoi rifiutare: se lo fai, ti regalo sei mesi di affitto. Gratis. Non paghi un centesimo.”
Sei mesi di affitto. Ho fatto due conti veloci: era una cifra che non potevo ignorare. Ma nudo, davanti a due sconosciuti, per un intero pomeriggio? “Alex, sei serio? Sei mesi sono un sacco di soldi. Perché così tanto?”
“Perché non è una cosa semplice. So che ti sto chiedendo molto. Le pose saranno… imbarazzanti. Non è solo stare fermo. Voglio che tu ti senta davvero a disagio, che si veda sul tuo viso. È l’anima del progetto. Allora, ci stai?”
Ho esitato. Alla fine, però, i soldi hanno vinto. “Va bene. Ma se diventa troppo strano, io mollo, chiaro?”
“Chiaro. Grazie, Paolo. Sei un salvatore.”
Due giorni dopo, ero nello studio di Alex, con un asciugamano intorno alla vita, mentre lui sistemava le luci e i fondali. I due ragazzi che avrebbe usato come gladiatori erano già lì, due tipi muscolosi, uno sulla trentina e l’altro più giovane, con facce da palestra. Indossavano costumi da guerrieri romani, con corazze di plastica e spade finte. Mi guardavano con un sorrisetto che già mi faceva sentire una merda.
“Ok, Paolo,” ha detto Alex, “togliti l’asciugamano. Cominciamo con una posa semplice. Mettiti in ginocchio, con le mani davanti, come se stessi implorando. E loro due staranno in piedi, con le spade alzate, tipo trionfatori. Tu guarda in basso, vergognoso. Forza.”
Ho fatto un respiro profondo e ho lasciato cadere l’asciugamano. Sentivo il freddo del pavimento sotto le ginocchia e il peso degli sguardi di quei due. Mi sono messo in posizione, con le mani davanti e la testa china. Sentivo il sangue salire al viso.
“Non male,” ha detto Alex, scattando qualche foto per studiare l’espressione. “Ma non ci siamo ancora. Non vedo abbastanza vergogna. Devi sentirti esposto, Paolo. Più vulnerabile. Proviamo un’altra posa. Mettiti a quattro zampe, con il culo un po’ alzato. Loro due ti punteranno le spade come se ti stessero sconfiggendo.”
“Ma che cazzo, Alex?” ho protestato, alzando lo sguardo. “Sul serio?”
“Sì, sul serio. Dai, non fare storie. È per l’arte.”
Ho sbuffato, ma mi sono messo in posizione. Sentivo i muscoli delle cosce tirare e il pavimento freddo sotto le mani. I due gladiatori hanno riso piano tra loro, e uno ha mormorato qualcosa all’altro. Non ho capito cosa, ma il tono mi ha fatto stringere i denti.
“Ragazzi, basta risate. Concentratevi,” ha detto Alex, seccato, mentre aggiustava l’angolazione della macchina fotografica. “Paolo, non va ancora bene. Sembri solo arrabbiato, non imbarazzato. Ho un’idea. Aspetta un attimo.”
È andato verso un cassetto e ha tirato fuori una scatolina. Quando l’ha aperta, ho visto un oggetto nero, lucido, a forma di cono. Un plug. Ho sentito un nodo allo stomaco.
“Che cazzo è quello, Alex?” ho chiesto, con la voce che tremava.
“È per aiutarti a entrare nel mood. Ti metterai questo. Fidati, cambierà tutto. La vergogna sarà reale. Dai, non fare il difficile.”
“Non ci credo. Vuoi davvero che mi metta quella cosa nel culo davanti a questi due?”
“Sì. È per il progetto. Non ti sto chiedendo niente di assurdo, solo di spingerti oltre. Forza.”
Ho stretto i pugni, ma alla fine ho annuito. Alex mi ha passato il plug e un flaconcino di lubrificante. Mi sono girato, con le guance che bruciavano, e ho fatto come mi aveva detto. Sentire quel freddo metallo scivolare dentro di me è stato strano, umiliante. Mi sono rimesso a quattro zampe, e il disagio era così forte che quasi non riuscivo a guardare davanti a me.
“Perfetto,” ha detto Alex. “Ora sì che ci siamo. Ragazzi, puntategli le spade contro. Paolo, guarda verso di loro, con la testa bassa. Voglio vedere umiliazione.”
I due gladiatori si sono messi in posizione, ma non riuscivano a smettere di ridacchiare. “Cazzo, guardalo,” ha detto il più giovane, con un ghigno. “Sembra che stia per piangere.”
“Sta’ zitto,” ha ringhiato Alex. “Se non vi date una calmata, vi mando via. Concentratevi.”
Proprio in quel momento, il telefono di Alex ha squillato. Ha guardato lo schermo, ha imprecato sottovoce e ha detto: “Devo rispondere. È importante. Torno tra dieci minuti. Non fate casini.”
È uscito dallo studio, lasciandomi lì, nudo, con quel plug dentro di me e quei due idioti che mi fissavano. Non appena la porta si è chiusa, il più vecchio dei due ha fatto un passo avanti, con un sorriso che non prometteva niente di buono.
“Beh, guarda un po’,” ha detto, incrociando le braccia. “Siamo solo noi tre ora. Che ne dici, ti senti ancora più umiliato?”
“Lasciatemi stare,” ho mormorato, cercando di mantenere la posizione senza guardarli negli occhi.
“Non fare il timido,” ha detto l’altro, avvicinandosi. “Sai, con quel coso nel culo, sembri proprio una troietta. Che ne pensi, Marco? Gli diamo una lezione da gladiatori?”
Marco, il più vecchio, ha riso. “Sì, direi di sì. Vieni qua, ragazzino. Fammi vedere quanto sei bravo a implorare.”
Ho cercato di alzarmi, ma Marco mi ha spinto giù con un piede sulla schiena. “Resta lì. Non ti muovere.”
Il cuore mi batteva all’impazzata, ma non so perché, una parte di me non voleva davvero opporsi. Sentivo il plug dentro di me, il freddo del pavimento, il loro odore di sudore misto alla plastica dei costumi. Marco si è slacciato la cintura del costume, lasciando cadere la parte inferiore. Il suo cazzo era già mezzo duro, grosso, con vene che spiccavano sotto la luce dello studio. Era lungo, forse venti centimetri, e spesso. L’ho fissato per un attimo, incapace di distogliere lo sguardo.
“Lo vuoi, vero?” ha detto, con un tono che non lasciava spazio a dubbi. “Apri la bocca, forza. Fammi vedere come sai fare.”
Ho esitato, ma il più giovane, che si chiamava Luca, mi ha afferrato per i capelli, tirandomi la testa indietro. “Non fare lo schizzinoso. Tanto lo sappiamo che ti piace. Dai, succhia.”
Ho aperto la bocca, e Marco me l’ha infilato dentro senza troppi complimenti. Il sapore era salato, forte, con un retrogusto di sudore. Era grosso, mi riempiva la bocca, e sentivo la punta spingere contro il palato. Ho cercato di respirare dal naso mentre lui iniziava a muoversi, spingendo con forza. Ogni colpo mi faceva quasi soffocare, ma allo stesso tempo sentivo un calore strano crescermi dentro, un misto di umiliazione e voglia.
“Cazzo, sì,” ha grugnito Marco. “Guardalo, Luca. Sembra nato per questo. Succhiami più forte, dai.”
Luca rideva, tenendomi ancora per i capelli. “Che puttanella. Scommetto che quel plug gli piace un casino. Vuoi che te lo muova un po’?”
Prima che potessi rispondere, ha allungato una mano e ha iniziato a spingere e tirare il plug, facendolo scivolare dentro e fuori. Ogni movimento mi faceva stringere i muscoli, e un gemito mi è sfuggito dalle labbra, soffocato dal cazzo di Marco.
“Lo senti, eh?” ha detto Luca. “Ti piace essere trattato così. Di’ la verità.”
Ho cercato di parlare, ma Marco ha spinto più a fondo, bloccandomi le parole in gola. “Non parlare, succhia. Cazzo, sei bravo. Ti faccio vedere io come si fa.”
Mi ha scopato la bocca con un ritmo sempre più veloce, mentre Luca continuava a giocare con il plug, spingendolo dentro con forza e poi tirandolo quasi fuori. Sentivo il mio corpo tremare, il pavimento freddo sotto le ginocchia, l’odore di sudore e sesso che mi riempiva le narici. Ogni tanto Marco si fermava, lasciandomi respirare, e mi passava una mano sulla faccia, sporcandomi di saliva.
“Guardati,” ha detto, con un ghigno. “Sei un disastro. Ma ti piace, vero? Di’ che ti piace.”
Ho annuito, incapace di mentire. La mia voce era roca quando ho parlato. “Sì… mi piace.”
Luca ha riso. “Cazzo, Marco, hai sentito? Vuole di più. Dai, facciamo cambio. Voglio provarlo anch’io.”
Si sono scambiati di posto. Luca si è slacciato il costume, tirando fuori un cazzo più corto di quello di Marco, ma più spesso, con una testa rossa e lucida. Me l’ha messo in bocca senza dire una parola, e il sapore era diverso, più acre, quasi pungente. Ha iniziato a spingere subito, con meno pazienza di Marco, mentre l’altro si è messo dietro di me, afferrando il plug e muovendolo con decisione.
“Prendilo tutto,” ha detto Luca, con la voce tesa. “Fino in fondo. Dai, non fare il timido.”
Ho cercato di rilassarmi, lasciando che mi usasse come voleva. Ogni colpo mi faceva sobbalzare, e il plug che Marco continuava a muovere mi mandava ondate di piacere e dolore insieme. Sentivo il mio cazzo duro, che sfregava contro l’aria, senza niente che lo toccasse. Il suono dei loro gemiti, il rumore umido della mia bocca, il mio respiro affannoso: tutto si mescolava in una specie di caos che mi faceva perdere la testa.
“Sto per venire,” ha grugnito Luca dopo un po’. “Dove vuoi che te lo metto, eh? In bocca o in faccia?”
Non ho risposto, non potevo. Marco ha riso dietro di me. “In faccia. Voglio vedere come lo copriamo.”
Luca ha tirato fuori il cazzo dalla mia bocca, masturbandosi velocemente davanti a me. “Apri la bocca, forza. Guardami.”
Ho obbedito, e dopo pochi secondi ha esploso, schizzandomi in faccia. Il liquido caldo mi è colato sugli zigomi, sul naso, sulle labbra. Aveva un odore forte, salato, e un sapore amaro che mi è rimasto in bocca. Subito dopo, Marco si è messo davanti a me, facendo la stessa cosa. Il suo sperma mi ha colpito sulla fronte, scivolando giù lungo le guance. Ero un disastro, con il viso bagnato, appiccicoso, il respiro corto.
Proprio in quel momento, la porta dello studio si è aperta. Alex è rientrato, con il telefono ancora in mano. Si è fermato di colpo, guardandomi. I due gladiatori si sono allontanati di un passo, come se avessero fatto qualcosa di sbagliato, ma Alex non sembrava arrabbiato. Anzi, aveva un’espressione soddisfatta.
“Cazzo, Paolo,” ha detto, avvicinandosi con la macchina fotografica. “Sei perfetto così. Questa è la vergogna che cercavo. Ragazzi, fuori di qui. Ora. Ho quello che mi serve.”
Marco e Luca si sono rivestiti in fretta, uscendo senza dire una parola. Alex mi ha fatto cenno di restare fermo. “Non muoverti. Non pulirti. Voglio scattare così, con la tua faccia… esattamente com’è ora. Questa è arte pura.”
Mi sono sentito ancora più esposto, con il viso coperto di sperma, il plug ancora dentro di me, mentre Alex scattava foto da ogni angolazione. Non so quanto tempo sia passato, ma alla fine ha posato la macchina e mi ha guardato con un sorriso.
“Grazie, Paolo. Questo progetto sarà un successo. Sei stato perfetto.”
Ho annuito, senza dire niente, ancora con il cuore che batteva forte e il viso che bruciava. Non so se fosse vergogna o qualcos’altro, ma in quel momento non mi importava. Ero solo contento che fosse finita. O forse no.
