Vendere la gola (parte 2)
La pioggia non smetteva di cadere mentre camminavo verso casa quella sera, con la busta dei 400 euro che pesava nella tasca del giubbotto. Il sapore di Diego era ancora sulla mia lingua, un retrogusto amaro che non riuscivo a mandar via, nemmeno con l’aria fredda che mi sferzava la faccia. La gola mi bruciava, un dolore sordo che pulsava a ogni respiro. Eppure, mentre infilavo la chiave nella porta del mio monolocale umido, non pensavo solo ai soldi. Pensavo a lui, al suo tono freddo, al modo in cui mi aveva usato come se fossi un oggetto. E, cazzo, una parte di me ci era stata. Non so perché, ma ci avevo pensato tutta la notte, rigirandomi nel letto con quel nodo allo stomaco che non se ne andava.
Il giorno dopo, mentre ero al bar a pulire bicchieri unti per una miseria, il telefono ha vibrato nella tasca dei jeans. Un messaggio. Era lui, Diego. “Ti va di rifarlo? Stessa cifra, 400 euro. Ma stavolta c’è una variante. Se ti interessa, scrivimi.” Ho fissato lo schermo per un momento, con le mani ancora bagnate di schiuma. Una variante? Non sapevo cosa intendesse, ma quei 400 euro erano già un miraggio. Ho risposto con un semplice “Dimmi tutto”, cercando di non sembrare troppo disperato. La sua risposta è arrivata subito, diretta come sempre. “Non sarò solo. Siamo in tre. Io e due amici. Stesso anonimato, stesso passamontagna. Prendi o lasci. Stasera alle 21.” Ho sentito il cuore battermi più forte. Tre. Non uno, ma tre. Ho esitato, ma solo per un secondo. Sono solo 400 euro, mi sono detto. Ho scritto “Ci sto” e ho rimesso il telefono in tasca prima di poterci ripensare.
Quella sera, mentre mi infilavo di nuovo il passamontagna nella borsa, il nodo allo stomaco era più stretto del solito. Non era solo per i soldi, lo sapevo. C’era qualcosa in quella situazione, nel sentirmi usato, controllato, che mi faceva andare avanti. La pioggia era diminuita, ma l’aria era gelida mentre camminavo verso il solito indirizzo. Le strade erano vuote, solo qualche macchina che passava schizzando acqua dalle pozzanghere. Quando ho suonato al citofono, la voce di Diego era la stessa, secca e senza emozioni. “Sali.” L’ascensore era ancora rotto, così ho fatto le scale, sentendo il fiato corto già al secondo piano.
La porta era socchiusa. Sono entrato senza bussare, come mi aveva detto di fare nei messaggi. L’odore di caffè freddo mi ha colpito subito, mescolato a qualcosa di più forte, forse fumo di sigaretta. Diego era nel salotto, seduto sul divano di pelle logoro, con due tizi accanto a lui. Uno era più basso, con una barba corta e una felpa grigia, l’altro più robusto, capelli rasati e un tatuaggio sul collo. Non mi hanno guardato direttamente, come se fossi invisibile. Diego si è alzato, incrociando le braccia. “Mettiti quel coso,” ha detto, indicando il passamontagna. L’ho tirato fuori dalla borsa e me lo sono infilato, sentendo il tessuto ruvido sulla pelle. Attraverso i fori per gli occhi vedevo appena, ma l’apertura per la bocca era lì, pronta.
“Regole semplici,” ha continuato Diego, con quel tono freddo che ormai conoscevo. “Non parli, non guardi in faccia nessuno. Fai quello che ti diciamo e basta. Chiaro?” Ho annuito, sentendo le ginocchia già molli. “Andiamo in camera,” ha detto, facendo un cenno agli altri due. Li ho seguiti lungo il corridoio stretto, con il cuore che mi martellava nel petto. La camera era la stessa della volta prima: letto singolo con lenzuola grigie, sedia di legno, luce fioca. Solo che stavolta l’aria sembrava più pesante, carica di tensione.
“Metti questo sotto le ginocchia,” ha detto il tizio con la barba, lanciandomi un cuscino vecchio. L’ho preso e l’ho posizionato sul pavimento, inginocchiandomi. Il freddo delle piastrelle non arrivava più, ma la posizione mi faceva già male alla schiena. Diego si è messo davanti a me, slacciandosi la cintura con quel gesto secco che ricordavo. Gli altri due erano dietro di lui, in piedi, come se stessero aspettando il loro turno. “Apri la bocca,” ha ordinato Diego, abbassandosi i jeans. Non portava mutande, come la volta prima. Il suo cazzo era già mezzo duro, grosso, con quella vena che pulsava lungo il lato. L’odore era lo stesso, sudore e sapone, forte e reale. Ho aperto la bocca, sentendo l’aria fresca sul palato attraverso il buco del passamontagna.
Ha spinto dentro senza esitazione, riempiendomi subito. La sensazione era familiare, ma non per questo meno invadente. La gola si è contratta istintivamente, ma ho cercato di rilassarmi, respirando dal naso nonostante il tessuto che mi soffocava un po’. “Ecco, così, prendilo,” ha detto, con la voce rauca, muovendosi con affondi lenti ma decisi. La saliva mi colava già dal mento, bagnando il bordo del passamontagna. Sentivo il sapore salato della sua pelle, misto a un leggero amaro che mi pizzicava la lingua. Ogni spinta produceva un suono bagnato, un risucchio che riempiva la stanza. “Non guardarmi, fai solo quello che devi,” ha ringhiato, come la volta prima, e io ho tenuto lo sguardo basso, fissando il pavimento.
Dopo qualche minuto, si è tirato indietro. “Tocca a te,” ha detto, voltandosi verso il tizio con la barba. Questo si è avvicinato, slacciandosi i pantaloni con mani rapide. Il suo cazzo era più corto di quello di Diego, ma più spesso, con la pelle tesa e lucida. “Non fare il timido, apri bene,” ha detto, con una risata bassa. Ho aperto la bocca di più, e lui ci è andato dentro senza delicatezza, spingendo subito fino in fondo. Ho sentito un conato salire, ma l’ho represso, tossendo appena. “Cazzo, stai fermo, non voglio sentire ‘sti rumori,” ha sbottato, afferrandomi la testa sopra il passamontagna. Ogni affondo era un colpo secco, la sua pelle che sbatteva contro le mie labbra. L’odore era più forte, un misto di sudore e qualcosa di acre che mi faceva bruciare il naso.
La saliva mi usciva a fiotti, colando sul collo e sul petto, sotto il tessuto. Il sapore era un mix di loro due, salato e amaro, che mi restava in gola anche quando lui si è tirato indietro. “Ora il terzo,” ha detto Diego, con un tono quasi annoiato. Il tizio robusto con il tatuaggio si è fatto avanti. Era il più grosso dei tre, non solo di corporatura. Quando si è abbassato i pantaloni, ho visto un cazzo enorme, largo e lungo, che sembrava quasi sproporzionato. “Buona fortuna con questo,” ha detto, con un ghigno. Ho deglutito a fatica, sentendo già la gola in fiamme, ma ho aperto la bocca comunque.
Ha spinto dentro lentamente, ma anche così era troppo. Sentivo la mascella che si tendeva al limite, i muscoli che protestavano. “Rilassati, cazzo, non ti rompi,” ha detto, con la voce bassa e roca, mentre continuava ad affondare. Ho cercato di respirare dal naso, ma era quasi impossibile. Ogni movimento era un rumore sordo, un suono bagnato che sembrava amplificato nella stanza silenziosa. Sentivo il calore della sua carne, il sapore forte e salato che mi riempiva la bocca, e l’odore pungente che mi arrivava dritto al cervello. La gola mi bruciava, ogni spinta sembrava spingere più in fondo di quanto fosse possibile. Ho tossito forte, sputando saliva che mi è colata sul mento, ma lui non si è fermato. “Tieni duro, siamo quasi a metà strada,” ha detto, con una risata secca.
Non so quanto tempo sia passato. I tre si alternavano, uno dopo l’altro, senza pause. Diego era il più controllato, con affondi precisi, quasi meccanici. Il tizio con la barba era più rude, spingendo con forza e imprecando sottovoce ogni volta che tossivo. Il terzo, quello grosso, era il peggiore: ogni volta che entrava, sembrava che la mia gola si dovesse spaccare. La saliva mi aveva inzuppato tutto, il passamontagna era bagnato fradicio, appiccicoso contro la pelle. Sentivo il collo e il petto umidi, un misto di saliva e sudore che mi faceva rabbrividire. I conati arrivavano a ondate, ma li reprimevo come potevo, con gli occhi che lacrimavano sotto il tessuto.
“Ci siamo,” ha detto Diego a un certo punto, tornando davanti a me. Ha spinto dentro un’ultima volta, con un ritmo più veloce, i respiri corti e pesanti. “Resta fermo, cazzo,” ha grugnito, tirandosi fuori di colpo. Ho sentito un getto caldo colpirmi sul passamontagna, sopra la guancia, poi un altro più in basso, vicino al collo. L’odore era forte, pungente, e il calore mi bruciava sulla pelle attraverso il tessuto. Subito dopo, il tizio con la barba ha fatto lo stesso, gemendo piano mentre mi bagnava l’altra guancia. Il terzo ha resistito di più, spingendo ancora per qualche secondo prima di tirarsi indietro e venire sul pavimento, con un suono sordo che mi è arrivato alle orecchie come uno schiaffo.
Ero un disastro. La gola mi bruciava come se avessi ingoiato fuoco, la mascella mi faceva male, e il passamontagna era zuppo, appiccicato alla faccia. Mi sono alzato lentamente, con le ginocchia che tremavano sotto il peso del corpo. Nessuno ha detto niente per un momento. Diego ha tirato fuori una busta dalla tasca e me l’ha lanciata. “Ecco i tuoi soldi. Contali se vuoi,” ha detto, con lo stesso tono pratico di sempre. Gli altri due si stavano già sistemando i vestiti, senza guardarmi, come se non esistessi.
Ho preso la busta senza aprirla, sentendo le banconote dentro. “Puoi andare,” ha detto Diego, indicando la porta. Mi sono tolto il passamontagna solo nel corridoio, infilandolo nella borsa con mani ancora tremanti. L’aria fredda sul viso mi ha dato un po’ di sollievo, ma il sapore di loro tre era ancora lì, sulla lingua, nella gola. Sono uscito senza voltarmi indietro, scendendo le scale con le gambe molli.
Fuori, la pioggia era tornata, leggera ma insistente. Mi sono fermato sotto un lampione, stringendo la busta in tasca. Quattrocento euro. Sono solo 400 euro, mi sono ripetuto. Ma mentre camminavo verso casa, con il bruciore che non se ne andava e l’odore che mi restava addosso, un pensiero mi ha colpito. Diego non aveva finito di parlarmi. Prima che uscissi, aveva detto qualcosa sottovoce, quasi un sussurro. “Se vuoi, la prossima volta raddoppiamo la cifra. Ma sarà più duro.” Non ho risposto, non lì. Ma ora, sotto quella pioggia gelida, non riesco a smettere di pensarci. Ottocento euro. E cosa intendeva con “più duro”?
